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lunedì 30 aprile 2012

La lunga marcia della Cina alla conquista dell'Europa, da Reykjavik a Mosca (passando per Berlino)

da www.ilsole24ore.com

Il presidente russo Dmitry Medvedev (d) e il vice-premier cinese Li Keqiang (EPA)Il presidente russo Dmitry Medvedev (d) e il vice-premier cinese Li Keqiang (EPA)
Si sono divisi in due l'Europa centro-settentrionale, da Reykjavik a Mosca, e l'hanno passata al setaccio. Wen Jiabao e Li Keqiang, il premier cinese di ieri e di oggi e il vice che domani probabilmente prenderà il suo posto, al cambio della guardia del prossimo autunno. Una staffetta per ricordare che Pechino è a caccia di mercati a tutto campo, e ha i mezzi per sostenere i propri investimenti in un'Europa in difficoltà. Accordi bilaterali, a decine, sullo sfondo mai dimenticato della crisi globale: i viaggi di Wen e Li sono importanti a livello strategico – scrive da Pechino il Quotidiano del Popolo – perché Cina, Russia ed Europa "sono forze importanti per lo sviluppo di un mondo multipolare".

Se il punto centrale della missione del vicepremier Li Keqiang sarà la tappa di Bruxelles - l'Unione Europea è la destinazione principale delle merci cinesi – i due viaggi sono stati ricchi di "prime volte". A cominciare da Wen Jiabao, mai un premier cinese era stato in Islanda a rimarcare il "grande potenziale" della cooperazione tra i due Paesi. Infrastrutture, costruzioni, energia: eppure Wen non è salito fino a Reykjavik solo per promuovere investimenti. La visita rientra nelle mosse di Pechino per partecipare alla corsa a un Artico sempre più libero dai ghiacci, per studiare le risorse energetiche e le rotte commerciali che si stanno aprendo.

In Germania, Wen Jiabao ha auspicato un aumento dell'interscambio (nel 2011 169,1 miliardi di dollari) a 280 miliardi entro il 2015: e se Pechino chiede alla Germania, e all'Europa, di allentare le restrizioni all'export high-tech in Cina, il premier si è impegnato a importare di più dai tedeschi. E gli ambiti segnalati con l'obiettivo di ridurre le barriere agli investimenti sono l'efficienza energetica, la protezione ambientale. Terza tappa, il 24 aprile scorso, la Svezia, cinque accordi commerciali: di nuovo accento sulle tecnologie ambientali, la sicurezza stradale e ferroviaria, lo sviluppo sostenibile, un punto per cui la Cina è pronta a offrire a Stoccolma un prestito da 1,3 miliardi di dollari.

E poi la Polonia, un altro "primo" viaggio di un capo di Governo cinese dalla caduta del comunismo. Nell'unica economia della Ue ad aver evitato la recessione Wen si è impegnato a ridurre il grande deficit commerciale (importazioni polacche dieci volte superiori alle esportazioni). Qui sono le banche, il settore minerario, energie alternative e trasporti a interessare Pechino, la Polonia è impegnata in un grande sforzo di ammodernamento delle infrastrutture e del settore energetico. Ma in questi giorni Varsavia per Wen Jiabao è stata anche la chiave all'intera Europa centrale e orientale, dai Paesi del Baltico ai Balcani. Sedici Paesi, dall'Estonia all'Ungheria alla Serbia, si sono riuniti per esprimere il loro interesse a fare affari con Pechino, e Wen non li ha delusi: ha annunciato l'istituzione di una linea di credito da 10 miliardi di dollari a sostegno degli investimenti nella regione. Obiettivo su infrastrutture, high tech, tecnologie verdi. Fondi per 500 milioni di dollari saranno inoltre messi a disposizione di compagnie cinesi interessate ad avviare investimenti qui dove la Cina si augura di portare l'interscambio da 52,9 a 100 miliardi, entro il 2015.

Il vicepremier Li Keqiang è ripartito là dove si era fermato Wen, affrontando la Russia. Il primo produttore di energia al mondo e il primo consumatore: tanto basta per collegare "forzatamente" gli interessi di due Paesi troppo grandi e troppo vicini per avere relazioni facili. La Russia ha sempre guardato con diffidenza la pressione cinese sulle sue grandi, deserte distese siberiane, ma è troppo affamata di investimenti per chiudere le porte. Così la visita del vicepremier a Mosca, il 27 aprile, è descritta con enfasi come l'avvio di un legame "senza precedenti", mentre Vladimir Putin usa con Li la parola "amici": "Gli elementi di divergenza non ci mancano – ha detto il prossimo presidente russo – ma abbiamo interessi comuni. E come fanno gli amici stretti, abbiamo imparato a cercare e trovare compromessi". Lo stava ascoltando anche Aleksej Miller, il capo di Gazprom che sta negoziando forniture di gas alla Cina per i prossimi tre decenni. Da lungo tempo, ormai, la firma del contratto è ritardata da divergenze sui prezzi.

