Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

mercoledì 26 dicembre 2012

Giappone, Shinzo Abe eletto primo ministro

da www.repubblica.it


Il nuovo premier eletto a grande maggioranza la settimana scorsa nomina il suo gabinetto. Priorità all'economia, per risollevare il Paese in crisi per la deflazione e lo Yen forte. Vola la borsa di Tokyo




Shinzo Abe è stato eletto oggi primo ministro del Giappone dalla maggioranza dei deputati, dieci giorni dopo la schiacciante vittoria del partito liberal-democratico (Pld, destra) alle elezioni anticipate. Considerato un "falco", Abe, 58 anni, ha ottenuto 328 voti su 478, tornando così per la seconda volta alla guida del Paese, dopo il 2006-2007, ma stavolta in una fase di crisi economica e deterioramento delle relazioni diplomatiche, in particolare con la Cina.

Per la nomina del premier si è votato anche nella Camera alta, ma qui il partito liberal democratico è più debole e Abe è stato eletto solo alla seconda votazione.

Nel 2007 Abe si dimise per problemi di salute, che però ha assicurato che non costituiscono più un problema. La sua campagna elettorale è stata incentrata sull'economia, promettendo interventi aggressivi, favorendo politiche espansive sia da un punto di vista monetario sia da un punto di vista della spesa pubblica.

Il premier neo eletto ha puntato sullo scontento degli elettori, promettendo di ripristinare la crescita e di affrontare il problema del crescente debito, oltre che di portare avanti il piano per la ripresa dopo il devastante terremoto dello scorso anno, con lo tsunami e la conseguente crisi nucleare.

Altro nodo centrale della campagna di Abe è stato il suo desiderio di far giocare al Giappone un importante ruolo nel panorama delle potenze mondiali; in particolare si tratta di un concetto particolarmente caro agli elettori preoccupati che il Paese stia assumendo un ruolo di secondo piano rispetto alla Cina, sia dal punto di vista economico che diplomatico. Abe ha promesso di scendere in campo contro Pechino nell'ambito della disputa territoriale per le isole contese Senkaku-Diaoyu e di rafforzare l'alleanza sulla sicurezza con Washington.

Come ministro delle finanze, Abe ha scelto l'ex premier Taro Aso, mentre l'ex ministro al commercio Akira Amari sarà a capo di una task force per la ripresa economica. Il nuovo gabinetto avrà il difficile compito di affrontare l'emergenza deflazione che da anni danneggia l'economia nipponica.

E la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo dell'1,49% e ai massimi degli ultimi 9 mesi dopo l'elezione. L'indice Nikkei si è attestato a quota 10.230,36 punti,il livello più alto dalla chiusura del 27 marzo scorso quando era arrivato a 10.255,15. L'indice Topix ha guadagnato l'1,2% chiudendo a quota 847,71.

A trainare il mercato nipponico e in particolare i titoli dell'export come la Sony è stata la flessione dello yen, arrivato ai minimi degli ultimi 20 mesi sul dollaro in previsione di una politica monetaria e fiscale più aggressiva da parte del nuovo premier.
26 dicembre 2012

lunedì 10 dicembre 2012

Il Giappone va alle urne in recessione

da www.ilsole24ore.com


Il Giappone va alle urne in recessione (Reuters)Il Giappone va alle urne in recessione (Reuters)
Un Paese in recessione va alle urne mentre soffiano venti di populismo, tra le disaffezione degli elettori per i partiti tradizionali: il premier - dopo poco più di un anno di Governo - decide di convocare elezioni anticipate subordinando però le sue dimissioni all'approvazione di una importante legge finanziaria ma rinunciando all'attesa riforma della squilibrata legge elettorale in vigore.
Suona familiare? Il Paese in questione è il Giappone, che da oggi si può definire in recessione tecnica, corrispondente alla definizione generica di due trimestri consecutivi di Prodotto interno lordo a passo di gambero. Se infatti il Pil del terzo trimestre 2012 è stato confermato in contrazione dello 0,9% sul trimestre precedente (-3,5% annualizzato), il dato sul secondo trimestre è stato rivisto al ribasso a una lieve contrazione dello 0,03% (rispetto a un dato preliminare di crescita dello 0,1%).
Il 16 dicembre si tengono le elezioni per la Camera Bassa, dopo che il primo ministro Yoshihiko Noda ha deciso a metà novembre di convocare il popolo alle urne anticipatamente, come promesso già dall'estate scorsa quando ottenne il consenso dell'opposizione al piano per una aumento progressivo dell'imposta sui consumi a partire dal 2014.
Tra i dati rilasciati oggi, due di essi sono migliori delle previsioni: il suprplus delle partite correnti in ottobre è sceso solo del 29,5% rispetto a un anno fa a circa 377 miliardi di yen, mentre la fiducia nel settore dei servizi è migliorata a novembre (ma non quella dei consumatori). A questo punto, si rafforzano le aspettative che la Banca del Giappone, già il 20 dicembre prossimo, possa decidere qualche ulteriore mossa di allentamento della politica monetaria. L'attuale capo dell'opposizione e probabile futuro premier, il leader del partito liberaldemocratico Shinzo Abe, ha fatto delle pressioni sulla banca centrale (per una politica più aggressiva) uno dei punti-chiave della campagna elettorale in corso.

giovedì 15 novembre 2012

Xi Jinping ufficialmente nominato nuovo segretario del partito comunista cinese. Da marzo sarà anche il nuovo presidente della Cina

da www.ilsole24ore.com


La Cina ha il suo nuovo leader massimo. Poche ore fa, il Comitato Centrale del Partito Comunista ha nominato Xi Jinping nuovo Segretario Generale della nomenklatura rossa.
L'attesissima transizione decennale di potere al vertice della superpotenza asiatica si è svolta esattamente come previsto dal copione: Xi è diventato il nuovo comandante supremo; il numero dei membri della cupola del Partito è stato ridotto da 9 a 7; quasi tutti i probabili candidati sono riusciti a varcare il Sacro Soglio della nomenklatura.
Rilassato, sorridente, fin da subito assai meno ingessato del suo predecessore, Xi Jinping ha annunciato se stesso come il nuovo numero uno del Partito. E poi ha presentato la ristrettissima squadra di uomini che guiderà la Cina fino al 2022. "Do il benvenuto ai miei sei compagni all'interno del Comitato Permanente del Politburo" ha detto Xi seguendo la classica liturgia che assegna un peso gerarchico a ciascun leader in base all'ordine di lettura dei nomi.
Eccoli: Li Keqiang, l'uomo che con ogni probabilità sostituirà Wen Jiabao sulla poltrona di premier; Zhang Dejiang, il Segretario del Pcc di Chongqing; Yu Zhengsheng, il numero uno della nomenklatura di Shanghai; Liu Yunshan, il direttore dell'Ufficio Propaganda; Wang Qishan, vicepremier con le deleghe all'economia; Zhang Gaoli, il boss del Partito a Tianjin. Questo pugno di uomini, dal nome finora sconosciuto oltre la
Grande Muraglia, guiderà le sorti del Dragone fino al 2022.
Con un mandato fortissimo. A differenza di dieci anni fa, quando durante la transizione dalla Terza alla Quarta Generazione Jiang Zemin si tenne ben stretta la carica di presidente della Commissione Militare Centrale fino al 2004, questa volta Hu Jintao si è fatto completamente da parte (almeno formalmente, perché poi, nella migliore tradizione della politica cinese, continuerà a esercitare il suo potere e a manovrare dietro le quinte).
Il che ha consentito a Xi Jinping di diventare subito anche comandante supremo dell'Esercito di Liberazione. Così la prossima primavera, quando l'Assemblea Nazionale del Popolo lo acclamerà alla presidenza della Repubblica Popolare, il
nuovo uomo forte di Pechino si ritroverà a controllare tutte e tre le istituzioni chiave: il Partito, lo Stato e le Forze Armate.
Ciononostante, per mantenere il consenso all'interno del Comitato Permanente del Politburo (un fattore cruciale negli equilibri interni al Partito nel dopo Deng), Xi dovrà usare una buona dose di abilità, astuzia, determinazione e diplomazia. Benché ridotta da 7 a 9 membri, infatti, la stanza dei bottoni dell'apparato continuerà a essere l'espressione dei diversi gruppi di potere che tirano le fila della vita politica cinese.
In questo quadro, visto il meccanismo contorto e imperscrutabile che ha disciplinato il cambio della guardia ai vertici del Partito Comunista Cinese, una
domanda è d'obbligo: se i nuovi membri dell'elite rossa sono stati nominati dai loro stessi predecessori, senza uno straccio d'investitura democratica e popolare, cosa cambierà nella vita della superpotenza asiatica?
Naufragati i grandi programmi riformisti annunciati e mai realizzati dal Governo uscente, la lista delle cose da fare che attende la nuova classe dirigente è lunga e composita.
Sul piano economico il paese ha tre priorità. Uno: cambiare il vecchio modello di sviluppo, aumentando il peso della domanda interna e delle produzioni ad alto valore aggiunto, in modo da rompere la storica dipendenza di Pechino dalle esportazioni. Due: riformare il sistema finanziario per preparare il terreno alla piena convertibilità dello yuan. Tre (la
più coraggiosa): rompere lo strapotere dei monopoli pubblici per liberare maggiori risorse a favore del settore privato.
Sul piano sociale l'imperativo categorico è lo stesso di sempre: colmare il divario di ricchezza tra chi ha e chi non ha, tra Nord e Sud, tra città e campagna. Inoltre, se si vuole che i cinesi consumino di più, bisognerà ricostruire un welfare state oggi pressoché inesistente.
Ma è sul fronte politico che il nuovo Governo dovrà muoversi come se procedesse su un campo minato. Esaurita l'epopea del miracolo economico, infatti, il modello basato sulla centralità del partito unico escogitato da Deng Xiaoping negli anni '80 mostra sempre più la corda. E i recenti scandali che hanno travolto la nomenklatura, scoperchiando una corruzione profonda ed endemica all'interno
dell'apparato, hanno complicato notevolmente le cose, rendendo più urgente una metamorfosi del Partito.
Lo si capisce navigando tra i numerosi e attivissimi social network che oggi, nonostante la censura, rappresentano l'unico vero termometro degli umori popolari. Un fatto sembra chiaro: il grado di scontento, disgusto, repulsione e disincanto raggiunto nel paese nei confronti del sistema è prossimo al livello di guardia.
Ecco perché, a differenza di chi l'ha preceduta, la nuova leadership sarà costretta a rispondere concretamente alle numerose istanze di cambiamento provenienti da diversi settori della società cinese. Volente o nolente, perché ne andrà della sua stessa sopravvivenza.

