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sabato 28 dicembre 2013

Più leggera la politica del figlio unico. Da oggi dovrebbero chiudere i laojiao

da www.asianews.it

di Bernardo Cervellera
Le decisioni sono state prese dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo. L'allentamento provocherà "solo un leggero aumento delle nascite". Rimane il potere dello Stato sul controllo della popolazione. I campi forzati di rieducazione attraverso il lavoro vengono aboliti da oggi. Ma le pene comminate finora restano legali: nessuno potrà chiedere risarcimenti o intentare processi contro i carcerieri. Vescovi e sacerdoti imprigionati da anni dovrebbero tornare alle loro diocesi. L'abolizione dei laojiao forse è solo un'operazione di cosmesi.


Roma (AsiaNews) - Il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo ha adottato oggi una risoluzione che allenta la politica del figlio unico. L'organismo ha anche abolito in modo formale i campi di lavoro forzato detti laojiao (rieducazione attraverso il lavoro).
Dal 1979 in poi la Cina ha attuato -spesso con violenza - la politica di un solo figlio per famiglia, per concentrare la nazione sullo sviluppo economico. In seguito si è permesso a gruppi etnici di avere due figli e ai contadini di averne due se il primo figlio era una bambina. L'attuazione della legge è stata spesso violenta, con multe esose contro i violatori e perfino sterilizzazione forzati e aborto fino a nove mesi di gravidanza.
Il rispetto della legge e delle quote di popolazione era compensato con benefici verso gli impiegati e i dirigenti del family planning aprendo lo spazio a corruzione e soprusi.
Negli ultimi tempi la popolazione ha denunciato anche via internet le violenze subite da genitori e dai nascituri. Ma la ragione che sembra spingere verso una revisione della legge sul figlio unico è il cambiamento demografico e psicologico che tale legge sta provocando. Vi è anzitutto una riduzione della popolazione (3,45 milioni l'anno), tanto che in molte fabbriche manca la forza lavoro necessaria. Poi si prevede un invecchiamento della popolazione: nel 2050 più di un quarto della popolazione cinese avrà più di 65 anni, provocando un aumento delle spese sociali di assistenza e cure mediche. Inoltre, a causa della preferenza di figli maschi che ha portato a una lunga serie di aborti selettivi, si è creato in Cina uno squilibrio della ratio: 115 maschi su 100 donne, tanto che i demografi dicono che nei prossimi anni vi sono almeno 24 milioni di cinesi che non potranno trovare mai moglie per mancanza di femmine.
Da tempo diversi scienziati hanno chiesto la cancellazione totale della legge; le autorità del Guangdong e di Shanghai - preoccupate per la mancanza di forza lavoro - hanno chiesto il varo di una legge che permetta due figli per famiglia.
L'allentamento varato oggi permette alle coppie in cui uno dei due partner sia già figlio unico, di avere due figli. Questo produrrà effetti su almeno 10 milioni di coppie, causando, come afferma Xinhua, "solo un leggero aumento delle nascite".
Il lieve allentamento non toglie il potere dello Stato sul controllo della popolazione. Chi Wanchun, membro del Comitato permanente ha tenuto a precisare che "l'allentamento della politica del figlio unico non significa la fine del family planning". E Jiang Fan, deputato dell'Assemblea nazionale del popolo ha dichiarato: "Non possiamo rischiare che la popolazione cresca fuori controllo".
Le direttive dovrebbero essere applicate in modo graduale, dando potere alle autorità provinciali di attuarle secondo i dati demografici delle diverse regioni.
L'abolizione dei laojiao a partire da oggi ha buone possibilità di cancellare una delle più pesanti e arbitrarie violazioni ai diritti umani, di cui sono state vittime personalità politiche, dissidenti democratici, vescovi e sacerdoti cattolici, cristiani protestanti, membri del movimento Falun Gong. Anche l'Onu ha chiesto a più riprese la sua abolizione.
Il sistema dei laojiao è stato varato nel 1957 come freno a crimini di poco conto. La vertigine ideologica del partito comunista ha portato a una diffusa attuazione per soffocare nemici politici e persone non allineate col potere. Esso dà potere alla polizia di comminare contro individui una "detenzione amministrativa" fino a quattro anni, senza processo e senza notifiche alle famiglie dei reclusi. Nei laojiao, oltre ai lavori forzati, i prigionieri sono radunati per sessioni politiche dove vengono "rieducati" al valore della società socialista "con caratteristiche cinesi".
Secondo un rapporto Onu del 2009, la Cina ha 320 campi di rieducazione attraverso il lavoro e 190mila internati. Cifre del ministero della giustizia cinese affermano che quest'anno vi sono 260 campi di lavoro e 160mila prigionieri.
L'abolizione dei laojiao era stata annunciata all'inizio del 2013, ma si è concretizzata solo oggi, dopo il raduno del Terzo Plenum del Partito comunista, tenutosi lo scorso novembre.
Da tempo, molti cattolici dell'Hebei, sperano che la cancellazione dei laojiao porterà alla libertà i vescovi Giacomo Su Zhimin di Baoding, mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian, p. Giuseppe Lu Genjun, vicario generale di Baoding, rispettivamente da 15, 12, 9 anni nelle mani della polizia. Oltre a loro, almeno altri 10 sacerdoti della Chiesa sotterranea sono internati nei laojiao per aver celebrato messe in luoghi non registrati, o aver dato catechismi o ritiri ai giovani. Alcuni sacerdoti che sono stati reclusi, hanno gravi danni fisici e psicologici, a causa delle torture subite.
La risoluzione che cancella i laojiao precisa - come afferma Xinhua - che tutte le pene inflitte fino all'abolizione "rimangono valide" fino ad oggi. Questo servirà perché coloro che vengono liberati non si rivalgano contro i loro carcerieri con azioni legali.
Per Yang Huanning, viceministro della sicurezza, l'eliminazione dei laojiao è dovuta al fatto che "la loro missione storica si è conclusa" e che oggi, le "nuove leggi sulla pubblica sicurezza",  rendono inutile tale sistema.
Varie organizzazioni per i diritti umani temono che l'abolizione dei laojiao sia soltanto un'operazione di cosmesi e che essi saranno sostituiti da altre forme di controllo e isolamento.
L'abolizione dei laojiao non toglie infatti la "detenzione amministrativa", il potere della polizia di incarcerare persone senza alcun processo: proprio nelle scorse settimane  - ed è solo un esempio - sono state scoperte nuove "prigioni nere" a Pechino, dove vengono rinchiusi per mesi portatori di petizioni che reclamano giustizia.



