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mercoledì 3 agosto 2011

Un milione di robot nelle fabbriche dell'iPhone

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

La Foxconn, che costruisce i dispositivi di Apple, Amazon, Sony, Dell, annuncia di voler incrementare il numero di automi nelle sue fabbriche. Dai 10 mila di oggi, a 300 mila l'anno per i prossimi tre anni. A rischio un milione e 200 mila posti di lavoro. In quest'azienda, nel 2010, si sono verificati una serie di suicidi di JAIME D'ALESSANDRO

ROMA - Impiegare un milione di robot entro tre anni. Il piano è della Foxconn International Holdings, la più grande multinazionale in fatto di componenti elettronici con un giro d'affari da circa 60 miliardi di dollari. Colosso taiwanese che costruisce in Cina dispositivi come iPhone e iPad della Apple, parti della PlayStation 3 della Sony, del Kindle di Amazon e che ha per clienti buona parte dei giganti dell'elettronica, da Dell a Nintendo, passando per Microsoft, Acer, Nokia, Intel.

I suoi dipendenti, un milione e duecentomila persone concentrate soprattutto nelle tredici fabbriche cinesi, potrebbero quindi perdere il lavoro a breve. Terry Gou, fondatore e amministratore delegato della compagnia, ha appena annunciato di voler aumentare il numero di automi nella sua azienda facendoli passare dalle attuali diecimila unità a circa trecentomila per il prossimo anno. Con l'obbiettivo di raggiungere il milione entro il 2014.

Un piano industriale che non ha precedenti. Basti pensare che il mercato dei robot valeva fino ad oggi 16 miliardi di dollari. Potendo contare, al di là della forma o della funzione, su poco più di un milione di unità attive in tutto il mondo. In Giappone, Stati Uniti, Corea del Sud, Cina, Germania e Italia ne sono stati venduti 53 mila nel 2010, dei quali circa 2900 nel nostro Paese. I robot industriali, la maggioranza, vengono impiegati appunto nella fabbricazione di tecnologia di consumo, di automobili e nella farmaceutica. Almeno stando alla International Federation of Robotics, associazione che dal 1987 studia questo settore.

La Foxconn era già finita sotto i riflettori nel 2010 a causa della serie di suicidi 1 avvenuti a gennaio e febbraio fra i suoi dipendenti. Quattordici persone che si son tolte la vita a causa delle dure condizioni di lavoro e delle discriminazioni, presunte, fra impiegati di Taiwan e impiegati cinesi. Lo scandalo aveva portato a una serie di indagini interne, a una difesa d'ufficio di Steve Jobs 2, capo di Apple, e a un modulo di impegno per non commettere suicidio fatto firmare dalla Foxconn agli operai. All'epoca Terry Gou aveva dichiarato di esser talmente preoccupato per quanto accaduto da non poter più dormire la notte.

L'impiego di un milione di robot dovrebbe risolvere alla base il problema, almeno dal suo punto di vista. Si tratta di una decisione che altre aziende che costruiscono in Cina potrebbero seguire, dando vita a un processo che avrà effetti simili alla deindustrializzazione di Detroit e del Michigan. Fra il 2000 e il 2008, nella cosiddetta Motor City, a causa dello spostamento nei Paesi emergenti della produzione di automobili, si persero 150 mila posti di lavoro. Ultima fase di un lungo declino, ne parlò anche Michael Moore nel suo primo documentario Roger & Me, che ha dimezzato gli abitanti della metropoli americana dai due milioni degli anni Cinquanta ai 713 mila di oggi.

Stavolta però il fenomeno è su scala maggiore e accadrà più velocemente, investendo in particolar modo Shenzhen, città costiera cinese dove sono concentrate molte delle fabbriche della Foxconn.