mercoledì 14 novembre 2012

Domani la Cina annuncerà gli uomini alla guida del Paese fino al 2022. Xi Jinping sarà il segretario

da www.ilsole24ore.com


Xi Jinping (LaPresse)Xi Jinping (LaPresse)
PECHINO - La lista dei candidati probabilmente è già pronta da tempo. Ma resterà segreta fino all'ultimo istante. Che è ormai vicinissimo: domani la Cina svelerà al mondo i nomi degli uomini destinati a guidare la superpotenza asiatica fino al 2022.
«Dichiaro chiuso vittoriosamente il Congresso», ha detto oggi il presidente Hu Jintao, facendo calare il sipario sul grande conclave rosso che ha sancito l'attesissima transizione di potere dalla Quarta alla Quinta Generazione di comunisti cinesi. Domani, nella sua prima riunione ufficiale, il Comitato Centrale uscito rinnovato per oltre la metà dei suoi membri (204 effettivi più 170 supplenti) dal Diciottesimo Congresso nominerà il nuovo Politburo che sarà formato da una trentina di persone. Quest'ultimo a sua volta subito dopo eleggerà il suo ristrettissimo ufficio politico, il Comitato Permanente del Politburo: un pugno di uomini (7 o 9) che nei prossimi dieci anni deciderà le sorti della seconda economia mondiale.
L'ordine con cui oggi i leader rossi sono saliti sul palco allestito in pompa magna nella Grande Sala del Popolo ha confermato quali saranno le gerarchie nella nuova classe dirigente che la prossima primavera salirà al potere. Xi Jinping sostituirà Hu Jintao sulle poltrone di segretario del Partito Comunista, presidente della Repubblica e, con ogni probabilità, anche della Commissione Militare. E Li Keqiang diventerà premier al posto di Wen Jiabao.
Ma chi sono i due uomini che si apprestano a salire sulla plancia di comando della corazzata cinese? Risposta ardua, se non impossibile. Perché tracciare il profilo dei leader massimi cinesi è più difficile che abbozzare la biografia di un imperatore o di un papa dell'Alto Medioevo. Le fonti scarseggiano, così ciò che conta di più non è la conoscenza, ma la percezione. Che, solitamente, è a senso unico: un gerarca rosso non può che essere un riformista convinto. È questa, infatti, l'immagine sapientemente costruita a tavolino dalla propaganda di regime, fatta filtrare all'esterno a uso e consumo dell'opinione pubblica domestica e internazionale. Che, oggi più che mai dopo lo scandalo che ha travolto Bo Xilai e le recenti indiscrezioni sulle fortune accumulate dalla famiglia di Wen Jiabao, deve convincersi che il Partito è impegnato in un profondo processo di rinnovamento.
È quindi percepito come riformista Xi Jinping, l'uomo che tra poche ore riceverà da Hu lo scettro e la corona di nuova imperatore cinese. Originario dello Shaanxi, 59 anni, due lauree conseguite alla prestigiosa Tsinghua University, sposato con una famosa cantante d'opera cinese, il futuro leader massimo è un figlio d'arte. O meglio, un "principino rosso". Suo padre, Xi Zhongxun, ricoprì la carica di vicepremier. E per quei tempi si dimostrò un vero riformista: fu lui infatti l'architetto delle Zone economiche speciali volute da Deng Xiaoping nei primi anni '80 per favorire il decollo industriale del paese e attirare gli investimenti stranieri.
Nonostante i suoi nobili natali (cosa che in Cina facilita molto le carriere dei giovani funzionari rampanti), nella scalata al vertice del Partito Xi Jinping ha dovuto farsi le ossa in province "difficili" dell'Impero come l'Hebei (per il tasso di povertà) e il Fujian (per il tasso di corruzione). Dopo aver superato questi due banchi di prova, è stato nominato Governatore del Zhejiang, una delle più ricche province del Paese. Nella primavera 2007, sei mesi prima di entrare nel Comitato Permanente del Politburo, è stato segretario del Pcc a Shanghai. Con un mandato preciso: far pulizia e mettere ordine nel Partito dopo lo scandalo che l'anno prima aveva decimato la nomenklatura cittadina legata all'ex presidente Jiang Zemin.
Ed è addirittura percepito come un super-riformista Li Keqiang. Cinquantasette anni, già segretario del Pcc nella prosperosa provincia di Liaoning, una laurea in economia alla Beijing University, il futuro premier cinese si trascina dietro questa fama fin dai tempi in cui militava nella Lega dei Giovani Comunisti. O almeno così lo descrive chi lo ha conosciuto alla fine degli anni '70 quando, approfittando del clima di profonda disillusione lasciato dalla Rivoluzione culturale, il giovane studente dell'Anhui parlava con disinvoltura di democrazia nei dibattiti interni alla Lega dove, a suo tempo, conobbe il suo futuro mentore, Hu Jintao.
Ma, in Cina come in ogni altra parte del mondo, in politica per far carriera serve una buona dose di cinismo. E così anche il futuro premier, cammin facendo, avrebbe perso per strada buona parte dell'antica stoffa di innovatore, aggiunge maliziosamente chi ha conosciuto Li ai bei tempi, riferendosi a uno sconcertante episodio accaduto alla fine degli anni '90: lo scandalo delle trasfusioni di sangue ai malati di Aids nell'Henan, insabbiato dallo stesso Li che all'epoca era governatore della provincia. E visto che tra i leader della Quinta Generazione Li è quello che parla il miglior inglese, toccherà ai diplomatici e ai capi di Stato stranieri verificare quanto sia ancora viva, autentica e sincera la passione riformista del nuovo primo ministro.

venerdì 19 ottobre 2012

Corea, tensione per volantinaggi aerei Pyongyang minaccia risposta armata

da www.repubblica.it

IL CASO

Attivisti di Seul annunciano per la prossima settimana il lancio di fogli di propaganda da palloni aerostatici. Il regime del nord: "Al primo volantino, attaccheremo". Il sud: "E noi colpiremo le loro basi"

LA COREA del Nord ha minacciato di lanciare uno "spietato attacco militare" se gli attivisti del sud porteranno a termine il loro piano di spargere volantini di propaganda da palloni aerostatici oltreconfine, un'operazione prevista per la prossima settimana. "Nel momento in cui anche solo un volantino sarà catturato verrà lanciato uno spietato attacco militare sul fronte occidendale senza preavviso", ha dichiarato in un comunicato la Korean Central News Agency, avvisando i residenti dell'area da dove gli attivisti faranno partire i palloni ad "evacuare", in modo da "evitare possibili danni".

A sua volta, la Corea del Sud ha dichiarato che risponderà a un eventuale attacco militare nordcoreano: "Se dovesse accadere, noi risponderemo colpendo la base di lancio dei missili", ha detto il ministro sudcoreano della Difesa, Kim Kwan-jin.

Intanto Kim Han-Sol, nipote dell'attuale leader nordcoreano Kim Jong-un, definisce suo zio "dittatore" ed esprime il desiderio di contribuire alla pace nel mondo, "soprattutto a casa". In un'intervista alla tv finlandese Yle registrata a Mostar, città bosniaca dove frequenta lo United World College, il figlio di 17 anni di Kim Jong-nam, primogenito del 'caro leader' Kim Jong-il, afferma di avere "il sogno dell'unificazione coreana, perché è davvero triste non poter andare dall'altra parte e vedere i miei amici".
(19 ottobre 2012)

venerdì 14 settembre 2012

A 18 mesi da Fukushima il Giappone dice addio al nucleare entro 20-25 anni. Tokyo approva nuovo piano energetico nazionale

