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martedì 30 settembre 2014

Euro, la convertibilità con lo yuan è realtà

da www.rivistaeuropae.eu

Euro, la convertibilità con lo yuan è realtà
Lunedì 29 settembre la giornata economica e finanziaria è cominciata con un breve quanto storico comunicato stampa della People’s Bank of China (la Banca Centrale Cinese): dal 30 settembre inizia l’era degli scambi diretti tra yuan ed euro. D’ora in avanti sul mercato dei cambi, nel commercio internazionale e nelle operazioni di investimento, sarà possibile scambiare le due valute senza dover effettuare obbligatoriamente lo scambio in dollari. La svolta non deve stupire, poiché nell’aria già da tempo.
La creazione di una clearing house (organismo di gestione e compensazione dello scambio tra valute) per gestire la conversione tra euro e yuan è notizia del mese di marzo 2014. La sede scelta per ospitare tale istituzione è Berlino. Si tratta di una decisione non priva di implicazioni, anche alla luce della fondazione della New Development Bank da parte dei Brics. Infatti, senza ricadere sulle solite superficiali conclusioni che parlano di “economia globale in fase di de-dollarizzazaione” o di “lo yuan sempre più valuta di riserva globale”, non saranno poche le conseguenze, per l’eurozona, per la Cina e per il resto del mondo, di questa svolta storica.
Costi di transazione più bassi. La domanda e l’offerta di euro e yuan potranno incontrarsi in modo più efficiente, evitando i costi di transazione attuali dovuti alla conversione in dollari. Questo vuol dire meno spese interbancarie non solo per le società commerciali impegnate nell’import-export, ma anche per gli investitori europei che vorranno acquistare titoli denominati in yuan e viceversa. L’Italia dovrà prendere la palla al balzo per accrescere l’interscambio commerciale con la Cina ed aprire i suoi mercati finanziari ad investitori cinesi.
Un mercato dei cambi più libero. Lo scambio diretto euro-yuan permetterà una maggiore libertà di movimento e maggiori oscillazioni del tasso di cambio tra le due valute. L’obbligo di conversione in dollari, ingessava un po’ i meccanismi ed il tasso di cambio veniva determinato in relazione ai cambi reciproci tra euro-dollaro e dollaro-yuan.
Una minore domanda di dollari. Nei primi sei mesi del 2014, sul mercato interbancario cinese sono stati convertiti, passando dal dollaro, 14,11 miliardi di euro (18 miliardi di dollari). Per stimare i primi effetti della convertibilità diretta, si può pensare che negli ultimi tre mesi del 2014 la domanda di dollari calerà di ben 9 miliardi. Questo non provocherà, da solo, una rapida de-dollarizzazione dell’economia globale, ma bisognerà considerare l’impatto cumulativo degli accordi di convertibilità diretta portati avanti da Cina, UE, Regno Unito, Giappone e Russia. Accordi che stimolano molti interrogativi, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti e la loro Banca Centrale (la Federal Reserve). Quest’ultima in particolare, dovrà mostrare più cautela prima di lanciare operazioni di Quantitative Easing, e di aumento indefinito della quantità di moneta in circolazione, poiché i dollari in eccesso saranno sempre meno ri-assorbiti dal sistema finanziario mondiale. Per gli Stati Uniti accrescerà inoltre il rischio di svalutazione ed inflazione interna.
Un euro più stabile e maggiori investimenti nell’eurozona. La moneta unica, dopo questo accordo, dovrebbe acquistare un ruolo sempre più importante come valuta di riserva mondiale. Un vantaggio che si ripercuoterà anche sull’Italia. La Banca Centrale Cinese ha già infatti da tempo iniziato un programma di accumulo di asset denominati in euro e tra questi sono inclusi anche il 2% di capitalizzazione di Eni, Enel, Telecom e Generali. Aumentando l’afflusso di capitali verso la borsa italiana, dovrebbero migliorare anche i risultati delle future privatizzazioni di aziende pubbliche, con creazione di maggior valore per lo Stato e maggiori risultati nell’abbattimento del debito pubblico. Poiché poi anche i BTP potrebbero entrare nel paniere di asset strategici di riserva, l’altro importante risultato potrebbe essere una nuova diminuzione dei tassi di interesse.

