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sabato 21 aprile 2012

La caduta di Bo Xilai e la connection americana

da rampini.blogautore.repubblica.it

La caduta del potente Bo Xilai “sfiora” perfino Barack Obama, getta nell’imbarazzo il Dipartimento di Stato, la destra americana vuole saperne di più sul ruolo avuto dall’ambasciata Usa di Pechino. Su Newsweek un celebre sceneggiatore di Broadway vede in questa storia un musical più affascinante di “Evita”, con tanto di donna-drago, la crudele assassina Gu Kailai nei panni della co-protagonista. New York Times e Wall Street Journal sbattono la storia in prima pagina da diversi giorni. L’America è ipnotizzata dal “thriller” cinese che di colpo mette a nudo i segreti di un regime impenetrabile, i vizi dell’oligarchia comunista più potente del mondo, insieme con una trama esotica di amori proibiti, lusso sfrenato, omicidi con avvelenamento. E spionaggio? Una coda dello scandalo lambisce perfino la reputazione della più prestigiosa università americana, Harvard. E’ in questa università di eccellenza, nella più esclusiva delle sue facoltà – la John Kennedy School of Government dove si applicano le teorie di management alla governance e all’amministrazione pubblica – che studia il figlio del deposto gerarca comunista. A 24 anni, Bo Guaga è su tutti i giornali e rotocalchi americani, fotografato in pose che non farebbero troppo scandalo se lui fosse un qualsiasi figlio di papà: lo si vede in party notturni, o al tavolo di lussuosi ristoranti, abbracciato da bionde avvenenti. Ma Bo è “figlio di papà” in un paese dove quelli come lui li chiamano “principini”, con un misto di invidia e di indignazione. La stampa comunista di Pechino si è impadronita delle sue gesta notturne – compreso quando ha “urinato su un recinto universitario”, in stato di ubriachezza – e della sua pagina Facebook, come esempio di uno stile di vita decadente. Il padre ha tentato di difendersi: “Non è vero che mio figlio gira in Ferrari, in quanto alla retta di Harvard non la pago io, perché si è meritato una borsa di studio”. Già, 90.000 dollari l’anno è il costo complessivo per frequentare la School of Government, un po’ troppo per lo stipendio ufficiale di un funzionario comunista, sia pure di alto grado. Sulla borsa di studio, le autorità accademiche di Harvard si chiudono in un silenzio imbarazzato. Rispetto della privacy, dicono. Aggiungono che nell’erogare borse agli studenti la super-facoltà adotta un approccio “olistico” che tiene conto non solo del talento accademico ma anche delle “potenzialità di leadership”. Altrove questo approccio “olistico” si chiamerebbe opportunismo, o servilismo verso i rampolli di Vip stranieri che hanno delle “connection” da offrire. In quanto alla Ferrari: per la precisione Bo Guaga la guidava a Pechino, la sera che andò a prelevare la figlia dell’ambasciatore americano per un appuntamento galante. A Harvard, dicono i suoi compagni, lo si vedeva al volante di una Porsche. Dettagli scomodi, nella posizione in cui si trova suo padre oggi. Tanto più che nella stessa Harvard ci sono altri “principini” cinesi che hanno un profilo più basso. La più importante è Xi Mingze, la figlia di Xi Jinping che alla fine di quest’anno salirà al trono della Cina comunista, sostituendo l’attuale leader Hu Jintao nelle massime cariche del paese. La ragazza è decisamente più prudente: usa quasi sempre un falso nome. E non ha mai avuto una pagina su Facebook.
Harvard è solo una parte della “connection americana” nel più grave scandalo cinese da molti decenni. In realtà tutto “il caso Bo Xilai” diventa visibile solo quando, il 6 febbraio scorso, il consolato Usa di Chengdu nella provincia del Sichuan accoglie un “rifugiato politico” molto particolare. A chiedere asilo ai diplomatici americani quel giorno è Wang Lijun, vicesindaco della megalopoli di Chongqing ed ex braccio destro di Bo Xilai che all’epoca è ancora (o sembra essere) all’apice della sua potenza. Wang è soprattutto il vero capo della polizia di Chongqing, l’uomo che per anni ha assecondato Bo nei suoi metodi feroci per la scalata a potere e ricchezza: arresti arbitrari, violenze poliziesche, ricatti ed estorsioni contro i capitalisti locali o gli avversari politici. Ma quel che accadde “dentro” il consolato Usa di Chengdu, è un mistero che appassiona gli americani e si trasforma in una controversia politica. Perché il consolato il 6 febbraio avvertì immediatamente l’ambasciata a Pechino; e da lì la vicenda fu riferita alla Casa Bianca. Dunque Obama sapeva. Al Congresso di Washington è stato paragonato al film di fanta-spionaggio “Bourne Supremacy”. I repubblicani ora incalzano: “Perché Wang fu riconsegnato alla polizia cinese? Quali informazioni poteva fornire agli Stati Uniti sulle lotte al vertice del regime di Pechino? Quali passi sono stati compiuti, oppure omessi, per meglio tutelare la sicurezza degli Stati Uniti e anche l’incolumità di Wang?” Sono domande contenute nell’interrogazione di Ileana Ros-Lehtinen, la potente deputata repubblicana della Florida che presiede la commissione Esteri della Camera. Domande rivolte a Hillary Clinton. Il segretario di Stato finora ha evitato di rispondere. Ad accrescere l’imbarazzo c’è una coincidenza di date: quel 6 febbraio in cui il superpoliziotto Wang andò a consegnarsi alla diplomazia americana, mancava solo una settimana alla visita di Stato del futuro numero uno cinese a Washington, Xi Jinping. La destra Usa insinua che Obama avrebbe “svenduto” un disertore di altissimo rango e di interesse strategico per gli americani, al fine di non compromettere il summit con Xi. La diplomazia Usa lascia filtrare una versione diversa: Wang in realtà non puntava a essere estradato negli Stati Uniti bensì voleva arrendersi alla polizia centrale di Pechino. Altrimenti sarebbe finito nelle mani degli agenti fedeli a Bo e alla diabolica consorte. E rischiava di fare la stessa fine del businessman inglese Neil Heywood: l’ex amante che la First Lady di Chongqing avrebbe fatto uccidere da un domestico col veleno. A proposito: Heywood fu anche l’uomo chiave per le “promozioni” accademiche del figlio… “Madame Butterfly si mescola con Agatha Christie: è una trama stupenda”: lo sceneggiatore David Henry Hwang, unico sino-americano che ha sfondato a Broadway, si dice pronto a portare questa storia sulle scene. “Stranger than Fiction”, intitola Newsweek, la fantasia narrativa fatica a tenere il passo con il ritmo di questi colpi di scena.

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