da www.ilsole24ore.com

A un anno e mezzo dall'incidente di Fukushima, il Giappone ha deciso: darà addio all'energia nucleare entro gli Anni '30 del 2000. Il nuovo piano energetico nazionale approvato dal Governo del premier Yoshihiko Noda rappresenta una completa inversione di tendenza rispetto a quello varato prima della peggiore crisi atomica da Chernobyl, che prevedeva un aumento dal 30% a oltre il 50% della copertura del fabbisogno energetico nazionale con l'energia nucleare. È una decisione che avrà profonde ripercussioni politiche ed economiche, sia al'interno sia sul piano internazionale.
Una vittoria dell'opinione pubblica. Tokyo non avrebbe mai deciso di abbandonare l'energia atomica in mancanza di forti pressioni da parte di vasti strati dell'opinione pubblica e la crescita del movimento anti-nucleare. Gli ambientalisti possono così celebrare quella che considerano una vittoria contro potenti lobby industriali, politiche e militari, che sembrava difficile da raggiungere: basti pensare che l'ex premier Naoto Kan aveva dovuto dimettersi anche per la sua completa opposizione al nucleare e Noda l'aveva rimpiazzato con un programma dichiaratamente possibilista.
Una vittoria per le energia alternative. Noda ha dovuto prendere atto dell'impossibilità di garantire condizioni politiche per la futura apertura di nuove centrali in un Paese che corre continuamente il rischio di spaventose catastrofi naturali. Il nuovo piano energetico stabilisce che l'operatività dei reattori sia strettamente vincolata al limite di sicurezza di 40 anni: quindi nel corso degli anni 30 del 2.000 gli ultimi reattori dovranno per forza essere messi fuori uso. È una tempistica più lunga di quanto deciso dalla Germania (che prevede la fuoriuscita dal nucleare entro un decennio) ma il messaggio è chiaro: i grandi investimenti dovranno essere effettuati sulle energie alternative e nel frattempo dovranno essere destinate maggiori risorse all'importazione di fonti di energia tradizionali. L'allarmismo di chi paventava una crisi energetica, del resto, si è rivelato eccessivo: il Paese è riuscito a passare l'ultima calda estate senza blackout anche se l'elettricità prodotta da fonti nucleari si è ridotta a una quota insignificante: a maggio, per un breve periodo, tutti i 50 reattori sono stati fuori uso per precauzione o manutenzione e la contestata riapertura di due reattori non ha cambiato il nuovo panorama energetico. I recenti incentivi introdotti alla diffusione delle energie alternative stanno già dando importanti risultati. I costi extra per l'energia, comunque, stanno pesando sulla bilancia commerciale nipponica.
I dubbi politici. Gli ambientalisti invitano alla vigilanza perché il piano, prospettando una fuouriuscita a lungo termine, potrebbe rilanciare le pressioni per la riattivazione di altri reattori sul breve periodo. Inoltre la decisione è stata presa da un governo in scadenza guidato da un partito politico destinato a perdere le prossime elezioni, che potrebbero essere anticipate entro la fine dell'anno. Futuri esecutivi, insomma, potrebbero essere più "elastici" anche se difficilmente è ipotizzabile un dietro-front.
Le conseguenze internazionali. Si tratta di una battura d'arresto per l'intero settore dell'energia nucleare che, data la sua natura interconnessa sul piano internazionale (dalla costruzione di centrali al riciclaggio del combustibile nucleare spento, fino alle implicazioni sulla sicurezza nazionale), sta provocando preoccupazioni in Usa, Francia e Gran Bretagna. La diplomazia giapponese ha cercato di rassicurare questi Paesi, sottolineando che il nuovo piano energetico è a lungo termine e consentirà di gestire la transizione in modo appropriato e flessibile. Molti Paesi emergenti non hanno intenzione di rinunciare al proposito di aumentare o introdurre l'energia nucleare, ma la decisione nipponica potrebbe contribuire a far decollare movimenti "no nukes": rischia di assumere un sapore neo-colonialista, insomma, l'acquisto di centrali da una Toshiba che non può più costruirle nella sua patria per motivi di sicurezza.
Gli effetti sui mercati. Ci sarà meno domanda per l'uranio: del resto, in anticipazione della decisione di Tokyo, questa settimana i suoi prezzi spot hanno già cominciato a calare, scendendo ai minimi da quasi due anni (-10% nell'ultimo anno). Al contrario, la richiesta di molte materie prime legate all'energia è destinata ad aumentare oltre le passate proiezioni. Il Giappone è il terzo importatore mondiale di petrolio e continuerà dunque a richiedere grandi quantità di petrolio, carbone e gas. Sarà una bonanza, in particolare, per il settore del gas naturale liquefatto (Lng) di cui Tokyo è già il maggiore importatore mondiale. Per il Giappone, poi, diventa quasi impossibile rispettare i precedenti impegni sulla riduzione delle emissioni nocive nell'atmosfera. È probabile, insomma, che ci sarà più Co2 nell'atmosfera, prima che l'arrivo di avanzamenti tecnologici che diffondano più rapidamente le energie alternative consentano una sua riduzione. L'incentivo agli investimenti in questo campo si è rafforzato. Anche fuori dal Giappone.

martedì 11 settembre 2012

Isole contese, la Cina invia pattugliatori "Salvaguarderemo la nostra sovranità"

da www.repubblica.it

ASIA

Nuovo capitolo nell'escalation della tensione per le Senkaku (o Diaoyu, in cinese). Sono disabitate, ma ricche di pesce e possibili giacimenti di gas. Il Giappone le amministra in base a un trattato con gli Usa non riconosciuto da Pechino. E ora Tokyo perfeziona l'atto di acquisto di tre dei cinque isolotti

TOKYO - Due pattugliatori appartenenti alla Sorveglianza Marina Cinese (Cms) hanno raggiunto le acque delle isole Senkaku, contese con il Giappone e che in cinese si chiamano Diaoyu. Lo riferisce l'agenzia Nuova Cina che spiega che la mossa tende a confermare la sovranità cinese sulle isole, amministrate da Tokyo e rivendicate da Pechino e Taiwan. Il servizio di sorveglianza, secondo l'agenzia, ha realizzato un piano di azione per "la salvaguardia della sovranità e prenderà azioni a seconda dello sviluppo della situazione".

Un nuovo capitolo nell'escalation della tensione tra Giappone e Cina per questi isolotti, disabitati ma ricchi di pesce e possibili giacimenti di gas. Contemporaneamente il governo giapponese ha firmato il contratto d'acquisto con la famiglia Kurihara di tre delle cinque isole maggiori dell'arcipelago. L'operazione, al corrispettivo di 2,05 miliardi di yen (20,5 milioni di euro), è stata finalizzata dopo lo stanziamento delle risorse prelevate dal consiglio dei ministri dai fondi di riserva, malgrado Pechino avesse messo in guardia il
Giappone contro un atto considerato "illegale" e minacciato "misure necessarie", la prima delle quali è l'invio dei due pattugliatori. "E' importante evitare malintesi ed emergenze impreviste se vi è una situazione che alimenta sentimenti nazionalisti in entrambi i Paesi", ha commentato il capo di gabinetto nipponico, Osamu Fujimurà.

Ad agosto 1, alcuni cittadini cinesi erano sbarcati su queste isole ed erano stati arrestati, causando la protesta di Pechino. Liberati, sono rientrati in patria come eroi. Per tutta risposta, il Giappone ha inviato navi cariche di cittadini e politici per rivendicare il possesso di queste isole.

Le Isole Senkaku. Le isole fanno parte della prefettura di Okinawa e il loro territorio è amministrato dalla città di Ishigaki. In seguito alla sconfitta cinese nella Prima guerra cino-giapponese (1894-1895) e al trattato di Shimonoseki (aprile 1895), le isole passarono sotto la sovranità dell'Impero giapponese. Poi sotto l'mministrazione americana dopo la sconfitta nipponica nella Seconda guerra mondiale, per poi tornare dal 1972 con il trattato di pace di San Francisco tra Usa e Giappone, all'amministrazione giapponese, non riconosciuta dalla Repubblica popolare cinese e dalla Repubblica di Cina (Taiwan), che non hanno firmato il trattato.
(11 settembre 2012)

giovedì 23 agosto 2012

Giappone, premier Noda convocherà elezioni anticipate a novembre

da www.ilsole24ore.com

Il premier giapponese Yoshihiko Noda avrebbe intenzione di convocare elezioni anticipate nel prossimo novembre: è quanto riporta l'agenzia di stampa nipponica Kyodo, citando fonti dell'opposizione e senza fornire ulteriori dettagli. Noda era stato costretto a impegnarsi a convocare un voto anticipato per ottenere l'assenso dell'opposizione alla legge con la quale il governo ha raddoppiato l'Iva, nel tentativo di ridurre il debito pubblico: una misura sostenuta dalla maggior parte dei commentatori ma cui si è detta favorevole meno di metà dell'elettorato nipponico.

venerdì 1 giugno 2012

Cina, l’industria rallenta ancora

da www.eilmensile.it

1 giugno 2012versione stampabile
In Cina il Purchasing Managers Index, l’indicatore dell’attività manifatturiera, ha segnato una flessione in maggio, scendendo a 50,4, rispetto a 53,3 di aprile. Le attese di Bloomberg parlavano di un indice in flessione, ma solo a quota 52.
Il dato, diffuso oggi dall’agenzia Nuova Cina, conferma che l’economia cinese ha rallentato il suo ritmo di crescita, che per il 2012 sarà, secondo le previsioni, compreso tra il 7,5 e l’8,5 per cento.
La Cina ha fatto registrare nei primi 4 mesi del 2012 una crescita dell’8,1 per cento che, secondo tutti i pareri, è inferiore alle attese (statisticamente la più bassa dal 2009). Per questo motivo, il governo ha annunciato un pacchetto di stimoli che sarà presumibilmente lanciato tra agosto e settembre e che, con il concorso di investimenti privati, dovrebbe riversare in settori strategici dell’economia circa mille miliardi di yuan (quasi 130 miliardi di euro).

martedì 29 maggio 2012

Pechino prepara un nuovo piano di stimolo per l'economia a base di opere pubbliche

da www.ilsole24ore.com

:








SHANGHAI – A giudicare dal rimbalzino di oggi, i mercati internazionali sembrano pronti a scommettere sull'imminente lancio di un piano di stimolo economico da parte del Governo cinese. Probabilmente, hanno ragione. A Pechino, infatti, le indiscrezioni circolate nell'ultima settimana sull'arrivo di un pacchetto di misure fiscali imperniato sul rilancio delle opere pubbliche e dei grandi lavori trovano sempre maggiori conferme.
Il via libera definitivo alla manovra di sostegno alla crescita economica, che ad aprile ha segnato ancora il passo (secondo i criteri cinesi, perché quasi tutte le voci del Pil continuano a espandersi a tassi a due cifre ma a una velocità inferiore rispetto ai mesi precedenti), sarebbe arrivato da una riunione del Consiglio di Stato svoltasi il 23 maggio.
Sul tappeto restano però due incognite: l'entità e le modalità del piano di rilancio della congiuntura. Sul primo punto, gli analisti e gli osservatori sono concordi nel ritenere che il pacchetto di stimolo prossimo venturo avrà una portata sensibilmente inferiore rispetto alla super-manovra da 600 miliardi di dollari varata dal Dragone nell'inverno 2008-2009 per contrastare sul piano domestico gli effetti della grande crisi finanziaria internazionale.
«Probabilmente, la massiccia iniezione di fondi pubblici di tre anni fa arrecò più danni alla crescita economica di lungo termine del Paese, rispetto ai benefici ciclici ottenuti nel breve periodo», avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. Con queste premesse, Tao stima che la manovra di stimolo attesa per il secondo semestre 2012 si aggirerà tra mille e 2mila miliardi di yuan, vale a dire che il suo ammontare massimo sarà pari alla metà di quella del 2009.
Per quanto riguarda le modalità del piano di sostegno alla crescita economica, sempre stando alle indiscrezioni di stampa e alle previsioni degli esperti, la parte del leone toccherebbe agli investimenti in opere infrastrutturali. La ragione è semplice: come testimonia l'esperienza di tre anni fa, l'apertura di nuovi cantieri per i grandi lavori pubblici è lo strumento più efficace per stimolare la domanda aggregata. Almeno nel breve periodo.
In questo quadro, più che varare nuovi progetti da zero, è probabile che Pechino acceleri la realizzazione di una serie di opere infrastrutturali già decise e approvate dagli organi competenti.
La lista dei grandi lavori pubblici pronti nella pipeline del Governo cinese è lunga e composita. Si va dall'energia: a maggio è stata approvata la costruzione di oltre 30 centrali eoliche e di una dozzina di centrali idroelettriche. Ai trasporti: Pechino ha già dato semaforo verde alla realizzazione di migliaia di chilometri di nuove strade, ferrovie e metropolitane e di 4 aeroporti nell'Ovest del paese. Dal trattamento delle acque e dei rifiuti, all'edilizia popolare e le infrastrutture rurali.
Il piano di stimolo all'economia, inoltre, dovrebbe contenere misure a favore del credito alle piccole e medie imprese; incentivi ai consumi in settori chiave come gli elettrodomestici e i materiali da costruzione; detassazione degli utili societari.

martedì 15 maggio 2012

Area di libero scambio nel Far East

da www.ilsole24ore.com


SHANGHAI - Un'area di libero scambio grande come un continente composta dalle economie più dinamiche del pianeta.
Il sogno nel cassetto di Cina, Corea e Giappone potrebbe diventare presto realtà. Durante il fine settimana, in un vertice svoltosi a Pechino, le tre potenze del Nordest asiatico hanno siglato un documento preliminare per l'apertura di un negoziato trilaterale finalizzato alla creazione di una zona comune di libero scambio. «Quest'accordo stimolerà la vitalità economica della regione e accelererà l'integrazione commerciale tra i nostri Paesi» ha detto il premier cinese, Wen Jiabao, al termine del summit trilaterale di Pechino. Il negoziato dovrebbe iniziare già entro la fine del 2012.

I numeri in gioco sono grossi. Cina, Corea e Giappone insieme generano circa il 20% del Prodotto interno lordo mondiale e realizzano oltre il 18% del totale delle esportazioni globali. Giusto per avere un termine di paragone della nuova area di libero scambio asiatica messa in incubatrice a Pechino, il Nafta (Stati Uniti, Canada e Messico) genera il 27% del Pil planetario e l'Unione Europea il 26 per cento.

Le economie dei tre giganti asiatici, il cui interscambio commerciale complessivo è stato pari a 690 miliardi di dollari nel 2011, sono già strettamente interdipendenti. La Cina, con la sua industria manifatturiera caratterizzata da un basso costo del lavoro, è la principale partner commerciale di Corea e Giappone. E da anni è diventata la piattaforma produttiva delle aziende coreane e giapponesi dell'elettronica, dell'informatica, dell'automotive e della meccanica.

Lo schema è complesso, ma funziona perfettamente. Componenti e semilavorati made in Korea e made in Japan vengono importati in Cina per essere assemblati; e poi vengono riesportati oltre la Grande Muraglia come made in China. Questo processo è già assistito da una serie di esenzioni o di facilitazioni doganali, ma ovviamente, se potesse avvenire in un regime di completo libero scambio, risulterebbe ancor più efficace e competitivo per tutte le controparti.

Il progetto è ambizioso. Soprattutto in una fase di grande difficoltà congiunturale come questa, con il fantasma del protezionismo che si agita in ogni angolo del pianeta come possibile rimedio scaccia crisi. «Il rafforzamento dell'integrazione regionale è una risposta contro il protezionismo perché consentirà ai nostri tre Paesi di aumentare la loro quota di mercato e la loro competitività» ha aggiunto Wen Jiabao.

Secondo alcune simulazioni della Xinhua (l'agenzia di stampa cinese), la creazione dell'area di libero scambio tra Pechino, Tokyo e Seul potrebbe aumentare il Prodotto lordo di Cina, Giappone e Corea del Sud rispettivamente del 2,9, dello 0,5 e del 3,1 per cento.

Passare dalle simulazioni alla pratica, però, non sarà facile. Lo dimostrano i mille ostacoli che dopo anni di negoziati continuano a frenare il decollo dell'Asean, l'area commerciale integrata tra i Paesi del Sudest asiatico a cui partecipa anche la Cina.

giovedì 3 maggio 2012

Giappone, operativa la sospensione di tutti i reattori nucleari

da www.eilmensile.it

3 maggio 2012versione stampabile
Dal 5 Maggio l’energia elettrica giapponese non sarà più prodotta da centrali nucleari. In questa data, infatti, verrà spento l’ultimo dei 54 reattori in funzione prima del disastro di Fukushima. In realtà, questo non sarà un addio definitivo, infatti,  il Ministro dell’Industria giapponese, Yuki Edano, ha dichiarato che questa sarà una “sospensione temporanea”.
Nell’attesa di una maggiore chiarezza sui tempi dell’interruzione, il governo di Tokyo ha aumentato le importazioni di combustibili fossili e aperto le vecchie centrali elettriche. Secondo un sondaggio di Reuters Tankan, il 72 percento delle aziende giapponesi, sebbene consapevoli dei danni alla produzione industriale, ritiene che la priorità debba essere la sicurezza piuttosto che la riapertura dei reattori.
La decisione finale, comunque, avrà bisogno del consenso delle popolazioni locali, ma questo sembra uno scoglio difficile da sormontare. Infatti, secondo un sondaggio dell’Asashi Shimbun, l’80 percento dei cittadini nipponici non si fida delle misure di sicurezza del governo do Tokyo, mentre il 54 percento è contrario alla riapertura dei siti nucleari.
L’equazione energetica giapponese rimane, quindi, difficile da risolvere. Il Paese ha un disperato bisogno di energia ma, allo stesso tempo, deve fronteggiare una grande scarsità di risorse naturali.

martedì 1 maggio 2012

Il Fisco certifica il rallentamento dell'economia del Dragone. Anche le entrate fiscali, oltre al pil, non corrono più

da www.ilsole24ore.com



Ombre cinesi, contabili, e ora fiscali, quindi concrete, sull'economia d'un Paese, la Cina, che sembrava aver schivato l'impatto più deciso impresso dalla recessione globale sui mercati. Sbagliato. I dati diffusi in questi giorni dal Ministero delle Finanze di Pechino, infatti, hanno di fatto sanzionato il rallentamento dell'economia del Dragone, già manifestato sul versante del prodotto interno lordo, certificando una parallela sterzata, comunque non brusca, in materia di entrate fiscali. Insomma, le 8ore e 66minuti, il tempo che mediamente un lavoratore cinese trascorre in ufficio, o in fabbrica, i 3milioni di nuovi occupati sbandierati nel periodo gennaio-marzo 2012 e il ritrovato vigore degli investimenti esteri diretti iniettati sul tessuto produttivo, non sono stati affatto sufficienti ad evitare il rimbalzo tecnico della Crisi mondiale, perché è così che viene etichettato dai responsabili delle finanze cinesi, anche sui flussi in ingresso contabilizzati dal fisco e relativi, anch'essi, al I quadrimestre dell'anno in corso.
C'è Crisi in Cina? Parola al fisco - Nel dettaglio, il gettito relativo al periodo gennaio-marzo 2012 è stato pari a 411miliardi di dollari, registrando una crescita del 10,3per cento rispetto all'anno precedente. Un dato di corsa che, letto in altri Paesi, soprattutto europei, evocherebbe subito le ombre del Tesoretto. La musica cambia a Pechino, basti pensare che nel medesimo periodo del 2011 le entrate fiscali avevano esibito un'impennata del 32per cento sul 2010. In definitiva, osservando la crescita messa a segno in passato, il dato certificato dal Ministero delle Finanze per l'anno in corso costituisce la perfomance peggiore dal 2008.
In altre parole, le entrate tributarie frenano nonostante la crescita, e per la stragrande maggioranza di esperti e analisti che da tempo monitorano l'andamento dell'economia del Dragone, questa revisione al ribasso, o decelerazione, del gettito d'imposte e tasse è la prova evidente che anche la Cina inizia ad essere intaccata dalla recessione mondiale nei suoi fondamentali, anche se non a livello dei suoi maggiori partner, soprattutto europei, oltre agli Usa.
Frenate parallele – Osservando da vicino la composizione del gettito fiscale, è l'imposta sui redditi delle persone fisiche che risulta la più colpita, quasi congelata nella sua corsa. Rispetto al 2011, infatti, le entrate che ne derivano sono quasi dimezzate nella loro crescita transitando dal +11,4per cento dell'anno passato al 6,3per cento attuale. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, i numerosi sconti fiscali introdotti nel 2011, e soprattutto la revisione, verso l'alto, di tutti gli scaglioni dei redditi. Modifica che ha determinato un significativo ammorbidimento del peso del fisco sui bilanci familiari dei redditi medio-bassi.
Il discorso cambia in materia d'imposte indirette, in particolare l'Iva, l'imposta sui consumi e sulle transazioni. In questo caso si tratta di tre differenti voci in entrata. Tutte invariabilmente crescono e tutte decelerano. La ragione è da ricercare nella frenata del mercato immobiliare il cui valore complessivo delle compravendite risulta essere sceso del 20per cento. Conseguentemente, anche la somma derivante dalle tasse e dalle imposte correlate è stata indebolita.
La danza dell'imposta sui profitti, rallenta ma non s'arresta – Per avvicinarsi a distanza di sicurezza sui bilanci delle imprese cinesi è necessario destreggiarsi tra i numeri d'un pil che, per il quinto trimestre consecutivo, scende, esibendo un tasso di crescita dell'8,1per cento nel periodo gennaio-marzo 2012, e il brusco aumento dei consumi energetici e delle materie prime. A queste due voci è poi necessario aggiungere una terzo dato, ben rappresentato, anzi, simboleggiato, dallo scivolare verso il basso della bilancia commerciale con l'estero. In questo caso, il segno rosso è imputato dai responsabili dell'economia direttamente al reclinare degli scambi oltreconfine registrato negli Usa e nell'area racchiusa all'interno delle frontiere dell'Unione europea.
Confini quest'ultimi fragili politicamente e disperati sia economicamente sia commercialmente in quanto incapaci di coordinarsi. E per finire la debacle, per la verità modesta, rilevata sulle entrate legate all'imposta sui profitti sarebbe in relazione con la svolta neo-protezionista messa in atto da diversi Paesi sviluppati, in primis dagli States.

