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sabato 21 gennaio 2012

Il Giappone vuole dare 20 anni di vita in più alle centrali nucleari, esplode la protesta

da www.corriere.it

DOPO FUKUSHIMA

Un portavoce: «È un problema, mancano fonti alternative»
Nel reattore di Fukushima nessuna traccia del combustibile fuso 

La centrale di Kansai (Ap/Kyodo News)La centrale di Kansai (Ap/Kyodo News)
MILANO - Il Giappone si dice pronto a rinunciare al nucleare, ma non troppo. Mercoledì l'Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale di Tokyo ha presentato tra le proteste degli ambientalisti un rapporto molto positivo sugli stress test effettuati su due reattori della prefettura di Fukui, circa 300 km a ovest della capitale Tokyo. Gli impianti, costruiti tra il 1967 e i primi anni Settanta, sono stati teatro di alcuni incidenti minori, e nel 2004 una fuga di acqua bollente da una valvola ha ucciso quattro lavoratori, ferendone altri sette.

60 ANNI - L'obiettivo dell'Agenzia è quello di estendere la durata massima di vita di ogni reattore dai 40 anni attualmente previsti, ai 60. Avevano già più di quarant'anni tre degli impianti che a Fukushima, lo scorso marzo, sono stati colpiti dal devastante tsunami che ha causato anche perdite radioattive, e molti dei 54 reattori giapponesi raggiungeranno il limite dei 40 anni a breve.

IMPARZIALITA' - La protesta dei cittadini ha causato un ritardo di qualche ora nell'udienza al ministero del Commercio in cui l'Agenzia doveva consegnare il rapporto sugli impianti di Fukui. Rapporto che sostiene che gli impianti, che sorgono nella cittadina costiera di Mihama, sono in grado di resistere a un evento potenzialmente catastrofico come un terremoto di magnitudo 9.0 e il successivo tsunami. L'incontro è stato comunque anche interrotto perché alcuni dei cittadini hanno chiesto di essere ammessi come osservatori al dibattito e alla successiva delibera, e hanno criticato la presunta imparzialità degli esperti.

«MANCANO FONTI ALTERNATIVE» - Non sono mancate nemmeno le proteste nelle città sedi di impianti che dovrebbero essere riavviati dopo gli stress test. Al momento sono in funzione solo 5 degli impianti, dato che dopo il disastro con fusione di Fukushima ha portato alla revisione degli altri. Un portavoce del governo giapponese, Osamu Fujimura, ha spiegato che il governo ha sì l'intenzione di ridurre il peso dell'energia nuclerare giapponese in tempi medio-lunghi, ma che il problema «è come affrontare un improvviso spegnimento di questa fonte energetica quando non ci sono fonti alternative, e se questo sia fattibile».

Immagini dall'interno del reattore. Dei tubi che hanno retto all'esposizione al calore. La statica presente nella foto è sintomo dell'alto tasso di radioattività (Ap/Tepco)Immagini dall'interno del reattore. Dei tubi che hanno retto all'esposizione al calore. La statica presente nella foto è sintomo dell'alto tasso di radioattività (Ap/Tepco)
FUKUSHIMA - Nel frattempo non mancano i controlli anche nella disgraziata Fukushima: giovedì è stata effettuata la prima esplorazione endoscopica di uno dei reattori, il n. 2. Un endoscopio industriale inserito nel contenitore primario dell'unità attraverso un buco, rileverà la temperatura e analizzerà ulteriori dati. L'impianto, secondo fonti governative, è in condizioni stabili ma occorreranno decenni perché si riesca a disattivarlo completamente. E la prima occhiata all'interno del reattore ha evidenziato, come c'era da attendersi, una forte presenza di radiazioni e di vapore, con le superfici metalliche corrose e indebolite da un'esposizione di dieci mesi all'umidità e alle altissime temperature.

FUSIONE - La Tokyo electric power co. (Tepco), società che gestisce la centrale, ha però confermato attraverso un portavoce che «purtroppo» non si vedono tracce del combustibile del reattore che si teme si sia fuso. Occorrerà una tecnologia di stampo superiore per raggiungere il materiale, che dovrebbe essere scivolato in un'area irraggiungibile per l'endoscopio. A breve Tepco dovrebbe dare il via all'analisi degli altri due reattori rimasti gravemente danneggiati dallo tsunami, e potrà elaborare i dati al fine di migliorare le prestazioni di ogni sarcofago di contenimento - la stanza protettiva che racchiuderà i noccioli parzialmente fusi - e consentire il graduale smantellamento dei reattori.