mercoledì 3 settembre 2014

Tokyo, Abe cambia il governo. Nel nuovo esecutivo cinque donne

da www.ilsole24ore.com

Shinzo Abe (foto Reuters) 
Shinzo Abe (foto Reuters)
TOKYO – Capita di rado che gli investitori di Borsa si entusiasmino per la sostituzione di un ministro della Sanità e Previdenza. Ma questo appare il caso del Giappone, dove il premier Shinzo Abe ha varato oggi un ampio rimpasto del suo esecutivo (nato 20 mesi fa), in cui tra l'altro entrano in totale 5 donne (un record pari a quello del Gabinetto Koizumi del 2001-2002) contro le precedenti due.
Se pure i principali responsabili dell'economia sono stati confermati (Taro Aso alle Finanze e alla vicepresidenza, e Akira Amari alle politiche economiche), spicca la nomina di Yasuhisa Shiozaki alla Sanità, in quanto si tratta di un politico noto per aver già cercato di promuovere una strategia di investimenti più aggressiva da parte del Government Investment Pension Fund, il maggiore fondo pensioni del mondo. Alcuni passi avanti in questo senso sono già stati fatti, ma la circostanza che ora sarà Shiozaki il ministro da cui dipende la supervisione del fondo lascia pensare che proseguirà con maggiore decisione una evoluzione secondo cui nel portafoglio del Gpif ci saranno sempre meno bond domestici (magari non più del 40%) e più asset di rischio, come azioni oltre che strumenti finanziari stranieri. Shiozaki, che era stato capo di gabinetto nel primo governo Abe (2006-2007) è considerato anche un fautore di riforme sistemiche.
L'altra novità di spicco è la nomina della rampante quarantenne Yoko Obuchi - figlia dell'ex premier Keizo Obuchi e due volte madre - come titolare del Ministero dell'Economia, Commercio e Industria. Cambia anche il ministro dell'Agricoltura, dicastero importante come tradizionale "frenatore" dei negoziati di libero scambio con Usa (nell'ambito della Trans-Pacific Partnership) ed Unione Europea. Confermato agli esteri Fumio Kishida, mentre prosegue la tradizionale vorticosa rotazione tra i titolari della Difesa, dove Akinori Eto sostituisce Itsunori Onodera.
Secondo l'economista Robert Feldman di Morgan Stanley MUFG, il rimpasto sembra segnalare una volontà di accelerazione della spinta alle riforme, almeno in alcune aree. Altri vedono nella conferma di Aso una indicazione che sarà presa tra un paio di mesi la decisione più difficile che attende al varco l'esecutivo: dare il via libera definitivo al previsto nuovo aumento dell'Iva al 10% a partire dall'ottobre 2015.

In parallelo al rimpasto, Abe ha risistemato la situazione nel partito. Ne ha tolto la guida a un potenziale futuro rivale, Shigeru Ishiba, che ha accettato la posizione di ministro per la rivitalizzazione delle economie regionali. Nuovo segretario generale del partito è Sadakazu Tanigaki, considerato un fautore del miglioramento dei rapporti con la Cina.

Il primo governo Abe è durato 617 giorni senza modifiche: un record per il dopoguerra. La sua popolarità è calata da un sorprendente 70% agli inizi a circa il 50% attuale. Con la mossa di oggi, Abe intende rafforzare la presa sulla macchina governativa e su quella del partito, rilanciando l'azione di governo in un momento in cui l'economia dà segnali di affanno dopo l'aumento della pressione fiscale indiretta.

giovedì 14 agosto 2014

Papa Francesco accolto a Seul dalla presidente. Lancio di razzi dalla Corea del Nord prima e dopo