(01 agosto 2011) © Riproduzione riservata

mercoledì 13 luglio 2011

Giappone, svolta del premier "Futuro senza nucleare"

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Dopo l'incidente di Fukushima il primo ministro Naoto Kan annuncia che il Paese ridurrà progressivamente il ricorso all'atomo: "Dobbiamo concepire una società che possa farne a meno". E sui reattori della centrale: "Potrebbero volerci oltre dieci anni per smantellarli"

TOKYO - Il premier giapponese Naoto Kan ha dichiarato che il Giappone deve ridurre la propria dipendenza dell'energia nucleare e puntare verso una società in grado di farne a meno. Tenuto conto della gravità dell'incidente di Fukushima, "non si può più sostenere che la politica condotta fino ad oggi garantisca la sicurezza dello sfruttamento dell'energia nucleare. Dobbiamo concepire una società che possa farne a meno", ha spiegato Kan in conferenza stampa. Parlando del disastro di marzo, il primo ministro ha affermato che "ci potrebbero volere cinque, dieci anni o anche più per il definitivo smantellamento dei reattori della centrale".

"Riduzione a favore delle energie rinnovabili". Secondo il capo del governo nipponico è necessario rivedere i fondamentali della politica energetica del Paese che, prima dell'incidente alla centrale nucleare, prevedeva un aumento della quota di elettricità fornita dal nucleare fino al 50% entro il 2030, contro il 30% nel 2010. Kan è a favore di una "riduzione progressiva" della quota nucleare a favore delle energie rinnovabili, solare, eolico e da biomassa, con l'obiettivo finale di un abbandono completo del nucleare.

In Giappone ci sono attualmente 54 reattori, di cui solo 19 in funzione: gli altri 35 sono fermi, alcuni a causa del terremoto, altri per manutenzione. Un blocco che, ha spiegato il premier, assicura comunque una produzione energetica sufficiente sia per l'estate sia per l'inverno. Il governo ha imposto che prima di essere riavviati vengano sottoposti a nuovi e severi test di resistenza ad eventi catastrofici naturali. Il dibattito su una legge quadro sulle energie rinnovabili dovrebbe cominciare domani in Parlamento.

(13 luglio 2011) © Riproduzione riservata

martedì 5 luglio 2011

Giappone, si dimette il neo-ministro per la Ricostruzione

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Si era rifiutato di stringere la mano al governatore di una prefettura colpita dallo tsunami, suscitando indignazione popolare

Dopo solo una settimana dalla sua nomina, il ministro giapponese per la Ricostruzione, Ryu Matsumoto, ha rassegnato le proprie dimissioni. Le modalità con cui egli aveva iniziato a gestire i rapporti con i governatori delle regioni colpite dal terremoto e dallo tsunami del marzo scorso hanno suscitato indignate reazioni nell'opinione pubblica, scatenatasi sul web.

In un primo tour in qualità di neo-ministro, Matsumoto si era era recato in visita nelle prefetture colpite dallo tsunami di Iwate e Miyagi, ma il suo comportamento è stato giudicato alquanto spiacevole. Il ministro si rifiutò di stringere la mano del governatore di Miyagi come segno di protesta dal momento che quest'ultimo lo avrebbe fatto attendere qualche minuto prima di presentarsi. A Takuya Tasso, invece, governatore di Iwate, Matsumoto disse che il governo "avrebbe aiutato solo le regioni che avessero presentato delle proposte". In conferenza stampa, in seguito, aveva assunto toni minacciosi nei confronti dei giornalisti, intimati di non diffondere le sue dichiarazioni, pena la chiusura delle loro redazioni.

Le Tv hanno trasmesso le dichiarazioni del ministro 60enne, e la dura reazione dell'opinione pubblica non si è fatta attendere. Sul web e non solo, si sono moltiplicate le richieste di dimissioni, arrivate infine oggi, in una conferenza stampa a Tokio, con queste parole: "Vorrei scusarmi per aver offeso le persone che vivono nelle aree disastrate. Pensavo di essere stato vicino emotivamente alle vittime del disastro, ma mi sono mancate le parole giuste e i miei commenti sono stati troppo duri".