Redazione Online19 gennaio 2012 | 15:24© RIPRODUZIONE RISERVATA

sabato 14 gennaio 2012

Elezioni a Taiwan: il vincitore è… Hu Jintao

Articolo tratto da Limes (http://temi.repubblica.it/limes)

di Francesco Sisci
RUBRICA SINICA. Dirlo è sacrilego, ma c'è già un vincitore delle elezioni a Taiwan: è il presidente della Repubblica Popolare Cinese, che ha riavvicinato l'isola alla Cina comunista senza doverle muovere guerra.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/05 "Cindia, la sfida del secolo")

La scelta è tra il presidente in carica Ma Ying-jiu, del Partito nazionalista Kmt, che rappresenta i blu, e la sfidante Tsai Ying-wen, del Partito democratico progressista Dpp, in verde.

Ufficialmente, il Kmt vuole maggiori legami con il suo gigantesco vicino continentale, la Repubblica Popolare Cinese (Prc), mentre il Dpp vorrebbe dichiarare unilateralmente l'indipendenza. Nei sondaggi è in vantaggio Ma, anche se non di molto. I giornali sono divisi su chi vincerà.

È quasi sacrilego dirlo, ma ancora prima che vengano aperte le urne c'è già un vincitore: il presidente della Prc Hu Jintao.

A Taiwan nessuno dei due partiti - per ragioni diverse - vuole riconoscere la forte influenza politica della Cina continentale sull'isola. A Pechino l'establishment per il momento non vuole pubblicizzare questo passo avanti verso la riunificazione: sta preparando il Diciottesimo congresso del Partito comunista (Pcc), che si terrà in autunno e deciderà la squadra che governerà la Cina per i prossimi dieci anni.

Al congresso il dibattito verterà in parte sulla valutazione dell'operato di Hu. Una piccola o grande vittoria a Taiwan potrebbe dargli minori o maggiori possibilità di contribuire alla scelta dei suoi successori. Oltretutto, questa rivendicazione potrebbe essere fraintesa nell'infuocato dibattito sull'isola.

Hu è il vincitore di fatto perchè chiunque venga eletto presidente a Taiwan, sia Ma o Tsai, è impossibile per Taipei sganciarsi dall'abbraccio della Cina continentale, a differenza di dieci anni fa.

A conferma che l'abbraccio sia inallentabile potrebbe essere offerta una miriade di dati economici: i miliardi di dollari investiti da Taipei nella Prc (apparentemente oltre 100), il consistente surplus commerciale dell'isola con il continente (pari a circa un terzo del pil di Taiwan), e gli oltre due milioni di taiwanesi che vivono nella Cina comunista.

Questi numeri però non sono tanto diversi da quelli di un decennio fa. La vera novità sono i contatti tra Pechino, Shanghai e Taiwan, con decine di voli al giorno e la grande copertura mediatica offerta dai giornali cinesi a quanto accade sull'isola e viceversa. Hu è riuscito a ottenere che tra il continente e Taiwan ci fossero telecomunicazioni e collegamenti navali e aerei diretti.

I contatti tra i due lati dello Stretto hanno raggiunto una profondità senza eguali nella storia dell'isola, semplificando la vita di milioni di taiwanesi. È impensabile che Tsai, o chi per lei, possa tornare indietro da questa situazione.

Certo, fare passi avanti potrebbe essere molto difficile. Integrarsi politicamente vuol dire dover rispondere a domande complicate: che ne sarà delle libere elezioni e della libera stampa di Taiwan? Continueranno a esistere? E i partiti taiwanesi, come potranno dialogare col Partito comunista cinese? I leader dell'isola avranno qualche ruolo in Cina?

Anche se le indiscrezioni fossero confermate e al presidente taiwanese fosse offerta la carica di vicepresidente della Cina, questi potrebbe partecipare alle riunioni del politburo, il vero centro di potere della Prc? Se la risposta è no, la sua carica sarebbe onorifica; se la risposta è sì, il Partito dovrebbe cambiare.