da www.ilsole24ore.com


La presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, accoglie Papa Francesco (Reuters)La presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, accoglie Papa Francesco (Reuters)
La Corea del Nord ha lanciato altri due missili a corto raggio in piena visita pastorale di papa Francesco nella Corea del Sud, per un totale di cinque: lo hanno denunciato fonti del ministero della Difesa di Seul, secondo cui i due lanci successivi sono avvenuti nel pomeriggio ora locale, sempre da una base militare nei pressi di Wonsan, sulla costa orientale. I primi tre si erano invece susseguiti appena 35 minuti prima dell'arrivo di papa Francesco nella capitale sud-coreana. Stando alle fonti, i missili sarebbero stati sparati da una rampa di lancio multipla da 300 millimetri, e sarebbero finiti nel Mar del Giappone dopo un volo di circa 220 chilometri. La mossa è la prima del genere da parte del regime di Pyongyang dalla fine di luglio, e precede di qualche giorno le manovre militari congiunte tra forze del Sud e degli Usa, in programma da lunedi' prossimo. La Corea del Sud ha alzato il suo stato di allerta lungo il confine.
L'arrivo di papa Francesco a Seul
Papa Francesco è arrivato nella notte a Seoul, primo pontefice a visitare la Corea del Sud dopo venticinque anni, una missione che punta a rafforzare lo sviluppo del cattolicesimo in Asia. L'aereo del papa è arrivato alle 10.15 locali (le 3.15 di notte in Italia) all'aeroporto Incheon, dove la presidente Park Geun-Hye era presente ad accoglierlo. Questa visita di cinque giorni in Corea del Sud, alle porte della Cina, rappresenta un obiettivo strategico per il Vaticano in Asia.
Si tratta del terzo viaggio del Santo Padre dalla sua elezione nel marzo 2013, dopo il Brasile e il Medio Oriente. Papa Francesco si rivolgerà «a tutti i Paesi del continente», portando un messaggio per «il futuro dell'Asia», ha dichiarato il numero due del Vaticano, il segretario di stato Pietro Parolin, in un'intervista televisiva.
È la prima volta dopo quindici anni che un pontefice arriva in Asia: Giovanni Paolo II era stato in India nel 1999, ma Benedetto XVI non era mai stato in Asia. I cattolici rappresentano il 10,7 per cento della popolazione sudcoreana. Il papa dovrebbe inoltre lanciare un messaggio per la riconciliazione tra le due Coree, divise dal 1953, e incontrare delegazioni della gioventù cattolica asiatica.
Il tweet: Dio benedica la Corea con suoi giovani e anziani
«Dio benedica la Corea e in special modo i suoi anziani e i suoi giovani». Poco dopo il suo arrivo a Seul Papa Francesco ha lanciato questo tweet dall'account «@Pontifex» a 14 milioni di follower.
Il papa sorvola Cina e dall'aereo invia messaggio a Pechino
Per la prima volta l'aereo del Papa ha potuto sorvolare la Repubblica Popolare Cinese. Questo fatto di grande valore simbolico si è potuto realizzare perché Pechino ha ufficialmente concesso al volo papale diretto a Seul il permesso di passare nel proprio spazio aereo. E Francesco ha indirizzato al presidente Xi Jinping «i migliori auguri di pace e benessere sulla Cina». Come in tutti i viaggi all'estero del Papa sono stati inviati telegrammi anche agli altri paesi sorvolati, cioè Mongolia, Russia, Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Austria, Slovenia, Croazia e Italia.
Il messaggio beneaugurante, lanciato da papa Francesco al presidente cinese Xi Jinping durante l'inedito attraversamento dello spazio aereo della Repubblica Popolare, non è bastato a evitare che le autorità di Pechino impedissero a decine di connazionali di religione cattolica di raggiungere la Corea del Sud, dove nel frattempo Jorge Mario Bergoglio è giunto in missione in occasione della Giornata della Gioventù Asiatica. Lo ha denunciato Heo Young-yeop, portavoce del comitato organizzatore della visita papale a Seul, secondo cui dalla Cina erano attese oltre un centinaio di persone, circa la metà delle quali non sono tuttavia potute partire a causa della «complicata situazione» in patria, si è limitato a spiegare Heo. Un altro membro dell'organizzazione, che ha preteso di rimanere anonimo, ha precisato che alcuni dei mancati partecipanti sarebbero stati arrestati. Ambedue le fonti sud-coreane non hanno voluto aggiungere dettagli, adducendo ragioni di sicurezza personale.