Le dimissioni di Matsumoto colpiscono un governo già in difficoltà. Il ministero per la Ricostruzione è una creazione recente dell'impopolare premier Naoto Kan, che attraverso l'istituzione del dicastero cercava di smorzare le frequenti critiche alla sua gestione dei disastri che hanno colpito il Paese.

giovedì 30 giugno 2011

Cina, rinnovati i rapporti di amicizia con il Sudan

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Omar el-Bashir in visita a Pechino è stato accolto come 'un amico e un fratello'. I due Paesi mirano a rafforzare la cooperazione soprattutto nel settore minerario e agricolo

La Cina ribadisce il proprio rapporto di amicizia con il Sudan, nel giorno successivo alla visita del presidente Omar el-Bashir. Quest'ultimo, accusato di crimini contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale, è stato ricevuto da Hu Jintao come un "amico e un fratello". La foto dei due leader si trova oggi sulla prima pagina di molti giornali cinesi.

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Pechino, il portavoce governativo Hong Lei ha dichiarato: "L' amicizia tra Cina e Sudan ha radici antiche, e la Cina non cambierà la sua politica di amicizia qualsiasi siano gli sviluppi della situazione internazionale e di quella sudanese". "Pechino - ha aggiunto - ha sempre rispettato le scelte del popolo sudanese e spera che il Nord e il Sud possano procedere secondo gli interessi fondamentali della nazione e raggiungere una pacifica riconciliazione nazionale". La Cina vorrebbe inoltre rafforzare la cooperazione col Sudan, e farla avanzare soprattuto nei settori minerario e agricolo.

Le autorità di Pechino hanno inoltre replicato alle accuse di Amnesty International, che in un rapporto diffuso oggi parla di "attacco implacabile" della Cina agli avvocati per i diritti umani. "Gli avvocati cinesi - ha sostenuto il portavoce del ministero degli Esteri in una conferenza stampa a Pechino - fanno il loro lavoro sulla base della Costituzione, e non esistono le cosiddette scomparse o detenzioni arbitrarie".

martedì 7 giugno 2011

Al via il welfare alla cinese

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Una legge di sicurezza sociale rende il Dragone un po' più simile all'Occidente e coinvolge anche gli stranieri. Ma i primi a lamentarci siamo proprio noi

Entra in vigore il primo luglio, ma già scatena polemiche: è la legge di sicurezza sociale cinese, approvata lo scorso ottobre. Per le autorità di Pechino è un passo verso l'integrazione con i Paesi sviluppati d'Occidente, nel segno del welfare, dei diritti e dei doveri. Ma per chi ha puntato sulla Cina come paradiso del business senza vincoli, è una sciagura.

La legge è il primo tentativo organico di trovare risorse per finanziare lo stato sociale. In estrema sintesi, prevede che sia imprese sia dipendenti che operano e risiedono in Cina paghino le tasse che andranno poi a finanziare pensioni, sistema sanitario, sussidi di disoccupazione, infortuni sul lavoro e maternità.
Si applica anche agli stranieri che da più di sei mesi lavorano in Cina, e qui sorgono i problemi. Se autorità e commentatori locali sono infatti concordi nel sostenere che la legge "assicurerà ai dipendenti stranieri gli stessi benefici dei cinesi" (nonché i doveri), il Wall Street Journal e alcune imprenditori occidentali si sono già affrettati a sottolineare come Pechino intenda far pagare ai cosiddetti expat il proprio welfare.

I circa seicentomila stranieri che lavorano in Cina, di fatto, pagheranno le tasse e potranno accedere ai servizi previsti dalla legge. Nulla di strano: giusto per fare un esempio, anche un italiano che vive e risiede in Svezia paga tasse e contributi previdenziali che poi gli ritorneranno sotto forma di cure sanitarie e pensione d'anzianità.
Nel malcelato fastidio espresso dal capitalismo occidentale c'è sicuramente un aspetto ideologico: la salute non è un diritto, ma una merce che si paga; e per la pensione ci sono le assicurazioni private. Ma il problema sembra risiedere soprattutto nella traduzione nel particolare contesto cinese di un principio condiviso dai più e della conseguente norma di legge.