martedì 10 dicembre 2013

Washington a Pechino: Liberate Liu Xiaobo, garantite i diritti umani

da www.asianews.it

STATI UNITI - CINA
In occasione del quinto anniversario dell'arresto dell'attivista e Premio Nobel per la pace, il Segretario di Stato Usa chiede alla Cina il suo rilascio, la liberazione della moglie (ai domiciliari senza alcuna accusa dal 2010) e quella di tutti gli altri attivisti "che hanno solo esercitato la propria libertà di espressione".


Washington (AsiaNews/Agenzie) - Il governo degli Stati Uniti "è molto preoccupato" dalla detenzione di Liu Xiaobo e di tutti quegli altri attivisti "che hanno soltanto esercitato in modo pacifico il proprio diritto universale alla libertà di espressione". Per questo, Washington chiede alla Cina "di rilasciare Liu, sua moglie Liu Xia e tutti gli altri". Lo scrive il Segretario di Stato John Kerry in un documento ufficiale reso noto oggi, in occasione del quinto anniversario dell'arresto di Liu Xiaobo  per "sovversione".
Liu, Premio Nobel per la pace 2010 è stato arrestato nella notte fra l'8 e il 9 dicembre del 2008, subito dopo aver pubblicato online la prima stesura del suo manifesto per la democrazia, e condannato a 11 anni di prigione per "incitamento alla sovversione contro lo Stato", dopo aver aiutato alla stesura della Carta 08 e aver pubblicato sul web alcuni articoli sulla democrazia. Sua moglie è obbligata agli arresti domiciliari senza alcuna condanna e spesso privata del diritto di visitare suo marito.
Liu Xiaobo è uno degli spiriti più illuminati della Cina contemporanea. Quando è stato nominato per il Nobel, Liu era già in prigione da due anni (dal dicembre 2008). Alla cerimonia per ricevere il Premio, il 10 dicembre 2010, vi era una sedia vuota. Il governo cinese aveva diffidato, dissidenti e amici della famiglia di Liu, di andare a Oslo, rifiutandosi di rilasciare i passaporti e promettendo rappresaglie economiche verso la Norvegia.
Nel documento del Dipartimento di Stato Usa si legge: "Siamo molto preoccupati da questa situazione. Invitiamo con forza le autorità cinesi a rilasciare Liu Xiaobo, annullare gli arresti domiciliari per sua moglie e garantire a lui e alla sua famiglia la libertà e la tutela dei diritti umani riconosciute a livello internazionali. Continuiamo a credere che il rispetto dei diritti umani internazionali sia fondamentale per la crescita economica, la prosperità e la stabilità sul lungo periodo della Cina".