Non sono domande cui sia facile rispondere per Pechino, per cui la cosa migliore al momento sarebbe metterle da parte. Proprio per questo Hu è riuscito a mettere Taiwan in una posizione ideale per la Cina comunista: l'isola è sotto il suo abbraccio, ma non al punto da dover completare una difficile riunificazione politica.

Hu ha ottenuto quello che nell'agenda di politica interna della Cina era necessario ottenere dieci anni fa, ovvero interrompere il cammino di Taiwan verso l'indipendenza, che all'epoca sembrava inarrestabile. Se fosse stata concessa l'indipendenza formale all'isola abitata dall'etnia Han (che rappresenta la maggioranza anche sul continente), i movimenti indipendentisti dei territori della Prc abitati da persone di altre etnie avrebbero ripreso vigore.

Il buon esito della politica di Hu è ulteriormente comprovato dal fatto che negli ultimi due anni ci sono stati incidenti di frontiera con molti dei vicini marittimi della Cina (Corea del Sud, Giappone, Vietnam e Filippine), mentre con Taiwan, che un tempo era la principale fonte di problemi, non è successo nulla. I legami con l'isola sono stati trattati con accortezza e paiono in grado di superare le crescenti tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti, da decenni il principale partner militare di Taipei.

Hu ha ottenuto tutto questo attraverso lo sviluppo pacifico, con una diplomazia attenta e senza impiegare un solo soldato o sparare un solo colpo. Questo modello potrebbe essere seguito e replicato su scala più ampia con tutti i paesi vicini e il resto del mondo, diventando così un importante precedente per la politica internazionale di Pechino.

Proprio questo potrebbe essere il motivo per cui i detrattori di Hu preferiscono minimizzare il suo successo. Se la politica di Hu con Taiwan ha funzionato, a cosa serve aumentare la spesa militare? Bisognerebbe elaborare una strategia politica più ampia.

Il numero di missili puntati su Taiwan potrebbe essere ridotto, mandando un messaggio di pace molto chiaro all'isola e al resto del mondo. Ma una riduzione del numero di missili colpirebbe un centro di potere in una maniera che potrebbe avere importanti ripercussioni sulle scelte del Diciottesimo congresso.

Paradossalmente, malgrado Hu abbia davvero trionfato per quanto riguarda Taiwan, le polemiche dell'isola si riverberano su Pechino. La retorica anti-cinese dei blu e dei verdi alimenta le posizioni dei falchi della Prc, i quali sostengono che le aperture pacifiche all'isola sono inutili e per affrontare Taipei e il mondo sarebbero necessarie misure più drastiche.

Sono argomentazioni miopi, ma potrebbero guadagnare terreno a Pechino data la frenetica atmosfera che precede il congresso. In fin dei conti, l'eventuale vittoria di Tsai non cambierebbe nulla a Taipei, ma potrebbe cambiare molto sul continente, portando fieno alla cascina di quei falchi che i taiwanesi dicono di temere.

Ironicamente, tutto ciò dimostra che l'interdipendenza tra i due lati dello stretto è cresciuta. Il dibattito politico nell'isola influenza la Cina comunista in una maniera che sorprende gli stessi leader taiwanesi. Ciò dimostra che la riunificazione politica si sta già verificando e che se Pechino incombe su Taipei, anche Taipei incombe su Pechino.

Hu Jintao the real Taiwan election victor
(Copyright 2011 Francesco Sisci - traduzione dall'inglese di Niccolò Locatelli)

giovedì 12 gennaio 2012

Cinesi in Africa: non solo male…

Tratto dal blog di Federico Rampini (http://rampini.blogautore.repubblica.it)