Prima di tutto, non è ancora chiaro a quanto ammonteranno le aliquote e, così pare, le autorità locali avranno ampia discrezionalità in merito. In Cina non è raro che i dettagli di una legge emergano mesi dopo la sua entrata in vigore, il rischio è che un eccesso di discrezionalità determini arbitrio. Se i contributi saranno analoghi a quelli dei cinesi, si calcola che se ne andranno in tasse il 37 per cento dei profitti mensili di un'azienda e l'11 per cento del salario di un dipendente. Il blog Shangaiist traduce questa percentuale in moneta sonante: ogni lavoratore potrebbe costare alla sua azienda fino all'equivalente di 450 euro mensili in contributi; 130 euro saranno a carico del lavoratore stesso. Ma sono solo previsioni e per avere la certezza bisognerà attendere.
La seconda obiezione riguarda i contributi pensionistici. La legge stabilisce che un dipendente straniero deve aver vissuto almeno quindici anni in Cina per avere diritto a una pensione. La maggior parte dei lavoratori stranieri pratica invece un'emigrazione mordi e fuggi, resta oltre Muraglia per periodi inferiori. Rischiano di perdere i contributi? Le autorità cinesi hanno specificato che, con appositi accordi, gli anni di contributi potranno essere conteggiati anche dopo il ritorno in patria.
C'è poi il problema di chi ha già un'assicurazione privata stipulata nel Paese d'origine. In questo caso, le autorità cinesi parlano di "accordi di sicurezza sociale bilaterali" con i singoli Paesi d'appartenenza: con Germania e Corea del Sud esistono già.
Infine ci sono perplessità sulla qualità dei servizi: perché, sostengono gli scettici, un dipendente straniero dovrebbe pagare per un sistema sanitario pubblico di cui non si conosce l'efficienza? Al di là del fatto un'obiezione del genere potrebbero farla anche i lavoratori cinesi, questo è il rischio che si corre un po' dappertutto nel mondo. E finché in Cina non si inaugurerà un sistema sanitario pubblico universale, non si potrà neanche verificare la sua efficienza. L'Occidente, detta diversamente, non può criticare la Cina perché non si conforma ai diritti come li intendiamo noi, e poi continuare ad attaccarla quando decide di farlo.

Il sospetto è che però ci sia qualcosa che i critici occidentali della legge non vogliono dire: il fatto cioè che un welfare cinese, e la necessità di finanziarlo, renda meno conveniente esternalizzare le produzioni in Cina. Più tasse, più costo del lavoro, anche per i recenti aumenti salariali determinati da alcune lotte vittoriose del proletariato cinese: c'è il rischio di dover traslocare in fretta e furia in qualche altra "fabbrica del mondo" più a buon mercato.
Qui l'Occidente misura una delle sue contraddizioni più stridenti. Da anni ormai, ci lamentiamo proprio perché le imprese nostrane delocalizzano oltre Muraglia, alla ricerca di vantaggi competitivi, e non creano più occupazione dalle nostre parti. Adesso che il modello cinese sta cambiando, temiamo di perdere proprio i vantaggi che ci spingevano là. Insomma, l'aumento del costo del lavoro e della fiscalità rende la Cina più simile a noi e non siamo più tanto sicuri che questo ci piaccia.

Gabriele Battaglia

lunedì 30 maggio 2011

Corea del Nord, interrotte le trattative con Seul

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione nazionale di Difesa nordcoreana, che minaccia rappresaglie contro il Sud

La Corea del Nord interrompe le trattative con la Corea del Sud, con la quale taglia ogni "comunicazione di tipo militare", e annuncia una vera e propria rappresaglia "contro la guerra psicologica" anti-Pyongyang promossa da Seul. Lo riferisce la Kcna, che cita un portavoce della Commissione nazionale di Difesa nordcoreana. Quest'ultimo ha dichiarato inoltre che che verrà chiuso l'ufficio di collegamento nella zona del Monte Kumgang.