Dopo una breve tappa in Ungheria, il 30 aprile Li sarà a Bruxelles. Prima di lui, Wen aveva soltanto accennato a quello che Pechino – con le sue riserve da 3,3 trilioni di dollari – desidererebbe in cambio di un aiuto ai Paesi dell'Eurozona in difficoltà: il pieno status di economia di mercato, la revoca del bando sulle vendite di armi e delle restrizioni all'export di alta tecnologia. E chissà se al termine della visita si sarà avverato il titolo del Quotidiano del Popolo: "La Cina e l'Europa – così presentava i viaggi dei suoi leader – trascorreranno la primavera mano nella mano".

sabato 21 aprile 2012

La caduta di Bo Xilai e la connection americana

da rampini.blogautore.repubblica.it

La caduta del potente Bo Xilai “sfiora” perfino Barack Obama, getta nell’imbarazzo il Dipartimento di Stato, la destra americana vuole saperne di più sul ruolo avuto dall’ambasciata Usa di Pechino. Su Newsweek un celebre sceneggiatore di Broadway vede in questa storia un musical più affascinante di “Evita”, con tanto di donna-drago, la crudele assassina Gu Kailai nei panni della co-protagonista. New York Times e Wall Street Journal sbattono la storia in prima pagina da diversi giorni. L’America è ipnotizzata dal “thriller” cinese che di colpo mette a nudo i segreti di un regime impenetrabile, i vizi dell’oligarchia comunista più potente del mondo, insieme con una trama esotica di amori proibiti, lusso sfrenato, omicidi con avvelenamento. E spionaggio? Una coda dello scandalo lambisce perfino la reputazione della più prestigiosa università americana, Harvard. E’ in questa università di eccellenza, nella più esclusiva delle sue facoltà – la John Kennedy School of Government dove si applicano le teorie di management alla governance e all’amministrazione pubblica – che studia il figlio del deposto gerarca comunista. A 24 anni, Bo Guaga è su tutti i giornali e rotocalchi americani, fotografato in pose che non farebbero troppo scandalo se lui fosse un qualsiasi figlio di papà: lo si vede in party notturni, o al tavolo di lussuosi ristoranti, abbracciato da bionde avvenenti. Ma Bo è “figlio di papà” in un paese dove quelli come lui li chiamano “principini”, con un misto di invidia e di indignazione. La stampa comunista di Pechino si è impadronita delle sue gesta notturne – compreso quando ha “urinato su un recinto universitario”, in stato di ubriachezza – e della sua pagina Facebook, come esempio di uno stile di vita decadente. Il padre ha tentato di difendersi: “Non è vero che mio figlio gira in Ferrari, in quanto alla retta di Harvard non la pago io, perché si è meritato una borsa di studio”. Già, 90.000 dollari l’anno è il costo complessivo per frequentare la School of Government, un po’ troppo per lo stipendio ufficiale di un funzionario comunista, sia pure di alto grado. Sulla borsa di studio, le autorità accademiche di Harvard si chiudono in un silenzio imbarazzato. Rispetto della privacy, dicono. Aggiungono che nell’erogare borse agli studenti la super-facoltà adotta un approccio “olistico” che tiene conto non solo del talento accademico ma anche delle “potenzialità di leadership”. Altrove questo approccio “olistico” si chiamerebbe opportunismo, o servilismo verso i rampolli di Vip stranieri che hanno delle “connection” da offrire. In quanto alla Ferrari: per la precisione Bo Guaga la guidava a Pechino, la sera che andò a prelevare la figlia dell’ambasciatore americano per un appuntamento galante. A Harvard, dicono i suoi compagni, lo si vedeva al volante di una Porsche. Dettagli scomodi, nella posizione in cui si trova suo padre oggi. Tanto più che nella stessa Harvard ci sono altri “principini” cinesi che hanno un profilo più basso. La più importante è Xi Mingze, la figlia di Xi Jinping che alla fine di quest’anno salirà al trono della Cina comunista, sostituendo l’attuale leader Hu Jintao nelle massime cariche del paese. La ragazza è decisamente più prudente: usa quasi sempre un falso nome. E non ha mai avuto una pagina su Facebook.
Harvard è solo una parte della “connection americana” nel più grave scandalo cinese da molti decenni. In realtà tutto “il caso Bo Xilai” diventa visibile solo quando, il 6 febbraio scorso, il consolato Usa di Chengdu nella provincia del Sichuan accoglie un “rifugiato politico” molto particolare. A chiedere asilo ai diplomatici americani quel giorno è Wang Lijun, vicesindaco della megalopoli di Chongqing ed ex braccio destro di Bo Xilai che all’epoca è ancora (o sembra essere) all’apice della sua potenza. Wang è soprattutto il vero capo della polizia di Chongqing, l’uomo che per anni ha assecondato Bo nei suoi metodi feroci per la scalata a potere e ricchezza: arresti arbitrari, violenze poliziesche, ricatti ed estorsioni contro i capitalisti locali o gli avversari politici. Ma quel che accadde “dentro” il consolato Usa di Chengdu, è un mistero che appassiona gli americani e si trasforma in una controversia politica. Perché il consolato il 6 febbraio avvertì immediatamente l’ambasciata a Pechino; e da lì la vicenda fu riferita alla Casa Bianca. Dunque Obama sapeva. Al Congresso di Washington è stato paragonato al film di fanta-spionaggio “Bourne Supremacy”. I repubblicani ora incalzano: “Perché Wang fu riconsegnato alla polizia cinese? Quali informazioni poteva fornire agli Stati Uniti sulle lotte al vertice del regime di Pechino? Quali passi sono stati compiuti, oppure omessi, per meglio tutelare la sicurezza degli Stati Uniti e anche l’incolumità di Wang?” Sono domande contenute nell’interrogazione di Ileana Ros-Lehtinen, la potente deputata repubblicana della Florida che presiede la commissione Esteri della Camera. Domande rivolte a Hillary Clinton. Il segretario di Stato finora ha evitato di rispondere. Ad accrescere l’imbarazzo c’è una coincidenza di date: quel 6 febbraio in cui il superpoliziotto Wang andò a consegnarsi alla diplomazia americana, mancava solo una settimana alla visita di Stato del futuro numero uno cinese a Washington, Xi Jinping. La destra Usa insinua che Obama avrebbe “svenduto” un disertore di altissimo rango e di interesse strategico per gli americani, al fine di non compromettere il summit con Xi. La diplomazia Usa lascia filtrare una versione diversa: Wang in realtà non puntava a essere estradato negli Stati Uniti bensì voleva arrendersi alla polizia centrale di Pechino. Altrimenti sarebbe finito nelle mani degli agenti fedeli a Bo e alla diabolica consorte. E rischiava di fare la stessa fine del businessman inglese Neil Heywood: l’ex amante che la First Lady di Chongqing avrebbe fatto uccidere da un domestico col veleno. A proposito: Heywood fu anche l’uomo chiave per le “promozioni” accademiche del figlio… “Madame Butterfly si mescola con Agatha Christie: è una trama stupenda”: lo sceneggiatore David Henry Hwang, unico sino-americano che ha sfondato a Broadway, si dice pronto a portare questa storia sulle scene. “Stranger than Fiction”, intitola Newsweek, la fantasia narrativa fatica a tenere il passo con il ritmo di questi colpi di scena.