lunedì 23 giugno 2014

Tomioka, la fabbrica di seta a nord di Tokyo diventa Patrimonio dell'Umanità

da www.ilsole24ore.com

Una vecchia fabbrica situata poco più di un centinaio di chilometri a nord di Tokyo, nella montagnosa provincia di Gumma, è diventata Patrimonio dell'Umanita': lo ha deciso a Doha l'apposito comitato dell'Unesco, con una motivazione che fa un riferimento anche all'Italia: "La fabbrica di seta di Tomioka ha segnato l'ingresso del Giappone nell'era della moderna industrializzazione e l'ha spinto a diventare il principale esportatore mondiale di seta grezza, in particolare verso Francia e Italia".
Già, perché prima dell'era delle automobili, dei computer e delle televisioni per decenni il Giappone e' stato leader globale nell'export di seta, che fu il suo "petrolio" molto ambito sui mercati esteri e di cui era quasi monopolista (fino a quasi l'80% del commercio globale). E al pari dell'oro nero, si trattava di una materia prima fondamentale, la cui importanza andava al di la' dell'economia: non a caso alcuni storici vedono nel crollo dei prezzi della seta sul mercato di Yokohama, a ruota della crack di Wall Street del 1929, un fattore che, rovinando una indispensabile fonte di reddito delle comunita' rurali, determino' una disperata crisi nelle campagne (specie nel Nord-est del Paese) che a sua volta ebbe un ruolo non indifferente nel contribuire all'ascesa del militarismo imperialista degli anni Trenta.
Il complesso
Il Tomioka Silk Mill, costruito nel 1872, e tre siti collegati (per la produzione e conservazione di bachi e per l'educazione alla sericultura) sono quindi diventati World Heritage. E' la prima volta che questo status viene riconosciuto a un sito industriale in Giappone, che passa quindi ad avere 14 siti culturali Patrimonio dell'Umanità (più altri 4 siti naturali, tra cui dall'anno scorso il Monte Fuji). E' anche il primo dei quasi mille siti World Heritage che riguardi direttamente la seta. Grandi sono stati festeggiamenti a livello locale, in quanto si spera in un forte impulso al turismo che si è già manifestato negli ultimi due mesi (da quando era trapelata la quasi-certezza dell'approvazione della candidatura proposta dal governo). Le dichiarazioni ufficiali secondo cui il complesso si trova "quasi" allo stato originario sono un po' eccessive. Del resto, quando è crollato, a causa di una nevicata eccezionale nello scorso febbraio, un grande edificio utilizzato un tempo per l'essicatura dei bozzoli, è stato sottolineato che quella struttura fu costruita nel 1922. Tuttavia, per gli standard del Giappone – dove gli immobili vengono rifatti ogni 30-40 anni – la preservazione del complesso (su 5,5 ettari, per oltre 100 edifici) è fuori dal comune, tanto più che la produzione, dopo 115 anni, e' terminata nel 1987 (quando il crollo dei prezzi internazionali e la concorrenza cinese hanno posto la produzione fuori mercato): per quasi 20 anni l'operatore privato ha mantenuto a suo spese l'impianto ormai inutilizzato. In un settore sono rimasti i macchinari automatizzati degli anni Sessanta di questo secolo, ma nella sezione riallestita come museo l'attrazione è una ragazza in carne e ossa che fa una dimostrazione della prima fase della filatura davanti a un cestino d'acqua da cui traboccano i bozzoli. Edifici collaterali (come la direzione e i vari dormitori) sono stati restaurati. Il ministro della cultura Hakobun Shimomura si è recato oggi sul posto per sottolineare un concetto non scontato nel Paese, ossia che "preservare" può significare stimolare l'economia locale attraverso un rilancio del turismo. L'amministrazione comunale di Tomioka aveva comunque per tempo intuito le potenzialità turistiche della fabbrica, di cui divenne proprietaria nel 2005: mascotte e simbolo della cittadina è proprio un'immagine in stile quasi-manga della ragazza sericultrice, che si trova un po' dappertutto, di fronte al municipio come all'entrata dei negozi. La prefettura di Gumma resta al top della declinata industria giapponese della seta e attraverso il suo centro tecnologico per la sericultura sta cercando di promuovere valore aggiunto anche attraverso tecnologie di modificazione genetica dei bachi.
Simbolo dell'industrializzazione e di scambi tecnologici.
Il progetto di Tomioka nacque come impianto a controllo statale (privatizzato poi nel 1893 conferendolo al gruppo Mitsui), finalizzato ad assicurare qualità per il prodotto da esportazione, solo 5 anni dopo la cosiddetta Restaurazione Meiji che segnò la fuoriuscita da un medioevo isolazionista e provocò una corsa all'industrializzazione accelerata del Paese. Furono invitati tecnici e maestranze francesi: Paul Brunat, che scelse la località, divenne direttore e Auguste Bastian l'architetto-ingegnere. L'inaugurazione fu ritardata di alcuni mesi anche perché si era diffusa la voce che gli stranieri bevessero il sangue delle ragazze (era in realta' il vino!). Il responsabile giapponese dell'impianto, un certo Odaka, impiego' li' sua figlia quattordicenne Yu, per vincere le resistenze "culturali": piu' di 400 ragazze, per lo più tra i 15 e i 25 anni, arrivarono da quasi tutte le province. Le condizioni di lavoro, per l'epoca, erano buone. Dal connubio tra expertise francese e materie prime e tecniche di sericoltura locali, poté sorgere una produzione di massa che contribuì a popolarizzare nel mondo gli articoli di abbigliamento in seta, riducendone il prezzo alla portata dei molti e non più solo delle élite sociali.

