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sabato 14 gennaio 2012

Elezioni a Taiwan: il vincitore è… Hu Jintao

Articolo tratto da Limes (http://temi.repubblica.it/limes)

di Francesco Sisci
RUBRICA SINICA. Dirlo è sacrilego, ma c'è già un vincitore delle elezioni a Taiwan: è il presidente della Repubblica Popolare Cinese, che ha riavvicinato l'isola alla Cina comunista senza doverle muovere guerra.

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(Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/05 "Cindia, la sfida del secolo")

La scelta è tra il presidente in carica Ma Ying-jiu, del Partito nazionalista Kmt, che rappresenta i blu, e la sfidante Tsai Ying-wen, del Partito democratico progressista Dpp, in verde.

Ufficialmente, il Kmt vuole maggiori legami con il suo gigantesco vicino continentale, la Repubblica Popolare Cinese (Prc), mentre il Dpp vorrebbe dichiarare unilateralmente l'indipendenza. Nei sondaggi è in vantaggio Ma, anche se non di molto. I giornali sono divisi su chi vincerà.

È quasi sacrilego dirlo, ma ancora prima che vengano aperte le urne c'è già un vincitore: il presidente della Prc Hu Jintao.

A Taiwan nessuno dei due partiti - per ragioni diverse - vuole riconoscere la forte influenza politica della Cina continentale sull'isola. A Pechino l'establishment per il momento non vuole pubblicizzare questo passo avanti verso la riunificazione: sta preparando il Diciottesimo congresso del Partito comunista (Pcc), che si terrà in autunno e deciderà la squadra che governerà la Cina per i prossimi dieci anni.

Al congresso il dibattito verterà in parte sulla valutazione dell'operato di Hu. Una piccola o grande vittoria a Taiwan potrebbe dargli minori o maggiori possibilità di contribuire alla scelta dei suoi successori. Oltretutto, questa rivendicazione potrebbe essere fraintesa nell'infuocato dibattito sull'isola.

Hu è il vincitore di fatto perchè chiunque venga eletto presidente a Taiwan, sia Ma o Tsai, è impossibile per Taipei sganciarsi dall'abbraccio della Cina continentale, a differenza di dieci anni fa.

A conferma che l'abbraccio sia inallentabile potrebbe essere offerta una miriade di dati economici: i miliardi di dollari investiti da Taipei nella Prc (apparentemente oltre 100), il consistente surplus commerciale dell'isola con il continente (pari a circa un terzo del pil di Taiwan), e gli oltre due milioni di taiwanesi che vivono nella Cina comunista.

Questi numeri però non sono tanto diversi da quelli di un decennio fa. La vera novità sono i contatti tra Pechino, Shanghai e Taiwan, con decine di voli al giorno e la grande copertura mediatica offerta dai giornali cinesi a quanto accade sull'isola e viceversa. Hu è riuscito a ottenere che tra il continente e Taiwan ci fossero telecomunicazioni e collegamenti navali e aerei diretti.

I contatti tra i due lati dello Stretto hanno raggiunto una profondità senza eguali nella storia dell'isola, semplificando la vita di milioni di taiwanesi. È impensabile che Tsai, o chi per lei, possa tornare indietro da questa situazione.

Certo, fare passi avanti potrebbe essere molto difficile. Integrarsi politicamente vuol dire dover rispondere a domande complicate: che ne sarà delle libere elezioni e della libera stampa di Taiwan? Continueranno a esistere? E i partiti taiwanesi, come potranno dialogare col Partito comunista cinese? I leader dell'isola avranno qualche ruolo in Cina?

Anche se le indiscrezioni fossero confermate e al presidente taiwanese fosse offerta la carica di vicepresidente della Cina, questi potrebbe partecipare alle riunioni del politburo, il vero centro di potere della Prc? Se la risposta è no, la sua carica sarebbe onorifica; se la risposta è sì, il Partito dovrebbe cambiare.

Non sono domande cui sia facile rispondere per Pechino, per cui la cosa migliore al momento sarebbe metterle da parte. Proprio per questo Hu è riuscito a mettere Taiwan in una posizione ideale per la Cina comunista: l'isola è sotto il suo abbraccio, ma non al punto da dover completare una difficile riunificazione politica.

Hu ha ottenuto quello che nell'agenda di politica interna della Cina era necessario ottenere dieci anni fa, ovvero interrompere il cammino di Taiwan verso l'indipendenza, che all'epoca sembrava inarrestabile. Se fosse stata concessa l'indipendenza formale all'isola abitata dall'etnia Han (che rappresenta la maggioranza anche sul continente), i movimenti indipendentisti dei territori della Prc abitati da persone di altre etnie avrebbero ripreso vigore.

Il buon esito della politica di Hu è ulteriormente comprovato dal fatto che negli ultimi due anni ci sono stati incidenti di frontiera con molti dei vicini marittimi della Cina (Corea del Sud, Giappone, Vietnam e Filippine), mentre con Taiwan, che un tempo era la principale fonte di problemi, non è successo nulla. I legami con l'isola sono stati trattati con accortezza e paiono in grado di superare le crescenti tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti, da decenni il principale partner militare di Taipei.

Hu ha ottenuto tutto questo attraverso lo sviluppo pacifico, con una diplomazia attenta e senza impiegare un solo soldato o sparare un solo colpo. Questo modello potrebbe essere seguito e replicato su scala più ampia con tutti i paesi vicini e il resto del mondo, diventando così un importante precedente per la politica internazionale di Pechino.

Proprio questo potrebbe essere il motivo per cui i detrattori di Hu preferiscono minimizzare il suo successo. Se la politica di Hu con Taiwan ha funzionato, a cosa serve aumentare la spesa militare? Bisognerebbe elaborare una strategia politica più ampia.

Il numero di missili puntati su Taiwan potrebbe essere ridotto, mandando un messaggio di pace molto chiaro all'isola e al resto del mondo. Ma una riduzione del numero di missili colpirebbe un centro di potere in una maniera che potrebbe avere importanti ripercussioni sulle scelte del Diciottesimo congresso.

Paradossalmente, malgrado Hu abbia davvero trionfato per quanto riguarda Taiwan, le polemiche dell'isola si riverberano su Pechino. La retorica anti-cinese dei blu e dei verdi alimenta le posizioni dei falchi della Prc, i quali sostengono che le aperture pacifiche all'isola sono inutili e per affrontare Taipei e il mondo sarebbero necessarie misure più drastiche.

Sono argomentazioni miopi, ma potrebbero guadagnare terreno a Pechino data la frenetica atmosfera che precede il congresso. In fin dei conti, l'eventuale vittoria di Tsai non cambierebbe nulla a Taipei, ma potrebbe cambiare molto sul continente, portando fieno alla cascina di quei falchi che i taiwanesi dicono di temere.

Ironicamente, tutto ciò dimostra che l'interdipendenza tra i due lati dello stretto è cresciuta. Il dibattito politico nell'isola influenza la Cina comunista in una maniera che sorprende gli stessi leader taiwanesi. Ciò dimostra che la riunificazione politica si sta già verificando e che se Pechino incombe su Taipei, anche Taipei incombe su Pechino.

Hu Jintao the real Taiwan election victor
(Copyright 2011 Francesco Sisci - traduzione dall'inglese di Niccolò Locatelli)

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