lunedì 9 dicembre 2013

Nord Corea, epurato lo zio di Kim Jong-un

da www.corriere.it

Era il suo tutore, è stato accusato di «corruzione», «abuso di alcol e droghe» e di avere uno «stile di vita capitalistico»

Jang Song-Thaek, «tutore» del leader Kim Jong-un, cacciato in diretta tv e portato via dalle guardieJang Song-Thaek, «tutore» del leader Kim Jong-un, cacciato in diretta tv e portato via dalle guardie
Ci sono voluti cinque giorni, ma alle fine anche le autorità nordcoreane hanno confermato la notizia fatta trapelare dai servizi segreti della Corea del Sud: il Politburo del partito unico ha rimosso Jang Song-thaek, zio e «tutore» del leader Kim Jong-un: è stato privato di incarichi e titoli per «atti criminali», «attività doppiogiochiste» e per «essere stato contaminato dal modo di vivere capitalistico». A sancire quello che è stato definito come il più grosso cambiamento politico degli ultimi due anni, è stata l’agenzia nordcoreana Kcna. «Jang e i suoi seguaci - ha precisato - hanno commesso atti criminali che superano ogni immaginazione ed hanno inferto un danno tremendo al nostro partito e alla rivoluzione. La riunione del Politburo ha deciso di destituire Jang da tutte le cariche e di espellerlo dal Partito dei lavoratori», ha aggiunto la Kcna, secondo cui Kim Jong-un «ha presieduto la riunione».
LE ACCUSE - Jang è stato accusato di aver usato impropriamente i fondi dello Stato, di corruzione, abuso di alcol, droghe e rapporti licenziosi con le donne. «Jang sosteneva di appoggiare il leader del partito (Kim Jong-un) ma era in realtà assorbito in atti faziosi...e (era così) corrotto da uno stile di vita capitalista (che) Jang ha commesso irregolarità e (si è macchiato di atti) corruzione che lo hanno condotto ad una vita dissoluta e depravata», scrive la Kcna. Secondo i media sudcoreani il «contabile» di Jang è fuggito ed ha chiesto asilo al governo di Seul. Al momento si troverebbe sotto protezione del Sud ma in una località segreta in Cina, l’unico alleato di Pyongyang. Con la defenestrazione, ormai ufficiale, di Jang, Kim Jogn-un ha ora in mano il potere che dovrà gestire, come fecero il padre Kim Jon-Il ed il nonno e fondatore della dinastia, Kim Il-sung, sempre in accordo con i vertici militari. Questo restano alla guida di un esercito formato da 1,2 milioni di soldati, psicologicamente condizionato ad essere sempre e costantemente pronto a lanciare un conflitto con Seul. Tra i due Paesi, dopo tre anni di Guerra (1950-1953), vige solo un armistizio ma non è mai stata siglata alcuna intesa di pace.
IL «TUTORE» RIMOSSO - Jang, 67 anni, marito di Kim Kyong-hui, sorella di Kim Jong-il (padre dell’attuale leader), ha svolto un ruolo di guida del nipote durante la fase di transizione quando a dicembre del 2011 salì al potere a seguito della morte del padre stroncato da un attacco cardiaco. Il suo incarico più importante era quello di vicepresidente della commissione nazionale di difesa. Yang — scrive la Kvna — faceva finta di appoggiare il partito e il leader ma (...) era coinvolto in attività doppiogiochiste. Secondo altre informazioni giunte da Seul nei giorni scorsi, lo zio di Kim Jong-Un «sarebbe al sicuro» e non corre rischi, una precisazione importante visto che due suoi stretti collaboratori accusati di «corruzione e attività ostili» sarebbero stati fucilati. E l’attività di epurazione sarebbe stata così radicale da riguardare anche un documentario sul giovane leader Kim che sarebbe stato purgato delle immagini relative a Jang. Gli osservatori più attenti del più isolato tra i Paesi asiatici non avevano mancato di notare che Jang era a poco a poco scomparso dalle cronache politiche del Paese con l’emergere di Choe Ryong-hae, direttore dell’ufficio politico generale dell’esercito.