martedì 17 aprile 2012

Cina, la lunga marcia dello yuan (2)

da www.eilmensile.it

Gabriele Battaglia

La Cina ha ampliato sabato la banda di oscillazione dello yuan/renminbi rispetto al dollaro. Prima era dello 0,5 per cento, ora dell’1, un aumento superiore a quanto si prevedeva (0,7 per cento), commentato in lungo e in largo dagli analisti internazionali durante il week-end.
Colpisce soprattutto che la misura arrivi subito dopo la diffusione dei dati sul rallentamento dell’economia cinese. La circostanza è stata interpretata come una mossa più politica che economica: le autorità di Pechino vogliono “rassicurare” il mondo a proposito della propria velocità di reazione, ci dicono che il rallentamento dell’economia fa parte di una più generale riconversione in cui tutto è previsto, tutto è sotto controllo. E non è escluso che così sia, almeno in parte.

Le autorità economiche globali plaudono alla scelta cinese, a partire da Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, secondo cui la nuova banda d’oscillazione “sottolinea l’impegno della Cina per riequilibrare la sua economia verso il consumo interno e permettere alle forze di mercato di svolgere un ruolo maggiore nel determinare il livello del tasso di cambio”. Il dipartimento del Tesoro Usa si allinea, ma ricorda che la novità non è sufficiente a colmare il vantaggio competitivo che la Cina si procurerebbe mantenendo il valore dello yuan artificialmente basso: schermaglie.