mercoledì 18 giugno 2014

La banca centrale diventa il principale creditore del Giappone

da www.ilsole24ore.com


TOKYO – Chi è il principale creditore dello Stato giapponese? La sua banca centrale. Lo ha reso noto oggi la stessa Banca del Giappone, con la comunicazione di dati dai quali emerge che la BoJ detiene il 20,1% di tutti i Japan Government Bonds (Jgb), superando per la prima volta la quota delle compagnie assicurative (ferma al 19, 3%). La BoJ aveva in portafoglio, a fine marzo, Jgb per un ammontare di 201mila miliardi di yen (quasi 2mila miliardi di dollari) e da allora l'ammontare è sicuramente aumentato: da quando venne introdotta, all'inizio di aprile dell'anno scorso, la nuova politica monetaria ultra-espansiva, l'istituto centrale ha rafforzato i suoi acquisti di bond pubblici nell'ordine di circa 50mila miliardi di yen all'anno, oltre a cercare di raddoppiarne la durata media a sette anni.
Altri grandi detentori di bond sono i fondi pensione, altre istituzioni finanziarie e privati. D'altra parte, proprio su sollecitazione implicita derivante dalla politica della banca centrale, il settore privato è incentivato a ridurre gli acquisti di bond, un mercato (dalle dimensioni equivalenti a quasi 10milamiliardi di dollari) che è diventato tra l'altro relativamente meno liquido proprio per l'incetta di acquisti della BoJ (che si accaparra quasi il 70% delle nuove emissioni). E' una sollecitazione verso una maggiore diversificazione in linea con quella del governo, che ad esempio sta finalizzando un piano per rendere più aggressiva la strategia di investimenti del Government Investment Pension Fund (il maggiore del mondo), perché espanda gli acquisti di strumenti più rischiosi come le azioni (in modo da sostenere la Borsa).
In parte, in effetti, banche e fondi hanno già ridimensionato i bond nel loro portafoglio, anche perché il loro rendimento resta infimo (il decennale viaggia intorno a un tasso dello 0,6% e anche sotto) e quindi negativi se si tiene conto che l'inflazione è tornata e veleggia intorno all'1,5% (escludendo il recente aumento dell'Iva, che ha portato l'aumento dei prezzi al consumo oltre il 3%).
Il fatto che la stragrande maggioranza dei Jgb sia detenuta da investitori domestici _ e che l'ingente debito pubblico (il maggiore tra tutti i Paesi industrializzati in rapporto al Pil, in quanto più che doppio) sia quasi tutto denominato in yen – rende ancora piuttosto remota la possibilità di una crisi finanziaria del Paese. Ma secondo vari economisti la Boj rischia di infilarsi in una situazione da cui sarà molto difficile uscire bene: una volta raggiunto il target di inflazione del 2% su base sostenibile, sarà difficile che i tassi a lungo restino tanto bassi e quando la BoJ comincerà ad attuare – come prima o poi dovrà fare – una exit strategy i tassi non potranno che impennarsi, con effetti potenzialmente devastanti.

lunedì 9 giugno 2014

La nuova Via della Seta, il sogno cinese che può diventare l'incubo dell'Occidente

da www.asianews.it

CINA - RUSSIA - ASIA
di Lauren Dickey
Il progetto di Pechino per due nuove rotte commerciali, di terra e di mare, che possano unire tre continenti sta diventando una realtà. Gli accordi di maggio fra Xi Jinping, il russo Putin e tutti i leader dell'Asia centrale rappresentano la realizzazione di una visione economica e politica sempre più "sino-centrica". A pagarne le spese saranno la cosiddetta "Eurasia" e le vecchie rotte commerciali Usa.