mercoledì 27 novembre 2013

Agli Oscar del cinema cinese vincono i temi sociali e ambientali

da www.asianews.it

di Xin Yage
Il "Cavallo d'Oro", la più antica e importante rassegna cinematografica del mondo asiatico, premia come miglior film "Ilo Ilo" del singaporese Anthony Chen, che analizza il rapporto fra una ricca famiglia della città-Stato e la sua domestica filippina. Premi anche a un documentario taiwanese sulla salvaguardia dell'ambiente e alla "disarmante onestà" del cinese "Back to 1942", che porta sullo schermo gli orrori della carestia durante la guerra con il Giappone.


Taipei (AsiaNews) - Il cinema asiatico si conferma una realtà di grande spessore e di altissimo livello. E le vittorie di premi importanti ai festival internazionali non sminuiscono quelle conferite nelle kermesse continentali: è stata infatti una sorpresa vedere una piccola industria cinematografica, quella di Singapore, vincere per la prima volta gli "Oscar" del cinema cinese. L'avvenimento era d'eccezione, perché si trattava del cinquantesimo anniversario del Cavallo d'Oro (金马奖), la più antica competizione di rassegna cinematografica delle quattro più importanti nel mondo cinese.
Gli altri tre eventi sono l'Hundred Flowers Awards (百花奖, anch'esso nato nel 1962 ma non assegnato per oltre 15 anni a causa della rivoluzione culturale e delle sue conseguenze) e il Gallo d'oro (金鸡奖) nato nel 1981, entrambi della Cina continentale. È  dal 1982 che si svolge invece ogni anno anche la prestigiosa premiazione degli Hong Kong Film Awards (香港电影金像奖).La giuria del Cavallo era presieduta nientemeno che dall'indiscusso regista Ang Lee (李安), vincitore dell'ultimo premio Oscar come miglior regista con "Vita di Pi", mentre il resto della giuria vedeva una costellazione di attori ed esperti del cinema di diversa provenienza.
A conferma che in questo festival non conta la forza finanziaria e pubblicitaria da cui un lungometraggio viene accompagnato, è stato premiato come vincitore "Ilo Ilo" (爸妈不在家) del giovane e talentuoso regista di Singapore Anthony Chen (陈哲艺), che ha vinto anche il premio come miglior regista emergente e autore della miglior sceneggiatura originale. Per il suo film si tratta di una meritata conferma: il suo lungometraggio ha già vinto a Cannes il premio Camera d'Or, conseguendo anche lì il primato di primo film di Singapore a vincere un premio nella rinomata competizione francese. Il film è un dramma familiare che riguarda Singapore e le Filippine (da cui il titolo "Ilo Ilo") e che esplora la relazione tra la famiglia e la nuova arrivata domestica filippina (interpretata dall'attrice Angeli Bayani) nel contesto della crisi finanziaria asiatica del 1997.
Come miglior regista è stato premiato il taiwanese (nato in Malaysia) Tsai Ming Liang (蔡明亮), che ha presentato "Stray dogs" (郊游). Le sue qualità sono veramente peculiari e lui è già molto conosciuto a livello internazionale, dopo aver vinto il Leone d'oro a Venezia nel 1994 (con il film "Vive l'Amour") e altri numerosi premi ai Festival di Berlino e di Cannes. Il suo "Stray dogs" ha portato fortuna anche al protagonista, il taiwanese Lee Kang Sheng (李康生), che ha vinto il premio come miglior attore protagonista, per mentre miglior attrice è stata nominata la super stella della Cina continentale Zhang Ziyi (章子怡), conosciutissima per i suoi ruoli precedenti con Ang Lee e Zhang Yimou (张艺谋) nei film "Crouching Tiger, Hidden Dragon" (卧虎藏龙) e "Hero" (英雄) rispettivamente, nonché nel film "2046" di Wong Kar-wai (王家卫), che l'ha diretta anche in "The Grandmaster" (一代宗师) per la cui interpretazione appunto è stata premiata. 
Il festival ha toccato anche temi sociali e storici importanti. Il lungometraggio  "Beyond Beauty - Taiwan from Above," (看见台湾) ha vinto il premio di miglior documentario per le sue immagini mozzafiato riprese dall'alto e per il suo fortissimo messaggio di salvaguardia ecologica dell'isola, che viene spesso impunemente deturpata a livello ambientale. L'attore cinese Li Xuejian (李雪健) ha invece vinto il premio come miglior attore non protagonista per il suo ruolo in "Back to 1942," un film di un'onestà disarmante sulla grande fame che ha colpito la Cina (soprattutto la provincia dell'Henan) nel 1942 (一九四二), in cui più di 3 milioni di persone erano morte a causa della carestia avvenuta quando era in atto la guerra con il Giappone.