lunedì 30 aprile 2012

La lunga marcia della Cina alla conquista dell'Europa, da Reykjavik a Mosca (passando per Berlino)

da www.ilsole24ore.com

Il presidente russo Dmitry Medvedev (d) e il vice-premier cinese Li Keqiang (EPA)Il presidente russo Dmitry Medvedev (d) e il vice-premier cinese Li Keqiang (EPA)
Si sono divisi in due l'Europa centro-settentrionale, da Reykjavik a Mosca, e l'hanno passata al setaccio. Wen Jiabao e Li Keqiang, il premier cinese di ieri e di oggi e il vice che domani probabilmente prenderà il suo posto, al cambio della guardia del prossimo autunno. Una staffetta per ricordare che Pechino è a caccia di mercati a tutto campo, e ha i mezzi per sostenere i propri investimenti in un'Europa in difficoltà. Accordi bilaterali, a decine, sullo sfondo mai dimenticato della crisi globale: i viaggi di Wen e Li sono importanti a livello strategico – scrive da Pechino il Quotidiano del Popolo – perché Cina, Russia ed Europa "sono forze importanti per lo sviluppo di un mondo multipolare".

Se il punto centrale della missione del vicepremier Li Keqiang sarà la tappa di Bruxelles - l'Unione Europea è la destinazione principale delle merci cinesi – i due viaggi sono stati ricchi di "prime volte". A cominciare da Wen Jiabao, mai un premier cinese era stato in Islanda a rimarcare il "grande potenziale" della cooperazione tra i due Paesi. Infrastrutture, costruzioni, energia: eppure Wen non è salito fino a Reykjavik solo per promuovere investimenti. La visita rientra nelle mosse di Pechino per partecipare alla corsa a un Artico sempre più libero dai ghiacci, per studiare le risorse energetiche e le rotte commerciali che si stanno aprendo.

In Germania, Wen Jiabao ha auspicato un aumento dell'interscambio (nel 2011 169,1 miliardi di dollari) a 280 miliardi entro il 2015: e se Pechino chiede alla Germania, e all'Europa, di allentare le restrizioni all'export high-tech in Cina, il premier si è impegnato a importare di più dai tedeschi. E gli ambiti segnalati con l'obiettivo di ridurre le barriere agli investimenti sono l'efficienza energetica, la protezione ambientale. Terza tappa, il 24 aprile scorso, la Svezia, cinque accordi commerciali: di nuovo accento sulle tecnologie ambientali, la sicurezza stradale e ferroviaria, lo sviluppo sostenibile, un punto per cui la Cina è pronta a offrire a Stoccolma un prestito da 1,3 miliardi di dollari.

E poi la Polonia, un altro "primo" viaggio di un capo di Governo cinese dalla caduta del comunismo. Nell'unica economia della Ue ad aver evitato la recessione Wen si è impegnato a ridurre il grande deficit commerciale (importazioni polacche dieci volte superiori alle esportazioni). Qui sono le banche, il settore minerario, energie alternative e trasporti a interessare Pechino, la Polonia è impegnata in un grande sforzo di ammodernamento delle infrastrutture e del settore energetico. Ma in questi giorni Varsavia per Wen Jiabao è stata anche la chiave all'intera Europa centrale e orientale, dai Paesi del Baltico ai Balcani. Sedici Paesi, dall'Estonia all'Ungheria alla Serbia, si sono riuniti per esprimere il loro interesse a fare affari con Pechino, e Wen non li ha delusi: ha annunciato l'istituzione di una linea di credito da 10 miliardi di dollari a sostegno degli investimenti nella regione. Obiettivo su infrastrutture, high tech, tecnologie verdi. Fondi per 500 milioni di dollari saranno inoltre messi a disposizione di compagnie cinesi interessate ad avviare investimenti qui dove la Cina si augura di portare l'interscambio da 52,9 a 100 miliardi, entro il 2015.

Il vicepremier Li Keqiang è ripartito là dove si era fermato Wen, affrontando la Russia. Il primo produttore di energia al mondo e il primo consumatore: tanto basta per collegare "forzatamente" gli interessi di due Paesi troppo grandi e troppo vicini per avere relazioni facili. La Russia ha sempre guardato con diffidenza la pressione cinese sulle sue grandi, deserte distese siberiane, ma è troppo affamata di investimenti per chiudere le porte. Così la visita del vicepremier a Mosca, il 27 aprile, è descritta con enfasi come l'avvio di un legame "senza precedenti", mentre Vladimir Putin usa con Li la parola "amici": "Gli elementi di divergenza non ci mancano – ha detto il prossimo presidente russo – ma abbiamo interessi comuni. E come fanno gli amici stretti, abbiamo imparato a cercare e trovare compromessi". Lo stava ascoltando anche Aleksej Miller, il capo di Gazprom che sta negoziando forniture di gas alla Cina per i prossimi tre decenni. Da lungo tempo, ormai, la firma del contratto è ritardata da divergenze sui prezzi.

Dopo una breve tappa in Ungheria, il 30 aprile Li sarà a Bruxelles. Prima di lui, Wen aveva soltanto accennato a quello che Pechino – con le sue riserve da 3,3 trilioni di dollari – desidererebbe in cambio di un aiuto ai Paesi dell'Eurozona in difficoltà: il pieno status di economia di mercato, la revoca del bando sulle vendite di armi e delle restrizioni all'export di alta tecnologia. E chissà se al termine della visita si sarà avverato il titolo del Quotidiano del Popolo: "La Cina e l'Europa – così presentava i viaggi dei suoi leader – trascorreranno la primavera mano nella mano".

