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giovedì 15 novembre 2012

Xi Jinping ufficialmente nominato nuovo segretario del partito comunista cinese. Da marzo sarà anche il nuovo presidente della Cina

da www.ilsole24ore.com


La Cina ha il suo nuovo leader massimo. Poche ore fa, il Comitato Centrale del Partito Comunista ha nominato Xi Jinping nuovo Segretario Generale della nomenklatura rossa.
L'attesissima transizione decennale di potere al vertice della superpotenza asiatica si è svolta esattamente come previsto dal copione: Xi è diventato il nuovo comandante supremo; il numero dei membri della cupola del Partito è stato ridotto da 9 a 7; quasi tutti i probabili candidati sono riusciti a varcare il Sacro Soglio della nomenklatura.
Rilassato, sorridente, fin da subito assai meno ingessato del suo predecessore, Xi Jinping ha annunciato se stesso come il nuovo numero uno del Partito. E poi ha presentato la ristrettissima squadra di uomini che guiderà la Cina fino al 2022. "Do il benvenuto ai miei sei compagni all'interno del Comitato Permanente del Politburo" ha detto Xi seguendo la classica liturgia che assegna un peso gerarchico a ciascun leader in base all'ordine di lettura dei nomi.
Eccoli: Li Keqiang, l'uomo che con ogni probabilità sostituirà Wen Jiabao sulla poltrona di premier; Zhang Dejiang, il Segretario del Pcc di Chongqing; Yu Zhengsheng, il numero uno della nomenklatura di Shanghai; Liu Yunshan, il direttore dell'Ufficio Propaganda; Wang Qishan, vicepremier con le deleghe all'economia; Zhang Gaoli, il boss del Partito a Tianjin. Questo pugno di uomini, dal nome finora sconosciuto oltre la
Grande Muraglia, guiderà le sorti del Dragone fino al 2022.
Con un mandato fortissimo. A differenza di dieci anni fa, quando durante la transizione dalla Terza alla Quarta Generazione Jiang Zemin si tenne ben stretta la carica di presidente della Commissione Militare Centrale fino al 2004, questa volta Hu Jintao si è fatto completamente da parte (almeno formalmente, perché poi, nella migliore tradizione della politica cinese, continuerà a esercitare il suo potere e a manovrare dietro le quinte).
Il che ha consentito a Xi Jinping di diventare subito anche comandante supremo dell'Esercito di Liberazione. Così la prossima primavera, quando l'Assemblea Nazionale del Popolo lo acclamerà alla presidenza della Repubblica Popolare, il
nuovo uomo forte di Pechino si ritroverà a controllare tutte e tre le istituzioni chiave: il Partito, lo Stato e le Forze Armate.
Ciononostante, per mantenere il consenso all'interno del Comitato Permanente del Politburo (un fattore cruciale negli equilibri interni al Partito nel dopo Deng), Xi dovrà usare una buona dose di abilità, astuzia, determinazione e diplomazia. Benché ridotta da 7 a 9 membri, infatti, la stanza dei bottoni dell'apparato continuerà a essere l'espressione dei diversi gruppi di potere che tirano le fila della vita politica cinese.
In questo quadro, visto il meccanismo contorto e imperscrutabile che ha disciplinato il cambio della guardia ai vertici del Partito Comunista Cinese, una
domanda è d'obbligo: se i nuovi membri dell'elite rossa sono stati nominati dai loro stessi predecessori, senza uno straccio d'investitura democratica e popolare, cosa cambierà nella vita della superpotenza asiatica?
Naufragati i grandi programmi riformisti annunciati e mai realizzati dal Governo uscente, la lista delle cose da fare che attende la nuova classe dirigente è lunga e composita.
Sul piano economico il paese ha tre priorità. Uno: cambiare il vecchio modello di sviluppo, aumentando il peso della domanda interna e delle produzioni ad alto valore aggiunto, in modo da rompere la storica dipendenza di Pechino dalle esportazioni. Due: riformare il sistema finanziario per preparare il terreno alla piena convertibilità dello yuan. Tre (la
più coraggiosa): rompere lo strapotere dei monopoli pubblici per liberare maggiori risorse a favore del settore privato.
Sul piano sociale l'imperativo categorico è lo stesso di sempre: colmare il divario di ricchezza tra chi ha e chi non ha, tra Nord e Sud, tra città e campagna. Inoltre, se si vuole che i cinesi consumino di più, bisognerà ricostruire un welfare state oggi pressoché inesistente.
Ma è sul fronte politico che il nuovo Governo dovrà muoversi come se procedesse su un campo minato. Esaurita l'epopea del miracolo economico, infatti, il modello basato sulla centralità del partito unico escogitato da Deng Xiaoping negli anni '80 mostra sempre più la corda. E i recenti scandali che hanno travolto la nomenklatura, scoperchiando una corruzione profonda ed endemica all'interno
dell'apparato, hanno complicato notevolmente le cose, rendendo più urgente una metamorfosi del Partito.
Lo si capisce navigando tra i numerosi e attivissimi social network che oggi, nonostante la censura, rappresentano l'unico vero termometro degli umori popolari. Un fatto sembra chiaro: il grado di scontento, disgusto, repulsione e disincanto raggiunto nel paese nei confronti del sistema è prossimo al livello di guardia.
Ecco perché, a differenza di chi l'ha preceduta, la nuova leadership sarà costretta a rispondere concretamente alle numerose istanze di cambiamento provenienti da diversi settori della società cinese. Volente o nolente, perché ne andrà della sua stessa sopravvivenza.