venerdì 15 novembre 2013

Il Patriarca buddista visita le tombe dei fondatori della Chiesa in Corea

COREA DEL SUD
di Joseph Yun Li-sun
Il venerabile Jinje guida l'Ordine Jogye, il più importante del Paese con 20 milioni di fedeli. Nel corso della visita al santuario di Chon Jin Am, che ospita i resti dei primi laici cattolici coreani, ha sostato sotto la grande statua di Maria Regina della Pace: "Molto felice di essere qui".


Seoul (AsiaNews) - Il Patriarca buddista dell'Ordine Jogye ha compiuto una visita di cortesia a Chon Jin Am, santuario coreano che ospita le tombe dei cinque laici martiri "fondatori" della Chiesa cattolica nel Paese. Il venerabile Jinje, che guida la confessione religiosa più numerosa della Corea del Sud con 20 milioni di seguaci, è stato accolto dal rettore del santuario, mons. Pietro Byon, e da altri sacerdoti residenti a Chon Jin Am.
Il monaco si è detto "molto felice" di poter sostare sotto la grande statua della Madonna "Regina della Pace", installata alcuni mesi fa nel santuario: il ven. Jinje ha detto che proprio la Vergine "è uno strumento per la pace nel mondo". Subito dopo ha definito "impressionante" il pellegrinaggio alla tomba dei cinque laici martiri. I cinque sono Yi Byok, Yi Seung-houn, Kwon Yil-shin, Kwon Cheol-sin, Cheong Yak-jon: fanno parte del gruppo dei 103 martiri coreani canonizzati da Giovanni Paolo II nel 1984. Oggi la Chiesa coreana attende la canonizzazione anche di un altro gruppo, composto da Paolo Yun e i suoi 123 compagni martiri.
La visita rappresenta una cortesia interreligiosa che smorza le tensioni sorte nel 2011 fra l'Ordine e i cristiani sudcoreani. Secondo i buddisti, l'allora amministrazione guidata da Lee Myung-bak aveva varato troppe "politiche pro-cristiane": alle accuse erano seguite decine di proteste popolari guidate dai monaci. Poco tempo dopo l'Ordine ha cambiato superiore: Jinje è stato eletto nel dicembre 2011 ed è entrato i carica (per cinque anni) nel marzo del 2012.

martedì 12 novembre 2013

Figlio unico, sicurezza nazionale e stabilità economica: le riforme del Terzo Plenum

da www.asianews.it

CINA
Si è concluso a Pechino l'incontro fra i massimi leader del Partito comunista, che approvano due nuove "super Commissioni" per la sicurezza interna e la riforma dell'impianto economico. Indiscrezioni su un rilassamento della legge sul figlio unico: alle coppie formate da due figli unici sarà permesso avere due figli. Mancano però le conferme ufficiali.