sabato 21 aprile 2012

La caduta di Bo Xilai e la connection americana

da rampini.blogautore.repubblica.it

La caduta del potente Bo Xilai “sfiora” perfino Barack Obama, getta nell’imbarazzo il Dipartimento di Stato, la destra americana vuole saperne di più sul ruolo avuto dall’ambasciata Usa di Pechino. Su Newsweek un celebre sceneggiatore di Broadway vede in questa storia un musical più affascinante di “Evita”, con tanto di donna-drago, la crudele assassina Gu Kailai nei panni della co-protagonista. New York Times e Wall Street Journal sbattono la storia in prima pagina da diversi giorni. L’America è ipnotizzata dal “thriller” cinese che di colpo mette a nudo i segreti di un regime impenetrabile, i vizi dell’oligarchia comunista più potente del mondo, insieme con una trama esotica di amori proibiti, lusso sfrenato, omicidi con avvelenamento. E spionaggio? Una coda dello scandalo lambisce perfino la reputazione della più prestigiosa università americana, Harvard. E’ in questa università di eccellenza, nella più esclusiva delle sue facoltà – la John Kennedy School of Government dove si applicano le teorie di management alla governance e all’amministrazione pubblica – che studia il figlio del deposto gerarca comunista. A 24 anni, Bo Guaga è su tutti i giornali e rotocalchi americani, fotografato in pose che non farebbero troppo scandalo se lui fosse un qualsiasi figlio di papà: lo si vede in party notturni, o al tavolo di lussuosi ristoranti, abbracciato da bionde avvenenti. Ma Bo è “figlio di papà” in un paese dove quelli come lui li chiamano “principini”, con un misto di invidia e di indignazione. La stampa comunista di Pechino si è impadronita delle sue gesta notturne – compreso quando ha “urinato su un recinto universitario”, in stato di ubriachezza – e della sua pagina Facebook, come esempio di uno stile di vita decadente. Il padre ha tentato di difendersi: “Non è vero che mio figlio gira in Ferrari, in quanto alla retta di Harvard non la pago io, perché si è meritato una borsa di studio”. Già, 90.000 dollari l’anno è il costo complessivo per frequentare la School of Government, un po’ troppo per lo stipendio ufficiale di un funzionario comunista, sia pure di alto grado. Sulla borsa di studio, le autorità accademiche di Harvard si chiudono in un silenzio imbarazzato. Rispetto della privacy, dicono. Aggiungono che nell’erogare borse agli studenti la super-facoltà adotta un approccio “olistico” che tiene conto non solo del talento accademico ma anche delle “potenzialità di leadership”. Altrove questo approccio “olistico” si chiamerebbe opportunismo, o servilismo verso i rampolli di Vip stranieri che hanno delle “connection” da offrire. In quanto alla Ferrari: per la precisione Bo Guaga la guidava a Pechino, la sera che andò a prelevare la figlia dell’ambasciatore americano per un appuntamento galante. A Harvard, dicono i suoi compagni, lo si vedeva al volante di una Porsche. Dettagli scomodi, nella posizione in cui si trova suo padre oggi. Tanto più che nella stessa Harvard ci sono altri “principini” cinesi che hanno un profilo più basso. La più importante è Xi Mingze, la figlia di Xi Jinping che alla fine di quest’anno salirà al trono della Cina comunista, sostituendo l’attuale leader Hu Jintao nelle massime cariche del paese. La ragazza è decisamente più prudente: usa quasi sempre un falso nome. E non ha mai avuto una pagina su Facebook.
Harvard è solo una parte della “connection americana” nel più grave scandalo cinese da molti decenni. In realtà tutto “il caso Bo Xilai” diventa visibile solo quando, il 6 febbraio scorso, il consolato Usa di Chengdu nella provincia del Sichuan accoglie un “rifugiato politico” molto particolare. A chiedere asilo ai diplomatici americani quel giorno è Wang Lijun, vicesindaco della megalopoli di Chongqing ed ex braccio destro di Bo Xilai che all’epoca è ancora (o sembra essere) all’apice della sua potenza. Wang è soprattutto il vero capo della polizia di Chongqing, l’uomo che per anni ha assecondato Bo nei suoi metodi feroci per la scalata a potere e ricchezza: arresti arbitrari, violenze poliziesche, ricatti ed estorsioni contro i capitalisti locali o gli avversari politici. Ma quel che accadde “dentro” il consolato Usa di Chengdu, è un mistero che appassiona gli americani e si trasforma in una controversia politica. Perché il consolato il 6 febbraio avvertì immediatamente l’ambasciata a Pechino; e da lì la vicenda fu riferita alla Casa Bianca. Dunque Obama sapeva. Al Congresso di Washington è stato paragonato al film di fanta-spionaggio “Bourne Supremacy”. I repubblicani ora incalzano: “Perché Wang fu riconsegnato alla polizia cinese? Quali informazioni poteva fornire agli Stati Uniti sulle lotte al vertice del regime di Pechino? Quali passi sono stati compiuti, oppure omessi, per meglio tutelare la sicurezza degli Stati Uniti e anche l’incolumità di Wang?” Sono domande contenute nell’interrogazione di Ileana Ros-Lehtinen, la potente deputata repubblicana della Florida che presiede la commissione Esteri della Camera. Domande rivolte a Hillary Clinton. Il segretario di Stato finora ha evitato di rispondere. Ad accrescere l’imbarazzo c’è una coincidenza di date: quel 6 febbraio in cui il superpoliziotto Wang andò a consegnarsi alla diplomazia americana, mancava solo una settimana alla visita di Stato del futuro numero uno cinese a Washington, Xi Jinping. La destra Usa insinua che Obama avrebbe “svenduto” un disertore di altissimo rango e di interesse strategico per gli americani, al fine di non compromettere il summit con Xi. La diplomazia Usa lascia filtrare una versione diversa: Wang in realtà non puntava a essere estradato negli Stati Uniti bensì voleva arrendersi alla polizia centrale di Pechino. Altrimenti sarebbe finito nelle mani degli agenti fedeli a Bo e alla diabolica consorte. E rischiava di fare la stessa fine del businessman inglese Neil Heywood: l’ex amante che la First Lady di Chongqing avrebbe fatto uccidere da un domestico col veleno. A proposito: Heywood fu anche l’uomo chiave per le “promozioni” accademiche del figlio… “Madame Butterfly si mescola con Agatha Christie: è una trama stupenda”: lo sceneggiatore David Henry Hwang, unico sino-americano che ha sfondato a Broadway, si dice pronto a portare questa storia sulle scene. “Stranger than Fiction”, intitola Newsweek, la fantasia narrativa fatica a tenere il passo con il ritmo di questi colpi di scena.

martedì 17 aprile 2012

Cina, la lunga marcia dello yuan (2)

da www.eilmensile.it

Gabriele Battaglia

La Cina ha ampliato sabato la banda di oscillazione dello yuan/renminbi rispetto al dollaro. Prima era dello 0,5 per cento, ora dell’1, un aumento superiore a quanto si prevedeva (0,7 per cento), commentato in lungo e in largo dagli analisti internazionali durante il week-end.
Colpisce soprattutto che la misura arrivi subito dopo la diffusione dei dati sul rallentamento dell’economia cinese. La circostanza è stata interpretata come una mossa più politica che economica: le autorità di Pechino vogliono “rassicurare” il mondo a proposito della propria velocità di reazione, ci dicono che il rallentamento dell’economia fa parte di una più generale riconversione in cui tutto è previsto, tutto è sotto controllo. E non è escluso che così sia, almeno in parte.

Le autorità economiche globali plaudono alla scelta cinese, a partire da Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, secondo cui la nuova banda d’oscillazione “sottolinea l’impegno della Cina per riequilibrare la sua economia verso il consumo interno e permettere alle forze di mercato di svolgere un ruolo maggiore nel determinare il livello del tasso di cambio”. Il dipartimento del Tesoro Usa si allinea, ma ricorda che la novità non è sufficiente a colmare il vantaggio competitivo che la Cina si procurerebbe mantenendo il valore dello yuan artificialmente basso: schermaglie.

C’è però chi legge tra le righe della scelta cinese una mossa machiavellica. Gli analisti della Deutsche Bank di Hong Kong, per esempio, ritengono che “in un periodo in cui Pechino sta restringendo le limitazioni all’accesso di capitali esteri e sta dando maggiore impulso allo sviluppo dell’industria finanziaria, una banda di oscillazione più ampia serve come deterrente contro i flussi di capitali speculativi”.
Traduciamo. Lo yuan commercializzato sui mercati offshore, a differenza di quello in Patria, subisce attacchi speculativi. Più il limite di oscillazione è basso e più la speculazione internazionale si accanisce su quel limite, cercando di forzarlo. Se vogliamo metterla sul piano evocativo, è come se la Cina avesse dato alla propria moneta più spazio per indietreggiare di fronte a una carica nemica. Una mossa da “Arte della guerra” di Sun Tzu, proprio nel momento in cui, rendendo più facile l’investimento finanziario straniero oltre Muraglia, Pechino rischia di attirarsi la speculazione in casa.

Un’altra ipotesi è che la Cina stia paradossalmente scommettendo contro la propria valuta. A Zhongnanhai e dintorni qualcuno potrebbe prevedere che in futuro il valore dello yuan calerà invece di salire. Se, grazie a una banda di oscillazione più ampia, potesse scendere di più di quanto faccia finora, l’export cinese ne beneficerebbe ulteriormente.

Infine ci sarebbe una valutazione strategica di più ampio respiro. Proprio nel momento in cui le borse occidentali si rivelano volatili e insicure, la Cina cercherebbe di attirare capitali stranieri rendendo la propria moneta più allineata agli andamenti di mercato. “Fino a qualche anno fa – spiega Niccolò Mancini, broker di Piazza Affari e collaboratore di E-il mensile – il renminbi era pressoché sconosciuto sui mercati finanziari; oggi, qualsiasi operatore offre gestioni in renminbi, ma non solo: anche veri e propri prodotti confezionati attorno alla moneta cinese”.

La mossa di Pechino è più interessante se vista in prospettiva, dunque, che nell’immediato. La sensazione è che la Cina percorra una strategia molto pragmatica e al tempo stesso visionaria: da un lato, non vuole attirare speculazione finanziaria in casa propria e quindi lascia oscillare, ma continua a controllare “politicamente”, la propria moneta. Dall’altro, vuole gradualmente affiancare il renminbi a dollaro ed euro come valuta universale di scambio e di riserva e quindi lo rende più appetibile sui mercati.
È la “lunga marcia dello yuan”, un’immagine che riprende oggi anche il Financial Times.

martedì 10 aprile 2012

Sony, perdite record: a casa 10mila dipendenti

da www.eilmensile.it

10 aprile 2012versione stampabile

L’anno fiscale 2011-2012 per la Sony è stato il peggiore della sua storia. La chiusura in rosso per il colosso della tecnologia, farà perdere il posto di lavoro ad almeno 10mila persone, poco meno del 6 per cento del totale degli impiegai dell’azienda. I tagli sono previsti entro la fine di quest’anno.

Secondo le stime rese note da Sony, le perdite si aggirerebbero intorno ai 520 miliardi di yen, pari a circa 5 miliardi di euro. Mai prima d’ora il colosso giapponese si era dovuto confrontare con una perdita simile, doppia rispetto alle stime degli analisti ipotizzate nel febbraio scorso.

Yoko Yasukouchi, attuale portavoce della Sony, non ha voluto commentare la notizia relativa ai licenziamenti ma ha fatto sapere che entro un paio di giorni sarà convocata una conferenza stampa in cui in neo amministratore delegato del colosso giapponese, Kazuo Hirai, risponderà alle domande dei cronisti.

I bene informati fanno sapere che l’enorme calo delle vendite, soprattutto per quanto riguarda il settore delle televisioni (il vero core business dell’azienda), lo yen che è sempre più forte e i danni causati dalle inondazioni in Thailandia, sarebbero i motivi alla base della crisi attuale.

In generale, comunque, è il settore della tecnologia che in questo ultimi mesi ha fatto segnare preoccupanti cali. Nec e Panasonic, ad esempio, hanno già da qualche tempo tagliato personale, costrette dalla calzante concorrenza nel settore della telefonia di Apple e Samsung.

In ogni caso l’ultimo anno fiscale per le aziende del settore sarò ricordato come un anno orribile. Per quanto riguarda tre importanti aziende, Panasonic, Sony e Sharp, ad esempio si ipotizzano perdite complessive per 17 miliardi di dollari.

giovedì 29 marzo 2012

Cina, il metodo Wukan e la democrazia dal basso

da www.eilmensile.it

29 marzo 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Si è insediato il comitato di villaggio di Wukan, eletto a suffragio universale e accolto come una pietra miliare per l’evoluzione democratica – e una democrazia dal basso – della Cina.