Una crescita media del 2% all’anno nel reddito pro capite, prolungata per un intero decennio: non è ancora un exploit a livelli “asiatici”, ma equivale al boom economico del Sudamerica. E’ la performance messa a segno dall’Africa, secondo uno studio pubblicato dal Dipartimento dell’agricoltura Usa. Non più solo il Sudafrica, ma vaste aree del continente nero aspirano ormai alla qualifica di “emergenti”. Uno dei loro motori di sviluppo sono gli investimenti cinesi. La banca mondiale prevede che entro pochi anni la Cina avrà “esportato” ben 85 milioni di posti di lavoro in Africa. E lo avrà fatto in parte con una ricetta che risale a Deng Xiaoping, il padre delle riforme economiche che lanciarono la Repubblica Popolare verso il capitalismo 30 anni fa: la creazione di “zone speciali”, parchi tecnologico-industriali con esenzioni fiscali e incentivi per attirare gli investimenti esteri.
Di tutto questo in Occidente arrivano quasi soltanto gli echi negativi. E ce ne sono, naturalmente, in abbondanza. La Cina non fa beneficienza, anzi in molti settori gli africani lamentano l’effetto distruttivo dei “cing-ciong”, come sono battezzati in senso spregiativo i prodotti a basso prezzo made in China, la cui invasione ha fatto fallire molte imprese locali provocando fenomeni di deindustrializzazione regressiva. Altre lamentele riguardano gli abusi contro i diritti dei lavoratori, nei settori dominati dalle imprese cinesi in Africa. Una denuncia recente viene dallo Zimbabwe, l’ultima tra le “terre di conquista” che la Cina ha scoperto e su cui si è avventata con avidità, attirata dai diamanti e altre risorse minerarie. Violenze e soprusi sono stati rivelati in un cantiere a nord di Harare, dove il colosso cinese Afecc (Anhui Foreign Economic Construction Corporation) sta costruendo su richiesta di Mugabe una sontuosa accademia militare. Per i 600 operai africani che vi lavorano, alle dipendenze di 300 manager e tecnici cinesi, la futura accademia militare è un cantiere di sfruttamento. Le condizioni di lavoro riportare dalle ong umanitarie sono 4 dollari di salario al giorno per turni dalle 7 del mattino alle nove di sera. Intimidazioni, pestaggi, licenziamenti “politici” sono all’ordine del giorno, contro chi osa ribellarsi. Lo Zimbabwe, che improvvisamente è inondato da 10 miliardi di dollari di investimenti in arrivo da Pechino, sta scoprendo così un problema già esploso in altri paesi africani. Il più noto è l’esempio dello Zambia, teatro di ribellioni violente nelle miniere gestite dai cinesi.
Tuttavia l’attenzione unilaterale che gli occidentali riservano a questi risvolti degradanti della “sinizzazione” dell’Africa, rischia di svilire le dimensioni e la portata di questo fenomeno. Ancora nel 2000 gli investimenti cinesi in Africa erano un’inezia, appena 60 milioni di dollari. Il continente nero era ancora saldamente sotto l’influenza americana ed europea; e bloccato in una stagnazione economica disperante. Da allora il flusso di capitali cinesi si è ingigantito in modo spettacolare, fino a raggiungere livelli 200 volte superiori. E siamo solo all’inizio, perché nell’invasione cinese si sta aprendo una nuova fase. La prima stagione è stata una classica espansione “neo-coloniale” alla ricerca di materie prime (energia, minerali, derrate agricole e perfino terre coltivabili); in cambio della quale tuttavia la Cina ha saputo costruire infrastrutture di ampiezza e qualità spesso migliore a quelle lasciate dagli occidentali. La seconda fase, che si sta aprendo ora, è all’insegna di una vera e propria delocalizzazione. Intere industrie cinesi, afflitte da aumenti salariali in casa propria, stanno trasferendo non solo in altri paesi asiatici (Bangladesh, Vietnam, Cambogia) ma anche nelle aree sub-sahariane alcune produzioni ad alta intensità di manodopera come il tessile. La politica delle “zone franche”, con incentivi ed esenzioni fiscali, punta proprio a questo. Un esempio è la Chinese Eastern Industry Zone in Etiopia, dove sorge già un cementificio. Una “zona” analoga in Zambia ospita una maxi-fonderia di rame con 6.000 posti di lavoro ed esportazioni per 450 milioni. Ghana, Uganda e Congo sono destinatari di progetti analoghi. Anche in questo campo è possibile trovare risvolti negativi – la “delocalizzazione dell’inquinamento” rientra in questa strategia – e tuttavia l’Occidente ha lasciato della sua presenza in Africa ricordi peggiori.