Pechino (AsiaNews) - Il Terzo Plenum del Partito comunista cinese dell'era di Xi Jinping ha approvato tre documenti-chiave che dovrebbero cambiare l'approccio statale alla legge del figlio unico, alla sicurezza nazionale e alla stabilità economica. La riunione, iniziata il 9 novembre, si è conclusa nel pomeriggio di oggi (ora locale) a Pechino con un comunicato rilanciato dall'agenzia ufficiale Xinhua: nel testo si parla di due nuove "super-Commissioni" che avranno il compito di coordinare la sicurezza nazionale e le riforme economiche.
Secondo il giornale Caixin, che cita fonti interne, la leadership comunista avrebbe inoltre approvato una significativa modifica alla legge sul figlio unico: secondo il nuovo testo, che deve però essere ancora confermato, alle coppie cinesi sarà permesso avere un secondo bambino se entrambi i genitori sono figli unici. La questione demografica è molto sentita in Cina, dove oramai l'invecchiamento della popolazione e il crollo delle nascite - imposto dallo Stato con metodi feroci - stanno facendo collassare il sistema pensionistico, sanitario e di welfare.
Il documento conclusivo ufficiale conferma che i "circa 400 membri di alto livello del Partito" hanno approvato la nascita di una Commissione per la sicurezza statale che dovrebbe funzionare come una Agenzia per la sicurezza nazionale. I membri della Commissione dovrebbero essere tutti quadri di alto livello del Partito, con il compito di gestire politiche estere e militari. La nuova Commissione per la riforma profonda dell'economia, invece, avrà i suoi vertici nel Politburo e dovrebbe lanciare la "ristrutturazione" dell'economia nazionale, considerata "troppo fragile".

martedì 5 novembre 2013

Purgato il professore liberale di Pechino: «Troppi studenti seduti sulle scale alle sue lezioni»

da www.ilsole24ore.com


Aveva messo in conto che poteva accadere, è un economista cinese, uno dei trecento firmatari della Carta 08, manifesto che chiede più riforme e democrazia in Cina, ma c'è modo e modo d'essere purgato. Il professore di economia Xia Yeliang ha sperimentato il peggiore per l'onore: cacciato dalla Peking University di Pechino dopo trent'anni d'insegnamento per «mediocrità»; contro di lui ci sarebbero 340 reclami di studenti raccolti negli ultimi sette anni che lo considerano il più scadente dell'ateneo. La realtà è più banale e allo stesso tempo straordinaria in Cina: l'economista è rimasto senza cattedra perché «troppo liberale» ma invece di essere messo alla porta senza spiegazioni, Xia Yeliang è stato licenziato per una serie di valutazioni raccolte dal 2006 a fine ottobre che lo hanno fatto precipitare nella classifica di merito.
Fra le lamentale che ne hanno decretato l'inadeguatezza vi sono le aule strapiene con studenti costretti a sedersi sulle gradinate, così il professore è scoppiato: «Le aule, anche le più grandi, contengono al massimo 400 posti, se questo è il criterio - si è lamentato con Le Figaro - se è così dovrebbero essere mandati via tutti i professori miei colleghi, anzi non ne resterebbe neanche uno nelle duemila università cinesi. Se questa regola non è stata inventata apposta per me, molti altri docenti qui da trent'anni dovrebbero essere sanzionati». Cosa che naturalmente non è avvenuta.
Il professor Xia riconduce la sua cacciata a una lettera aperta del 2009 indirizzata a Liu Yunshan, allora direttore del dipartimento della propaganda del Partito Comunista Cinese (PCC). Lettera in cui con l'ingenua foga che a volte caratterizza i professori, accusa Liu di una censura che ricorda solo «la Gestapo di Hitler» e gli chiede «con quale diritto crede di poter controllare il pensiero della gente». I tempi della vendetta sono com'è noto freddi e nel frattempo il funzionario Liu, nel novembre 2012, è promosso al comitato permanente del Politburo del PCC, posizione ideale per escogitare nuove regole.
Xia era stato messo in guardia più volte, si è fatto un po' di prigione, arresti domiciliari, la tipica trafila dell'intellettuale dissidente in Cina, ma ha continuato a scrivere sul web il suo pensiero, a chiedere più libertà di parola e la nascita di uno Stato di diritto. «Quando ero alle elementari sono stato una piccola guardia rossa perché non avevo scelta - ricorda - ma ho sempre aspirato alla libertà, ho scoperto il mondo libero nel 1985 con i primi viaggi in Germania dell'Ovest e in Danimarca. M'avevano insegnato che nel mondo imperialista regnavano la competizione a morte e l'egoismo, l'ho trovato accogliente». Crescendo il professore ha capito che «gli americani non sono più intelligenti dei cinesi, hanno solo migliori istituzioni», ma non ha mai accettato il consiglio del preside di Economia, rimanere fedele alla linea del Partito: «non volevo passare le mie sere a bere e giocare a ping pong con lui e le giornate a insegnare verità di regime ai miei studenti». Fuori dall'Università, Xia non è più protetto e lo sa: ha chiesto a sua moglie di chiedere il divorzio, vendere tutti i suoi beni e trasferirsi all'estero nel caso finisse in prigione.
Il 9 novembre prossimo Xi Jinping, presidente della Cina e guida del PCC, apre il terzo Plenum del 18esimo comitato centrale del Partito, segretissimo come al solito. Come al solito ci vorranno mesi, forse anni per capire cosa i funzionari di Partito si son detti e han deciso. Xi ha anticipato ai leader stranieri che sarà la più importante riunione dal 1978 per la Cina, lasciando intendere che si è alla vigilia di cambiamenti epocali. L'Economist individua almeno due campi in cui le riforme dovrebbero segnare l'inizio di una nuova epoca: le imprese statali e il sistema finanziario che le sorregge, e le campagne dove i contadini non hanno ancora diritti sulle loro terre. Nulla si sa dei diritti civili.