Il villaggio di pescatori del Guangdong era stato protagonista di una lotta collettiva contro le requisizioni di terre lungo tutto il 2011. A dicembre l’epilogo: dopo la morte dell’attivista Xue Jinbo – sospetta perché avvenuta mentre era in custodia nella caserma della polizia del villaggio – la cittadinanza scaccia i funzionari locali e comincia un’esperienza di autogestione. La polizia circonda il Wukan ma, dopo una decina di giorni, il segretario provinciale del Partito Wang Yang fa togliere l’assedio, annulla il progetto di speculazione immobiliare da cui discendevano le requisizioni e promette elezioni libere per il 1° marzo.
È l’inaugurazione del “metodo Wukan” e un’ulteriore spinta all’ascesa del “liberal” Wang, visto oggi come probabile futuro membro del comitato permanente del Pcc – la stanza dei bottoni che governa l’intera Cina – e contrapposto all’altro astro nascente, a lui diametralmente opposto: Bo Xilai, il leader di Chongqing.
A inizio marzo, Bo Xilai viene silurato mentre lo stesso premier (ancora) in carica, Wen Jiabao, fa appello a ulteriori aperture politiche per la Cina che verrà.

Sia inteso. In Cina, a livello locale, esistono già forme di partecipazione politica democratica. La vicenda di Wukan è però significativa perché l’ampliamento dei diritti scaturisce da una lotta: da un conflitto che, evidentemente, si è ben sposato con l’ambizione politica di un leader in ascesa.
Che il metodo si stia diffondendo lo dimostrano altri fatti di cronaca. Domenica scorsa, circa 400 abitanti del villaggio di Wanfeng, nella zona di Shenzhen, hanno bloccato una strada per protestare contro gli espropri di terre, effettuati da funzionari recentemente arrestati perché scoperti collusi con la locale sezione di una triade (cioè mafia) di Hong Kong, la Sun Yee On. Molti poliziotti sono arrivati sul luogo della protesta, ma nessuno dei manifestanti è stato arrestato. I funzionari hanno promesso di indagare la contabilità finanziaria del villaggio e le proprietà immobiliari.

In un passato non troppo lontano, queste storie finivano di solito diversamente: nel nome dell’”armonia”, venivano arrestati i capipopolo più esposti, da un lato, e i funzionari più indifendibili, dall’altro. Il messaggio era chiaro: ci pensiamo noi, Stato, a punire duramente la corruzione, parola passe-partout che comprendeva, nelle intenzioni del potere, qualsiasi problema politico, sociale, economico la gente sperimentasse sulla propria pelle; voi non osate ribellarvi, perché in tal caso si tratta di attentato all’armonia sociale.
Peccato che la corruzione continuasse indisturbata, gettando sempre più discredito sul Partito e sullo Stato.

Wukan ha segnato una svolta e Wang Yang è ormai visto come il “riformista” dell’establishment cinese, con tanto di endorsement – per interposto siluramento di Bo – che arriva da Pechino. La trasparenza garantita dall’alto (“fidatevi!”) viene per la prima volta sostituita da quella che nasce dal basso.
Tutto meraviglioso?
Non esattamente: il comitato di Wukan, appena insediato, ha scoperto che tutti i documenti sulla situazione finanziaria, sulla popolazione e sulle proprietà immobiliari del Paese sono spariti. I funzionari deposti avrebbero detto che le carte furono distrutte il 20 settembre scorso, quando una folla inferocita prese d’assalto la sede del comitato. I nuovi leader del villaggio non ci credono.
È segno che esistono ancora molte zone oscure. Anche a Wukan.

domenica 25 marzo 2012

Nel voto farsa di Hong Kong trionfa il "lupo" di Pechino

da www.repubblica.it

Le elezioni per il capo dell'esecutivo si sono concluse con la vittoria al primo turno di Leung Chun-ying, il candidato preferito dal governo cinese. E' stato scelto da un Comitato elettorale composto da appena 1.200 persone, per gli oltre 7 milioni di abitanti dell'ex colonia britannica

HONG KONG – Pechino ha vinto le cosidette «elezioni» che hanno scelto ieri il nuovo «chief executive» di Hong Kong. Leung Chun-ying, 57 anni, soprannominato il «lupo», ha ottenuto 689 voti, il 57,4%, al primo turno. Gliene sarebbero bastati 601 entro due turni per conquistare la maggioranza assoluta del comitato dei 1200 grandi elettori, i soli a potersi esprimere in rappresentanza di oltre 7 milioni di cittadini. I lobbysti delle categorie economiche, lo 0,02% della popolazione, hanno invece risposto in massa agli ultimi appelli partiti dalla Cina, di cui ancora per trentacinque anni Hong Kong sarà una regione amministrativa speciale. Il suo avversario Henry Tang, detto il «porco» e inizialmente il favorito di Pechino, è crollato al 23,7%, distrutto dagli scandali personali scoppiati nelle ultime settimane. Il terzo candidato Albert Ho, leader dei democratici senza alcuna possibilità di vittoria a causa del sistema elettorale costruito per eleggere solo esponenti filo-cinesi, si è fermato al 6,3%.

Il voto di ieri ha dimostrato come la Cina, nonostante ufficialmente resista il meccanismo «un Paese due sistemi», abbia saldamente in pugno l’ex colonia britannica, riscattata da Londra nel 1997. Il sistema è unico da tempo: capitalismo selvaggio e autoritarismo sotterraneo. Fino a poche settimane fa, quando contro l’erede del tessile Henry Tang sono improvvisamente esplose le accuse di abusi edilizi, infedeltà coniugale e rivelazioni
di segreti d’ufficio, Leung Chun-ying era indietro in tutti i sondaggi. Pechino ha infine rivolto il suo appoggio su di lui, è sceso in campo lo stesso prossimo leader Xi Jinping, e tutto è cambiato. Gli analisti di Hong Kong sostengono ora che il piano sia stato sapientemente architettato dai cinesi fin dall’inizio.

Il nuovo «chief executive», che dopo due legislature sostituisce Donald Tsang (altro filocinese pure travolto dagli scandali) sarebbe iscritto al partito comunista clandestino della metropoli e per conto di Pechino terrebbe i rapporti tra i tycoon delle costruzioni e la criminalità organizzata. Sarebbero state le spie cinesi a rivelare gli scandali di Henry Tang al momento opportuno, servendosi della forza di un’informazione indipendente per affermare gli interessi del potere autoritario cinese. Leung Chun-ying, per molti anni alto funzionario del governo cittadino, è un boss delle immobiliari che s’è fatto da sé, vanta in città enormi interessi privati e in campagna elettorale è stato fotografato a cena con un noto mafioso detto «Shanghai Boy», capo delle Triadi cinesi che dominano anche il ricchissimo mercato delle costruzioni.

Gli ultimi sondaggi tra la popolazione, svolti da giornali e università, non lo accreditavano di oltre il 30% delle preferenze. I grandi elettori dell’economia non rappresentano però gli interessi sociali, ma gli affari, e non si sono fatti impressionare nemmeno dalla rivelazione che nel 2003 Leung Chun-ying avrebbe chiesto l’intervento della polizia contro la folla che manifestava contro riforme illiberali. Ieri mattina, mentre erano in corso le votazioni, migliaia di persone si sono riunite all’esterno della sede elettorale, affacciata sul Victoria Harbour, e hanno protestato spargendo sulla strada carriarmati giocattolo, simbolo del potere autoritario di Leung Chun-ying e di Pechino. Analisti indipendenti sostengono che la compravendita finale delle preferenze sia costata oltre 30 milioni di dollari, più delle primarie negli Stati Uniti. La grande incognita è vedere se il nuovo «chief executive» manterrà la promessa di regalare a Hong Kong, e dunque alla Cina, le prime libere elezioni a suffragio universale entro il 2017. Visto il risultato di ieri, e il tonfo dei democratici, la gente non ci crede più. E teme al contrario che sulla «cassaforte dell’Oriente» la presa del partito comunista e dei nuovi leader cinesi si stringa sempre di più.

(25 marzo 2012) © Riproduzione riservata

mercoledì 21 marzo 2012

Cina, la carica dello yuan

da www.eilmensile.it

Gabriele Battaglia

Dopo la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale. Christine Lagarde, in visita a Pechino, fa tanti complimenti alla Cina che rende la sua crescita più “equilibrata”, però…
Però c’è quel piccolo problemino dello yuan/renminbi, la valuta che i policy maker occidentali considerano sottovalutata di quel tanto che basta a rendere artificialmente competitive le esportazioni del Dragone.
A Pechino ribattono che gli ultimi dati della bilancia commerciale, con il deficit più alto mai registrato dal 1989, sanciscono già l’uscita della Cina da un’economia export oriented, in direzione di una crescita sostenuta dalla domanda interna. Lo yuan non c’entra, dunque.
Niente affatto – ribatte il Fmi – la vostra bilancia commerciale è andata giù perché l’Europa in crisi compra meno merci cinesi, ma il renminbi resta artificialmente svalutato, eccome: per la precisione, tra il 3 e il 23 per cento a seconda delle stime, in base a dati dello stesso Fondo che risalgono a luglio 2011.

Le schermaglie attorno alla valuta cinese riguardano in realtà un progetto che viene da lontano e che lontano intende arrivare. È la “lunga marcia” dello yuan per sostituire (o quanto meno affiancare) dollaro, euro e yen giapponese come valuta di riserva globale.
È stata proprio Lagarde a riconoscere che non ci sarebbero controindicazioni al nuovo status del renminbi, a patto che la Cina si avvii verso un regime di cambio più flessibile. A patto cioè che il valore della moneta sia determinato dal mercato e non politicamente.

Pochi giorni fa è stato lo stesso governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, a lasciar intendere che il Dragone è intenzionato a muoversi nella direzione auspicata dall’Occidente: “Quanto più lo yuan si avvicinerà a una condizione di equilibrio, tanto più grande sarà il ruolo che le forze di mercato giocheranno nel determinare il suo tasso di cambio. Noi incoraggeremo le forze di mercato a svolgere un ruolo più grande, la partecipazione e l’intervento della banca centrale diminuiranno in modo ordinato”.
Zhou non ha parlato di lasciar fluttuare liberamente lo yuan (ora saldamente agganciato al valore del dollaro), e neppure di ampliare la sua banda di oscillazione, ma l’internazionalizzazione della valuta presuppone la sua piena convertibilità in conto capitale. Secondo i programmi di Pechino, questo dovrebbe avvenire entro il 2015.