Il Nord minaccia di intraprendere "un'azione fisica, senza alcun preavviso e in qualsiasi momento, contro ogni bersaglio, per fare fronte alla guerra psicologica anti-Repubblica popolare democratica di Corea". "L'esercito e il popolo della Corea del Nord - ha poi dichiarato il portavoce di Pyongyang - non potranno mai negoziare con il traditore Lee Myung-bak e il suo clan".

L'annuncio delle autorità nordcoreane arriva pochi giorni dopo l'auspicio del "caro leader", Kim Jong-Il, di riprendere i colloqui col Sud, espresso a conclusione della sua recente visita in Cina.

giovedì 28 aprile 2011

Cina, la fuga di Paperone

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

La nuova emigrazione è quella dei ricchi: talenti e risorse se ne vanno

I ricchi cinesi emigrano. È forse questa la scoperta più curiosa del 2011 China Private Wealth Study, a cura della China Merchants Bank e dell'agenzia di consulenza Bain & Company.
È una nuova onda iniziata da un paio d'anni, che segue quella degli intellettuali (anni Settanta) e dei "talenti tecnologici" (anni Novanta).
Il Dragone, terra promessa per chi vuole fare business o comunque svoltare collocandosi nella parte più dinamica del mondo, si trasforma automaticamente in un luogo da cui fuggire mano a mano che il patrimonio sale.

Almeno il sessanta per cento dei cinesi ad alto reddito è emigrato all'estero o ha intenzione di farlo. Per "alto reddito" si intendono gli individui che dispongono di almeno 10 milioni di yuan (poco più di un milione di euro) da investire. Attualmente sono circa 500mila; se la media si attesta sui 30 milioni (poco meno di 3 milioni e 150mila euro) di patrimonio, tra di loro c'è anche un'élite di ricchissimi - circa ventimila persone - che dispone di almeno 100 milioni di yuan (10 milioni di euro e briciole). La fetta di ricchezza complessiva di cui dispongono questi paperoni cinesi è stimata sui 15mila miliardi di yuan e dovrebbe salire a 18mila miliardi il prossimo anno.

Emigrano soprattutto negli Usa, in Canada, Gran Bretagna e Australia. Paesi dove trovano migliori scuole per i loro figli e schemi pensionistici più vantaggiosi. Queste sono le ragioni che i più indicano all'origine della propria scelta. Le tasse invece non c'entrano, visto che solo il sei per cento dichiara di andarsene dalla Cina per l'eccessivo carico fiscale.
Nessun riferimento a un'eventuale scelta politica, ma forse non era quello l'oggetto d'indagine della ricerca. D'altra parte stiamo parlando del ceto di nuovi ricchi che ha beneficiato delle peculiarità insite nel sistema cinese, al suo interno ha costruito le proprie fortune anche grazie alla deregulation nel mercato del lavoro e alla compressione dei salari. Perché dovrebbero criticarlo?
Se ne vanno grazie a speciali programmi messi i piedi dai Paesi che li ospitano e che legano permessi di immigrazione a investimenti in loco. I laowai (stranieri) accolgono loro ma, soprattutto, i loro portafogli.

E così noi li vediamo fare shopping nelle capitali del mondo - soprattutto quello anglosassone - senza sapere che proprio lì vivono. A volte, qualche governo si preoccupa un po'. Così, per esempio, di fronte al raddoppiamento dell'immigrazione cinese tra il 2008 e il 2010, il Canada ha pensato bene di raddoppiare anche il livello minimo di investimento per concedere il visto: almeno 1,6 milioni di dollari canadesi (poco più di un milione di euro) in patrimonio netto. Li vogliamo ricchi, ma ricchi davvero.

Questo esodo pone un paio di quesiti alla Cina stessa.
Primo. Quanta ricchezza di quella che i ricchi emigranti esportano con la propria persona ritorna poi in Cina sotto forma di rimesse o nuovi investimenti?
Secondo (collegato al primo). Il Dragone non riconosce la doppia nazionalità. Se uno emigra, perde il passaporto cinese. Non sarà forse il caso di rivedere questa normativa per evitare che un ricco se ne vada definitivamente, senza restituire nulla al Celeste Impero?