martedì 29 ottobre 2013

Polizia: uiguri sospettati per l'incidente di Tiananmen

da www.asianews.it

di Wang Zhicheng
Si ricercano due uomini dello Xinjiang e quattro auto con la targa della regione. Forse è un attacco terrorista suicida. Intellettuale uiguro chiede più cautela. Fonti di AsiaNews: Non solo gli uiguri, ma tutta la popolazione cinese è stanca e insoddisfatta della leadership. Forte censura sull'informazione.


Pechino (AsiaNews) - La polizia d Pechino sospetta che l'incidente di ieri - in cui un'auto ha investito alcuni turisti in piazza Tiananmen ed è poi scoppiata uccidendo tutti i passeggeri - ia stato compiuto da terroristi uiguri suicidi. Il fatto è avvenuto quasi sotto il grande ritratto di Mao Zedong che domina la facciata del Palazzo imperiale, a poche decine di metri da Zhongnanhai, residenza di molti leader.
L'incidente è avvenuto ieri a mezzogiorno e oltre ai tre dell'auto (un Suv), ha ucciso altre due persone,  un cinese e un filippino, facendo anche 38 feriti. La polizia e i pompieri hanno isolato la zona e nascosta agli occhi del pubblico.
Oggi l'edizione in inglese del Global Times, legato al Quotidiano del popolo, afferma che la polizia ha messo in relazione l'incidente con lo Xinjiang e alcuni sospetti uiguri. Ma l'edizione in cinese non menziona per nulla lo Xinjiang.
Ieri, per tutto il giorno la censura ha cancellato dal web ogni notizia o commento riguardo l'incidente, permetendo solo la versione ufficiale della Xinhua.
Ieri sera e oggi la polizia ha diramato ricerche per raccogliere informazioni su due uomini uiguri e su quattro auto con la targa dello Xinjiang. Ilham Tohti, un intellettuale uiguro, scrivendo sul sito web Uighurbiz.net, ha chiesto di andare cauti perché è facile colpevolizzare gli uiguri e accrescere il controllo sulla minoranza etnica.
La regione occidentale dello Xinjiang è da decenni scossa da movimenti nazionalisti uiguri islamici. Per lo più essi cercano una maggiore autonomia dalla dittatura culturale, commerciale e politica del governo centrale che ha colonizzato la regione con milioni di emigranti han e centinaia di migliaia di soldati.
La colonizzazione coinvolge anche la religione: l'islam uiguro è fortemente controllato nelle scuole, nelle moschee, nella società.
In passato ci sono stati incidenti e scontri fra uiguri e han nello Xinjiang, come pure attentati che il governo di Pechino ha bollato come "terroristi", anche se spesso condotti con mezzi di fortuna (bombe molotov, coltelli di plastica, ecc...).
L'edizione cinese del Global Times di oggi mette in guardia dal "politicizzare"  troppo l'incidente avvenuto a Tiananmen. La piazza Tiananmen, dove è avvenuto il famoso massacro il 4 giugno 1989, è sottoposta a un pesante cordone di sicurezza per evitare anche la più piccola manifestazione di protesta.
In Cina la grande corruzione in cui sono immersi i membri del Partito ha portato ad oltre 180mila "incidenti di massa" all'anno, in cui gruppi diversi - contadini, operai, pensionati, ex militari,... - si sono scontrati con la polizia, spesso anche in modo violento.
Una fonte di AsiaNews a Pechino ha commentato: "Il Partito cerca di annacquare questo incidente, ma esso rivela ormai la profonda insoddisfazione e stanchezza di tutta la popolazione, non solo degli uiguri".