Hong Kong (AsiaNews) - La visione cinese per una nuova "Via della Seta economica", come annunciato qualche tempo fa dalla Xinhua, consiste nello stabilire un criterio di integrazione regionale intorno alla Cina e renderlo una linea  economica attraente per le nazioni dell'Asia centrale. Grazie a una serie di accordi strategici firmati il mese scorso dal presidente cinese Xi Jinping e dai leader di quelle nazioni, questa visione - una "Via della Seta" terrestre e un'altra marittima - sta divenendo in fretta una realtà.
Come componente chiave della diplomazia cinese, Pechino sta ben attenta ad assicurarsi che gli accordi bilaterali con le nazioni dell'Asia centrale abbiano implicazioni multilaterali. La strategia per una "Via della Seta" non sta soltanto avvicinando sempre di più gli Stati dell'Asia centrale, ma di fatto punta a collegare tre continenti generando riverberi geopolitici in tutto il mondo.
I dettagli conosciuti relativi ai piani cinesi per le due "Vie della Seta" sono pochi. Le mappe ufficiali mostrano le aspirazioni di Pechino per una rotta che unisca Oriente e Occidente, rinvigorendo le eredità storiche e culturali cinesi e veicolando la consapevolezza delle politiche amichevoli della Cina nei confronti dei propri vicini [v. Xinhua, 8 maggio]. Secondo una mappa pubblicata dalla Xinhua, la Via della Seta terrestre inizierà a Xian, puntando a Occidente attraverso Lanzhou, Urumqi e Khorgas prima di girare verso sud-ovest attraverso l'Asia centrale, il Medio Oriente e l'Europa. Qui dovrebbe incontrarsi con la Via della Seta marittima, a Venezia [v. Sohu, maggio 2014].
La Via della Seta marittima toccherà Quanzhou, Guangzhou, Beihai e Haikou nella rotta verso lo Stretto di Malacca e l'Oceano Indiano; attraverserà il Corno d'Africa prima di entrare nel Mar Rosso e nel Mediterraneo. Una volta completate, le Vie della Seta porteranno "nuove opportunità e un nuovo futuro per la Cina e per tutte le nazioni sulla strada che vogliono svilupparsi".
La recente attenzione della Cina nei confronti delle nazioni che rientrano nelle nuove Vie della Seta offre qualche indizio per capire meglio cosa comportino esattamente queste rotte. Il viaggio del presidente russo Vladimir Putin in Cina, avvenuto alla fine di maggio, ha rappresentato la punta di diamante di settimane di accordi strategici firmati da Pechino. I successi degli incontri bilaterali fra Putin e Xi Jinping a Shanghai - il più imponente è quello per la vendita di 38 miliardi di metri cubi di gas alla Cina ogni anno a partire dal 2018 (dal valore di 400 miliardi di dollari) - sono stati preceduti da incontri allo stesso modo significativi fra i leader cinesi e le loro controparti di Turkmenistan, Kazakistan e Azerbaijian. Questi incontri bilaterali si sono concentrati sull'impegno cinese per lo sviluppo della Via economica della Seta; riassunti, possono essere descritti come il maggior passo avanti verso la realizzazione di quelli che fino a ora erano solo discorsi.
Nel percorso verso l'incontro di Shanghai della "Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia" (Cica), il primo leader dell'Asia centrale a sottoscrivere la profondità strategica dei legami della regione con la Cina è stato il presidente del Turkmenistan, Kurbanguly Berdymukhamedov. Una settimana prima della sua visita a Pechino (avvenuta a metà maggio), la Cina ha aperto un impianto di trasformazione dal valore di 600 milioni di dollari nei campi di gas di Bagtyarlyk, ovvero dove passa un gasdotto cinese da 4.375 miglia [v. Reuters, 7 maggio].
Le esportazioni di gas dal Turkmenistan alla Cina sono aumentate negli ultimi anni: i funzionari di entrambi i Paesi mirano a toccare i 40 miliardi di metri cubi l'anno entro il 2016, grazie alla copertura finanziaria cinese proprio di Bagtyarlyk. All'arrivo in Cina, Berdymukhamedov ha firmato un pacchetto di accordi con Pechino e ha formalizzato l'ascesa del Turkmenistan nel novero delle nazioni dell'Asia centrale (l'ultima in ordine di tempo) che hanno una "partnership strategica" con la Cina [v. EurasiaNet, 13 maggio]. Le due nazioni si sono accordate per rafforzare la cooperazioni in aree che vanno dall'estrazione di gas naturale allo sviluppo delle infrastrutture sul confine, fino agli scambi culturali [Xinhua, 13 maggio].