Su Global Times - versione pop del Quotidiano del popolo - un commento stigmatizza il fenomeno e si chiede come arginarlo. Chiunque - si legge - ha diritto di investire e risiedere dove gli pare, ma il fatto che questo determini un fuggi fuggi di ricchezze e (soprattutto) talenti rivela che è proprio il sistema cinese a non funzionare. O a non funzionare più.
Bisogna quindi offrire più qualità di vita, sia ai ricchi sia ai poveri, e Global Times insiste su un'idea allargata di welfare: "Le persone che dispongono di grandi fortune perseguono uno stile di vita altamente qualitativo, ma in Cina il welfare pubblico e i servizi, come l'istruzione e l'assistenza sanitaria, sono ben lungi dal soddisfare le aspettative della gente comune, figuriamoci dei ricchi.
Un esempio è quello della sicurezza alimentare. Recenti statistiche rivelano che, se il 99,8 dei generi alimentari destinati all'esportazione rispettano i requisiti di sicurezza, la percentuale destinata al mercato interno scende sotto il 90 per cento."

È una soluzione che tiene insieme i destini di chi ha e chi non ha: tutti vogliono migliorare il proprio status, nessuno vuol finire avvelenato da cibi più scadenti di quelli export-oriented.
Ma non tiene conto del fatto che gli interessi, con i redditi, divergono. Quando si parla di welfare, ci vuole qualcuno che lo finanzi attraverso tasse e investimenti sul territorio. Il multimilionario che salta sul primo aereo per Vancouver non sembra di questo avviso.

La Cina riscopre le divisione in classi e proprio nel momento in cui vuole ridurre il divario tra ricchi e poveri, è pugnalata alle spalle dai suoi paperoni: quelli che proprio il sistema ha prodotto e che oggi non accettano di redistribuire le proprie risorse.

lunedì 18 aprile 2011

Cina & Co.

Articolo tratto da Rinascita (http://www.rinascita.eu), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".

Buone nuove dalla Cina. (Per i “globalizzatori”, però, sono cattive). La “Banca popolare cinese” - la stessa che nel mondo acquista a man bassa i debiti pubblici, ultimo, quello spagnolo: poi tocca a noi... e che ha le sue riserve zeppe di dollari-carta straccia - ha deciso un secco rastrellamento della liquidità.
Complice il suo 9,7 per cento di crescita economica annua, dietro l’angolo di Pechino sta bussando un mostro ben conosciuto in Occidente: l’inflazione. Un mostro che, se non governato, porrebbe nuove minacce alla stabilità sociale, già assai precaria in un sistema anomalo che esclude sia pensioni e assistenza al commercio e sia garanzie di qualità del lavoro e di equilibrio tra redditi e produzione. E, al contrario, un mostro che, se frenato, come sembra oggi la linea di Pechino, frena appunto la liquidità, arresta i prestiti e gli investimenti sia delle imprese che delle famiglie.
Fatto sta che non soltanto la produzione ma anche la crescita dei prezzi al consumo (+5,4% a marzo) sta mettendo su un delicato crinale la politica monetaria cinese.
La decisione della Banca centrale di aumentare fino al 20,5% l’ammontare dei fondi di riserva di liquidità delle banche (quarto aumento in pochi mesi) è mirato a frenare la corsa (+37% in un quadrimestre) dei mutui per l’acquisto di immobili. Si badi bene: la proprietà della casa era stata esclusa ex lege per mezzo secolo dal sistema comunista.
Ma non potrà che rallentare anche il vasto programma infrastrutturale (servizi, trasporti, telecomunicazioni, strade, ferrovie, porti) previsto dal governo di Pechino.
Chissà. Forse questi problemi interni rallenteranno l’assalto cinese alle economie delle altre nazioni.