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domenica 25 marzo 2012

Nel voto farsa di Hong Kong trionfa il "lupo" di Pechino

da www.repubblica.it

Le elezioni per il capo dell'esecutivo si sono concluse con la vittoria al primo turno di Leung Chun-ying, il candidato preferito dal governo cinese. E' stato scelto da un Comitato elettorale composto da appena 1.200 persone, per gli oltre 7 milioni di abitanti dell'ex colonia britannica

HONG KONG – Pechino ha vinto le cosidette «elezioni» che hanno scelto ieri il nuovo «chief executive» di Hong Kong. Leung Chun-ying, 57 anni, soprannominato il «lupo», ha ottenuto 689 voti, il 57,4%, al primo turno. Gliene sarebbero bastati 601 entro due turni per conquistare la maggioranza assoluta del comitato dei 1200 grandi elettori, i soli a potersi esprimere in rappresentanza di oltre 7 milioni di cittadini. I lobbysti delle categorie economiche, lo 0,02% della popolazione, hanno invece risposto in massa agli ultimi appelli partiti dalla Cina, di cui ancora per trentacinque anni Hong Kong sarà una regione amministrativa speciale. Il suo avversario Henry Tang, detto il «porco» e inizialmente il favorito di Pechino, è crollato al 23,7%, distrutto dagli scandali personali scoppiati nelle ultime settimane. Il terzo candidato Albert Ho, leader dei democratici senza alcuna possibilità di vittoria a causa del sistema elettorale costruito per eleggere solo esponenti filo-cinesi, si è fermato al 6,3%.

Il voto di ieri ha dimostrato come la Cina, nonostante ufficialmente resista il meccanismo «un Paese due sistemi», abbia saldamente in pugno l’ex colonia britannica, riscattata da Londra nel 1997. Il sistema è unico da tempo: capitalismo selvaggio e autoritarismo sotterraneo. Fino a poche settimane fa, quando contro l’erede del tessile Henry Tang sono improvvisamente esplose le accuse di abusi edilizi, infedeltà coniugale e rivelazioni
di segreti d’ufficio, Leung Chun-ying era indietro in tutti i sondaggi. Pechino ha infine rivolto il suo appoggio su di lui, è sceso in campo lo stesso prossimo leader Xi Jinping, e tutto è cambiato. Gli analisti di Hong Kong sostengono ora che il piano sia stato sapientemente architettato dai cinesi fin dall’inizio.

Il nuovo «chief executive», che dopo due legislature sostituisce Donald Tsang (altro filocinese pure travolto dagli scandali) sarebbe iscritto al partito comunista clandestino della metropoli e per conto di Pechino terrebbe i rapporti tra i tycoon delle costruzioni e la criminalità organizzata. Sarebbero state le spie cinesi a rivelare gli scandali di Henry Tang al momento opportuno, servendosi della forza di un’informazione indipendente per affermare gli interessi del potere autoritario cinese. Leung Chun-ying, per molti anni alto funzionario del governo cittadino, è un boss delle immobiliari che s’è fatto da sé, vanta in città enormi interessi privati e in campagna elettorale è stato fotografato a cena con un noto mafioso detto «Shanghai Boy», capo delle Triadi cinesi che dominano anche il ricchissimo mercato delle costruzioni.

Gli ultimi sondaggi tra la popolazione, svolti da giornali e università, non lo accreditavano di oltre il 30% delle preferenze. I grandi elettori dell’economia non rappresentano però gli interessi sociali, ma gli affari, e non si sono fatti impressionare nemmeno dalla rivelazione che nel 2003 Leung Chun-ying avrebbe chiesto l’intervento della polizia contro la folla che manifestava contro riforme illiberali. Ieri mattina, mentre erano in corso le votazioni, migliaia di persone si sono riunite all’esterno della sede elettorale, affacciata sul Victoria Harbour, e hanno protestato spargendo sulla strada carriarmati giocattolo, simbolo del potere autoritario di Leung Chun-ying e di Pechino. Analisti indipendenti sostengono che la compravendita finale delle preferenze sia costata oltre 30 milioni di dollari, più delle primarie negli Stati Uniti. La grande incognita è vedere se il nuovo «chief executive» manterrà la promessa di regalare a Hong Kong, e dunque alla Cina, le prime libere elezioni a suffragio universale entro il 2017. Visto il risultato di ieri, e il tonfo dei democratici, la gente non ci crede più. E teme al contrario che sulla «cassaforte dell’Oriente» la presa del partito comunista e dei nuovi leader cinesi si stringa sempre di più.

(25 marzo 2012) © Riproduzione riservata

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