Il successivo incontro strategico è stato fra il presidente Xi e il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev. Come la sua controparte turkmena, anche Nazarbayev ha firmato una serie di contratti energetici e si è accordato per rafforzare la cooperazione di sicurezza bilaterale, con attenzione particolare alla situazione in Afghanistan [v. Xinhua, 19 maggio]. Oltre al sostegno reciproco per la pace, la stabilità e lo sviluppo sia dell'Afghanistan che della regione, Nazarbayev ha espresso l'entusiasmo del Kazakistan per la possibilità di fornire sostegno energetico allo sviluppo economico cinese, e ha dato il benvenuto a ogni investimento cinese nella sua nazione [v. Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, 19 maggio].
Memorandum di intesa sono stati siglati fra la banca cinese Exlm, la China National Petroleum Corporation e la compagnia di investimenti statale Citic Group per la concessione di prestiti per lo sviluppo e la costruzione di un oleodotto [v. Azernews, 20 maggio]. La Cina ha anche reiterato il suo interesse nell'aiutare il Kazakistan a comprare navi da guerra [v. EurasiaNet, 24 maggio].
Un giorno prima di incontrare il presidente russo Vladimir Putin e firmare con lui circa 50 accordi economici, Xi Jinping ha incontrato il presidente dell'Azerbaijian Llham Aliyev. Con lui ha siglato contratti in campo energetico, tecnologico, bancario e di infrastrutture [v. Azernews, 22 maggio]. L'Azerbaijian, come le altre nazioni dell'Asia centrale, è una nazione-chiave per il transito, dato che unisce l'Asia all'Europa. Al momento il Paese sta costruendo il più grande porto sul Mar Caspio, l'International Trade Seaport di Alat, nei pressi di Baku. Una volta completato, il porto aumenterà il volume di carico fino a circa 20 milioni di tonnellate l'anno. Non è poco per i cinesi, che guardano ai mercati dell'Europa e del resto del mondo.
Con tutta questa serie di incontri e di accordi strategici in testa, non deve sorprendere che Putin continui la sua scalata verso Oriente attraverso l'accordo fra Gazprom e Cnpc e gli altri 49 contratti con Pechino [v. China Daily Europe Online, 21 maggio]. Se Putin avesse scelto di non accordarsi con la Cina su questioni commerciali ed economiche (in particolare), di fatto avrebbe chiuso alla Russia l'accesso alla Via economica della Seta. Ora, invece, Pechino e Mosca sono pronte per portare il proprio rapporto commerciale bilaterale a 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2015 (e a 200 entro il 2020) e ad espandere l'insediamento della valuta locale e gli investimenti transfrontalieri, approfondendo le politiche macroeconomiche che siano reciprocamente vantaggiose.
Gli accordi di Pechino con Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaijian e Russia sono esattamente quello che serve per rendere la Via economia della Seta una realtà per la Cina. Per Pechino, la "cintura economica" sfrutta la cooperazione energetica regionale al fine di garantire la sicurezza energetica, la crescita economica sostenibile e la lotta contro le minacce alla stabilità interna cinese [v. Xinhua, 25 maggio; Huanqiu, 21 maggio]. Gli accordi bilaterali fra Pechino e gli Stati dell'Asia centrale richiedono che tutte le nazioni coinvolte collaborino con i vicini, in particolare nel settore energetico.
Ora le capitali della regione si aspettano che tutti i vicini sosterranno lo sviluppo della nuova Via della Seta, così come ordinato da Pechino. Di conseguenza, mentre queste nazioni hanno firmato accordi con la Cina che le renderanno migliori dal punto di vista economico, hanno allo stesso tempo accettato di divenire pezzi nelle mani di Pechino e della sua grande strategia per dominare la Via della Seta.
Di conseguenza, mentre le nuove Vie della Seta continuano a svilupparsi, è probabile che l'attenzione dei russi e degli asiatici del centro continui a essere rivolta a est. Oppure queste nazioni dovranno sopportare ingenti perdite economiche. Le rotte del commercio che uniscono tre continenti, una volta che saranno completate, minacceranno sia la longevità della zona economica euro-asiatica sia i network commerciali americani pre-esistenti.
È chiaro che le aspirazioni della Cina per una Via della Seta di terra e di mare non devono più essere considerate come "un altro round" di esercizi di retorica da parte della leadership cinese. Gli accordi bilaterali dello scorso mese mostrano che la Cina sta facendo progressi rapidi nello sviluppo della sua visione e che sta offrendo una migliore opportunità per capire bene a cosa serviranno, in ultima analisi, queste Vie della Seta.
(Per gentile concessione della Jamestown Foundation. Traduzione italiana di AsiaNews)