mercoledì 14 novembre 2012

Domani la Cina annuncerà gli uomini alla guida del Paese fino al 2022. Xi Jinping sarà il segretario

da www.ilsole24ore.com


Xi Jinping (LaPresse)Xi Jinping (LaPresse)
PECHINO - La lista dei candidati probabilmente è già pronta da tempo. Ma resterà segreta fino all'ultimo istante. Che è ormai vicinissimo: domani la Cina svelerà al mondo i nomi degli uomini destinati a guidare la superpotenza asiatica fino al 2022.
«Dichiaro chiuso vittoriosamente il Congresso», ha detto oggi il presidente Hu Jintao, facendo calare il sipario sul grande conclave rosso che ha sancito l'attesissima transizione di potere dalla Quarta alla Quinta Generazione di comunisti cinesi. Domani, nella sua prima riunione ufficiale, il Comitato Centrale uscito rinnovato per oltre la metà dei suoi membri (204 effettivi più 170 supplenti) dal Diciottesimo Congresso nominerà il nuovo Politburo che sarà formato da una trentina di persone. Quest'ultimo a sua volta subito dopo eleggerà il suo ristrettissimo ufficio politico, il Comitato Permanente del Politburo: un pugno di uomini (7 o 9) che nei prossimi dieci anni deciderà le sorti della seconda economia mondiale.
L'ordine con cui oggi i leader rossi sono saliti sul palco allestito in pompa magna nella Grande Sala del Popolo ha confermato quali saranno le gerarchie nella nuova classe dirigente che la prossima primavera salirà al potere. Xi Jinping sostituirà Hu Jintao sulle poltrone di segretario del Partito Comunista, presidente della Repubblica e, con ogni probabilità, anche della Commissione Militare. E Li Keqiang diventerà premier al posto di Wen Jiabao.
Ma chi sono i due uomini che si apprestano a salire sulla plancia di comando della corazzata cinese? Risposta ardua, se non impossibile. Perché tracciare il profilo dei leader massimi cinesi è più difficile che abbozzare la biografia di un imperatore o di un papa dell'Alto Medioevo. Le fonti scarseggiano, così ciò che conta di più non è la conoscenza, ma la percezione. Che, solitamente, è a senso unico: un gerarca rosso non può che essere un riformista convinto. È questa, infatti, l'immagine sapientemente costruita a tavolino dalla propaganda di regime, fatta filtrare all'esterno a uso e consumo dell'opinione pubblica domestica e internazionale. Che, oggi più che mai dopo lo scandalo che ha travolto Bo Xilai e le recenti indiscrezioni sulle fortune accumulate dalla famiglia di Wen Jiabao, deve convincersi che il Partito è impegnato in un profondo processo di rinnovamento.
È quindi percepito come riformista Xi Jinping, l'uomo che tra poche ore riceverà da Hu lo scettro e la corona di nuova imperatore cinese. Originario dello Shaanxi, 59 anni, due lauree conseguite alla prestigiosa Tsinghua University, sposato con una famosa cantante d'opera cinese, il futuro leader massimo è un figlio d'arte. O meglio, un "principino rosso". Suo padre, Xi Zhongxun, ricoprì la carica di vicepremier. E per quei tempi si dimostrò un vero riformista: fu lui infatti l'architetto delle Zone economiche speciali volute da Deng Xiaoping nei primi anni '80 per favorire il decollo industriale del paese e attirare gli investimenti stranieri.
Nonostante i suoi nobili natali (cosa che in Cina facilita molto le carriere dei giovani funzionari rampanti), nella scalata al vertice del Partito Xi Jinping ha dovuto farsi le ossa in province "difficili" dell'Impero come l'Hebei (per il tasso di povertà) e il Fujian (per il tasso di corruzione). Dopo aver superato questi due banchi di prova, è stato nominato Governatore del Zhejiang, una delle più ricche province del Paese. Nella primavera 2007, sei mesi prima di entrare nel Comitato Permanente del Politburo, è stato segretario del Pcc a Shanghai. Con un mandato preciso: far pulizia e mettere ordine nel Partito dopo lo scandalo che l'anno prima aveva decimato la nomenklatura cittadina legata all'ex presidente Jiang Zemin.
Ed è addirittura percepito come un super-riformista Li Keqiang. Cinquantasette anni, già segretario del Pcc nella prosperosa provincia di Liaoning, una laurea in economia alla Beijing University, il futuro premier cinese si trascina dietro questa fama fin dai tempi in cui militava nella Lega dei Giovani Comunisti. O almeno così lo descrive chi lo ha conosciuto alla fine degli anni '70 quando, approfittando del clima di profonda disillusione lasciato dalla Rivoluzione culturale, il giovane studente dell'Anhui parlava con disinvoltura di democrazia nei dibattiti interni alla Lega dove, a suo tempo, conobbe il suo futuro mentore, Hu Jintao.
Ma, in Cina come in ogni altra parte del mondo, in politica per far carriera serve una buona dose di cinismo. E così anche il futuro premier, cammin facendo, avrebbe perso per strada buona parte dell'antica stoffa di innovatore, aggiunge maliziosamente chi ha conosciuto Li ai bei tempi, riferendosi a uno sconcertante episodio accaduto alla fine degli anni '90: lo scandalo delle trasfusioni di sangue ai malati di Aids nell'Henan, insabbiato dallo stesso Li che all'epoca era governatore della provincia. E visto che tra i leader della Quinta Generazione Li è quello che parla il miglior inglese, toccherà ai diplomatici e ai capi di Stato stranieri verificare quanto sia ancora viva, autentica e sincera la passione riformista del nuovo primo ministro.