C’è però chi legge tra le righe della scelta cinese una mossa machiavellica. Gli analisti della Deutsche Bank di Hong Kong, per esempio, ritengono che “in un periodo in cui Pechino sta restringendo le limitazioni all’accesso di capitali esteri e sta dando maggiore impulso allo sviluppo dell’industria finanziaria, una banda di oscillazione più ampia serve come deterrente contro i flussi di capitali speculativi”.
Traduciamo. Lo yuan commercializzato sui mercati offshore, a differenza di quello in Patria, subisce attacchi speculativi. Più il limite di oscillazione è basso e più la speculazione internazionale si accanisce su quel limite, cercando di forzarlo. Se vogliamo metterla sul piano evocativo, è come se la Cina avesse dato alla propria moneta più spazio per indietreggiare di fronte a una carica nemica. Una mossa da “Arte della guerra” di Sun Tzu, proprio nel momento in cui, rendendo più facile l’investimento finanziario straniero oltre Muraglia, Pechino rischia di attirarsi la speculazione in casa.

Un’altra ipotesi è che la Cina stia paradossalmente scommettendo contro la propria valuta. A Zhongnanhai e dintorni qualcuno potrebbe prevedere che in futuro il valore dello yuan calerà invece di salire. Se, grazie a una banda di oscillazione più ampia, potesse scendere di più di quanto faccia finora, l’export cinese ne beneficerebbe ulteriormente.

Infine ci sarebbe una valutazione strategica di più ampio respiro. Proprio nel momento in cui le borse occidentali si rivelano volatili e insicure, la Cina cercherebbe di attirare capitali stranieri rendendo la propria moneta più allineata agli andamenti di mercato. “Fino a qualche anno fa – spiega Niccolò Mancini, broker di Piazza Affari e collaboratore di E-il mensile – il renminbi era pressoché sconosciuto sui mercati finanziari; oggi, qualsiasi operatore offre gestioni in renminbi, ma non solo: anche veri e propri prodotti confezionati attorno alla moneta cinese”.

La mossa di Pechino è più interessante se vista in prospettiva, dunque, che nell’immediato. La sensazione è che la Cina percorra una strategia molto pragmatica e al tempo stesso visionaria: da un lato, non vuole attirare speculazione finanziaria in casa propria e quindi lascia oscillare, ma continua a controllare “politicamente”, la propria moneta. Dall’altro, vuole gradualmente affiancare il renminbi a dollaro ed euro come valuta universale di scambio e di riserva e quindi lo rende più appetibile sui mercati.
È la “lunga marcia dello yuan”, un’immagine che riprende oggi anche il Financial Times.

martedì 10 aprile 2012

Sony, perdite record: a casa 10mila dipendenti

da www.eilmensile.it

10 aprile 2012versione stampabile

L’anno fiscale 2011-2012 per la Sony è stato il peggiore della sua storia. La chiusura in rosso per il colosso della tecnologia, farà perdere il posto di lavoro ad almeno 10mila persone, poco meno del 6 per cento del totale degli impiegai dell’azienda. I tagli sono previsti entro la fine di quest’anno.

Secondo le stime rese note da Sony, le perdite si aggirerebbero intorno ai 520 miliardi di yen, pari a circa 5 miliardi di euro. Mai prima d’ora il colosso giapponese si era dovuto confrontare con una perdita simile, doppia rispetto alle stime degli analisti ipotizzate nel febbraio scorso.

Yoko Yasukouchi, attuale portavoce della Sony, non ha voluto commentare la notizia relativa ai licenziamenti ma ha fatto sapere che entro un paio di giorni sarà convocata una conferenza stampa in cui in neo amministratore delegato del colosso giapponese, Kazuo Hirai, risponderà alle domande dei cronisti.

I bene informati fanno sapere che l’enorme calo delle vendite, soprattutto per quanto riguarda il settore delle televisioni (il vero core business dell’azienda), lo yen che è sempre più forte e i danni causati dalle inondazioni in Thailandia, sarebbero i motivi alla base della crisi attuale.

In generale, comunque, è il settore della tecnologia che in questo ultimi mesi ha fatto segnare preoccupanti cali. Nec e Panasonic, ad esempio, hanno già da qualche tempo tagliato personale, costrette dalla calzante concorrenza nel settore della telefonia di Apple e Samsung.

In ogni caso l’ultimo anno fiscale per le aziende del settore sarò ricordato come un anno orribile. Per quanto riguarda tre importanti aziende, Panasonic, Sony e Sharp, ad esempio si ipotizzano perdite complessive per 17 miliardi di dollari.