sabato 7 giugno 2014

A Taiwan, anche l'opposizione vuole dialogare con Pechino

da www.asianews.it

TAIWAN - CINA
di Xin Yage
Tsai Ing-wen, capo del Dpp (Partito democratico progressista) vuole incontrare Zhang Zhijun (張志軍), il ministro cinese incaricato per le relazioni con Taiwan; il sindaco di Tainan ha incontrato il sindaco di Shanghai. Un contributo per togliere le ambiguità al "consenso" sulla "unica Cina".


Taipei (AsiaNews) - Esponenti del partito di opposizione Dpp (Democratic Progressive Party, 民進黨) hanno deciso all'improvviso di incontrarsi con gli ufficiali rappresentanti del governo della Repubblica popolare cinese o con i loro corrispettivi.
Sono passati due mesi dall'occupazione del parlamento da parte degli studenti che - con l'appoggio esplicito del Dpp - protestavano per i troppi vantaggi concessi al continente con la firma dell'accordo commerciale (Cross-Strait Service Trade Agreement), che ratifica l'accordo ECFA (Economic Cooperation Framework Agreement - in cinese 海峽兩岸經濟合作架構協議) del 2010.
Non vedendo però alternative a un colloquio diretto con i rappresentanti del continente, Tsai Ing-wen (蔡英文), presidente del Dpp (a destra nella foto), ha reso noto in settimana di volerli incontrare per chiarire le posizioni di quella parte di taiwanesi che non si sente rappresentata dall'attuale governo del Kuomintang (Kmt, 國民黨).
Tsai Ing-wen non è sola a fare ciò: all'interno del partito, anche il sindaco di Tainan, Lai Ching-te (賴清德) proprio ieri si è recato a Shanghai per incontrare la sua controparte Yang Xiong (楊雄), sindaco della megalopoli cinese.
Anche Lai Ching-te ha motivato il suo viaggio con lo scopo di rendere note le opinioni di tutti i taiwanesi che non sentono rispecchiati nell'azione ufficiale del governo di Taipei.
Tsai Ing-wen vorrebbe incontrare Zhang Zhijun (張志軍), il ministro cinese incaricato per le relazioni con Taiwan, nella sede del quartier generale del Dpp.
Rappresentanti del Kmt hanno espresso opinioni molto positive su questa possibilità. Tra di essi il portavoce del Kmt, Charles Chen (陳以信), in una conferenza stampa ieri in tarda serata, ha affermato che "è davvero importante che i colloqui con gli ufficiali del continente continuino, per chiarire il più possibile tutte le posizioni e arrivare ad un discorso non contraddittorio tra gli esponenti taiwanesi".
Egli ha poi sottolineato come Tsai Ing-wen dovrebbe spiegare in modo più convincente la sua posizione sul "consenso del 1992" (九二共識), con cui Pechino e Taipei accettavano di lavorare considerando l'esistenza di "un'unica Cina". Per Chen tale consenso è la base da cui partire per ulteriori accordi politici. Il punto è che ufficialmente il Dpp non riconosce questo evento del 1992 come un "consenso" perché tra le parti (semi-ufficiali) che si erano incontrate, alla fine non c'era stato alcun "consenso" su che cosa significhi "una sola Cina" quale principio di accordo (一個中國政策). In effetti, il "consenso" era (forse volutamente) ambiguo, lasciando ad ogni parte di immaginare un futuro sotto la dittatura del Partito comunista cinese o come repubblica democratica in stile Taiwan. Nonostante tali ambiguità, il "consenso" è servito ad avvicinare le due sponde dello Stretto.
Con la proclamazione della Repubblica popolare cinese nel 1949, Chiang Kai-shek (蔣中正) e ciò che restava del Kuomintang fuggirono a Taiwan, spostandovi la Repubblica di Cina.  Dagli anni '80 Taipei e Pechino hanno percorso un lungo cammino di riavvicinamento. Le relazioni fra le due sponde dello Stretto sono migliorate in modo notevole da quando Ma Ying-jeou (馬英九) è diventato presidente di Taiwan (2008) e ha aperto una politica di dialogo con Pechino. Il 29 giugno 2010 c'era già stato l'accordo commerciale tra Taipei e Pechino (ECFA), che ha creato un'area di commercio preferenziale tra l'isola e il continente. Esso era un passo obbligato per Taiwan per riuscire a fissare accordi commerciali internazionali possibili solo con il beneplacito di Pechino. A scatenare le dilaganti proteste dei mesi scorsi, è stata la maniera in cui è stato dibattuto - o meglio: non dibattuto per nulla - il Patto commerciale che Taipei sta discutendo con Pechino. Per questa ragione vi sono state fortissime critiche dell'opposizione, accusando il presidente Ma Ying-jeou e il suo governo di "non rivelare punti importanti delle susseguenti trattative" e di "voler firmare accordi senza l'espressa volontà dei cittadini".
Il tutto ha poi portato alla protesta degli studenti (la "protesta dei girasoli") cha hanno occupato il parlamento tra il 18 marzo e il 10 aprile e la decisione del governo di rivedere punto per punto l'intero percorso dell'accordo.