Dove sta il problema, dunque, se tutti remano nella stessa direzione?
La Cina si trova oggi davanti a uno di quei passaggi storici da cui dipende la sua crescita futura e il suo status internazionale. Un passaggio che coincide con il cambio della sua leadership, previsto per il prossimo ottobre. La piena convertibilità dello yuan rappresenta al tempo stesso l’opportunità di emancipare intere aree del pianeta dal ruolo dominante del dollaro e il rischio di attirare speculazione – la stessa che affligge l’Euro – in casa propria.
Pechino vuole quindi gestire questa fase in proprio, senza che siano altri a dettarne modi e tempi. D’altra parte, l’Occidente – e in particolare Washington – vuole l’esatto contrario: che la moneta cinese perda le sue caratteristiche “protezioniste” ma teme che la “lunga marcia” dello yuan si concluda con lo spodestamento del dollaro.
Alcuni segnali sono indicativi: il Giappone, con l’inedito beneplacito cinese, ha appena acquistato 65 miliardi di yuan del debito di Pechino; a fine marzo, la China Development Bank avvierà un sistema di scambi reciproci con gli altri Brics (Brasile, Russia, India, Sudafrica) in renminbi e nelle altre valute nazionali. Sono movimenti che significano solo una cosa: la Cina (d’accordo con altri Paesi emergenti) intende riempire i propri e altrui forzieri di valute che non siano il dollaro.

mercoledì 29 febbraio 2012

Corea del Nord, sì alla moratoria in cambio di cibo e aiuti Usa

da www.repubblica.it

Lo ha annunciato il Dipartimento di Stato. Pyongyang permetterà agli ispettori Aiea di verificare lo stop ai test missilistici e all'arricchimento dell'uranio nella centrale di Yongbyon. Sbloccato un pacchetto da 250mila tonnellate di aiuti americani. E' il primo risultato della ripresa dei colloqui dopo la morte di Kim Jong-il. Obiettivo: riprendere il negoziato sul disarmo

WASHINGTON - La Corea del Nord ha accettato una moratoria sui test missilistici a lungo raggio e sulle attività nucleari e di arricchimento dell'uranio nel sito di Yongbyon. La notizia, confermata anche dall'agenzia nord coreana KCNA, è stata annunciata dal portavoce del dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, aggiungendo che Pyongyang ha inoltre dato via libera al ritorno degli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) per verificare e monitorare la moratoria sul nucleare. Soddisfazione sud coreana per l'accordo tra Stati Uniti e Nord Corea. Decisamente meno entusiasta Hillary Clinton: per il segretario di Stato Usa, si tratta solo di "un modesto primo passo" anche se "nella giusta direzione".

Victoria Nuland ha spiegato che la Corea del Nord ha disabilitato il reattore nucleare di Yongbyon. Washington ha fatto sapere infine che funzionari degli Stati Uniti incontreranno rappresentanti della Corea del Nord per pianificare gli ultimi dettagli della consegna di un pacchetto da 250mila tonnellate di aiuti alimentari. Secondo l'agenzia KCNA, la decisione del regime nord coreano è stata adottata, in risposta a una richiesta americana, "per mantenere un'atmosfera positiva" intorno al dialogo ad "alto livello" con gli Usa. Le due rappresentanze diplomatiche si sono incontrate la scorsa settimana a Pechino.

Nel comunicato emesso dal Dipartimento di Stato si legge che "gli Stati Uniti restano preoccupati per l'atteggiamento della Corea del Nord
in molti campi, ma l'annuncio di oggi riflette importanti, seppur limitati, progressi nell'approccio ad alcuni di essi". Washington ribadisce di non aver mai avuto intenzioni ostili nei riguardi di Pyongyang e di essersi preparata a intraprendere passi per migliorare i rapporti bilaterali e accrescere gli scambi tra i rispettivi popoli.

Quello di Pechino è stato il primo negoziato tra Usa e Nord Corea dalla scomparsa del leader Kim Jong-il, lo scorso dicembre. L'inviato speciale americano per la Corea del Nord, Glyn Davies, aveva anticipato ai media che i colloqui hanno portato qialche progresso su temi come la non proliferazione nucleare, la domanda nord coreana di cibo e aiuti e altre aree al centro delle tensioni regionali. I colloqui mirano a porre le basi per una ripresa del negoziato a sei sul disarmo, entrato in crisi dopo il deterioramento dei rapporti tra le due Coree a seguito degli attacchi portati dal Nord contro il Sud nel 2010. Washington si è anche impegnata, una volta ripresi i colloqui a sei, a dare priorità allo stop alle sanzioni contro Pyongyang.

Appresa la notizia dell'accordo, la Corea del Sud ha espresso l'auspicio di nuovi passi nord coreani per la riapertura del negoziato sul disarmo. Il Giappone, a sua volta, si è detto pronto a lavorare duramente assieme a Stati Uniti, Corea del Sud e agli altri paesi interessati per lo stesso obiettivo.

(29 febbraio 2012) © Riproduzione riservata

sabato 21 gennaio 2012

Il Giappone vuole dare 20 anni di vita in più alle centrali nucleari, esplode la protesta

da www.corriere.it

DOPO FUKUSHIMA

Un portavoce: «È un problema, mancano fonti alternative»
Nel reattore di Fukushima nessuna traccia del combustibile fuso 

La centrale di Kansai (Ap/Kyodo News)La centrale di Kansai (Ap/Kyodo News)
MILANO - Il Giappone si dice pronto a rinunciare al nucleare, ma non troppo. Mercoledì l'Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale di Tokyo ha presentato tra le proteste degli ambientalisti un rapporto molto positivo sugli stress test effettuati su due reattori della prefettura di Fukui, circa 300 km a ovest della capitale Tokyo. Gli impianti, costruiti tra il 1967 e i primi anni Settanta, sono stati teatro di alcuni incidenti minori, e nel 2004 una fuga di acqua bollente da una valvola ha ucciso quattro lavoratori, ferendone altri sette.

60 ANNI - L'obiettivo dell'Agenzia è quello di estendere la durata massima di vita di ogni reattore dai 40 anni attualmente previsti, ai 60. Avevano già più di quarant'anni tre degli impianti che a Fukushima, lo scorso marzo, sono stati colpiti dal devastante tsunami che ha causato anche perdite radioattive, e molti dei 54 reattori giapponesi raggiungeranno il limite dei 40 anni a breve.

IMPARZIALITA' - La protesta dei cittadini ha causato un ritardo di qualche ora nell'udienza al ministero del Commercio in cui l'Agenzia doveva consegnare il rapporto sugli impianti di Fukui. Rapporto che sostiene che gli impianti, che sorgono nella cittadina costiera di Mihama, sono in grado di resistere a un evento potenzialmente catastrofico come un terremoto di magnitudo 9.0 e il successivo tsunami. L'incontro è stato comunque anche interrotto perché alcuni dei cittadini hanno chiesto di essere ammessi come osservatori al dibattito e alla successiva delibera, e hanno criticato la presunta imparzialità degli esperti.

«MANCANO FONTI ALTERNATIVE» - Non sono mancate nemmeno le proteste nelle città sedi di impianti che dovrebbero essere riavviati dopo gli stress test. Al momento sono in funzione solo 5 degli impianti, dato che dopo il disastro con fusione di Fukushima ha portato alla revisione degli altri. Un portavoce del governo giapponese, Osamu Fujimura, ha spiegato che il governo ha sì l'intenzione di ridurre il peso dell'energia nuclerare giapponese in tempi medio-lunghi, ma che il problema «è come affrontare un improvviso spegnimento di questa fonte energetica quando non ci sono fonti alternative, e se questo sia fattibile».

Immagini dall'interno del reattore. Dei tubi che hanno retto all'esposizione al calore. La statica presente nella foto è sintomo dell'alto tasso di radioattività (Ap/Tepco)Immagini dall'interno del reattore. Dei tubi che hanno retto all'esposizione al calore. La statica presente nella foto è sintomo dell'alto tasso di radioattività (Ap/Tepco)
FUKUSHIMA - Nel frattempo non mancano i controlli anche nella disgraziata Fukushima: giovedì è stata effettuata la prima esplorazione endoscopica di uno dei reattori, il n. 2. Un endoscopio industriale inserito nel contenitore primario dell'unità attraverso un buco, rileverà la temperatura e analizzerà ulteriori dati. L'impianto, secondo fonti governative, è in condizioni stabili ma occorreranno decenni perché si riesca a disattivarlo completamente. E la prima occhiata all'interno del reattore ha evidenziato, come c'era da attendersi, una forte presenza di radiazioni e di vapore, con le superfici metalliche corrose e indebolite da un'esposizione di dieci mesi all'umidità e alle altissime temperature.

FUSIONE - La Tokyo electric power co. (Tepco), società che gestisce la centrale, ha però confermato attraverso un portavoce che «purtroppo» non si vedono tracce del combustibile del reattore che si teme si sia fuso. Occorrerà una tecnologia di stampo superiore per raggiungere il materiale, che dovrebbe essere scivolato in un'area irraggiungibile per l'endoscopio. A breve Tepco dovrebbe dare il via all'analisi degli altri due reattori rimasti gravemente danneggiati dallo tsunami, e potrà elaborare i dati al fine di migliorare le prestazioni di ogni sarcofago di contenimento - la stanza protettiva che racchiuderà i noccioli parzialmente fusi - e consentire il graduale smantellamento dei reattori.

Redazione Online19 gennaio 2012 | 15:24© RIPRODUZIONE RISERVATA