giovedì 24 ottobre 2013

Seoul, il Partito democratico attacca la Park: Sciolga i Servizi segreti corrotti

da www.asianews.it

COREA DEL SUD
di Joseph Yun Li-sun
L'ex candidato alla presidenza Moon Jae-in interviene nel dibattito sui brogli compiuti dal Nis: "La presidentessa ha beneficiato di quanto avvenuto, dimostri di essere onesta". Il Manifesto della Chiesa cattolica sullo scandalo continua a guadagnare consensi nel Paese.


Seoul (AsiaNews) - Le Forze armate e i Servizi segreti "non hanno interferito con la politica coreana almeno dalla fine della dittatura militare. Che ne sia stata consapevole o meno, la presidentessa Park Geun-hye ha beneficiato dei brogli compiuti dai militari. Ora chiedo che dimostri di essere onesta e intervenga per risolvere il problema". È il contenuto di un messaggio pubblicato oggi da Moon Jae-in, deputato democratico ed ex candidato alla presidenza della Repubblica coreana sconfitto per un soffio dall'attuale leader, espressione del Partito conservatore.
Il riferimento contenuto nel messaggio è ai brogli e alle manipolazioni compiute dal Nis, il Servizio segreto nazionale, in occasione del voto: questi sono accusati di aver manipolato le ultime elezioni presidenziali inviando decine di migliaia di messaggi intimidatori agli elettori anziani, manipolando schede e urne e facendo girare dossier diffamatori sui candidati democratici.
Oltre a Moon sono intervenuti nella polemica anche altri deputati democratici, nonostante il Partito abbia deciso di rimanere in Parlamento. Secondo Sul Hoon le elezioni "sono state un'ingiustizia in tutti i sensi", mentre l'ex leader Park Jie-won ha aggiunto che andrebbe presa "in seria considerazione" la possibilità di ricorrere contro il risultato del voto.
Nelle ultime settimane la Chiesa della Corea del Sud ha lanciato un manifesto di protesta contro le interferenze del National Intelligence Service: "Tutte le 15 diocesi del Paese hanno appoggiato il Manifesto - dice una fonte di AsiaNews - che è stato firmato dalla stragrande maggioranza dei sacerdoti e delle religiose. Subito dopo è arrivato anche un pronunciamento da parte della Commissione episcopale Giustizia e Pace". Alle prime 6mila firme in calce al documento se ne sono aggiunte altre 20mila in 15 giorni.

martedì 22 ottobre 2013

Hong Kong, le Chiese asiatiche riunite per riflettere sulla liturgia nel continente

da www.asianews.it

HONG KONG - ASIA
Il 17mo Forum della liturgia in Asia, ospitato dal Territorio, è anche il più grande per numero di partecipanti: delegazioni anche da Macao, Sri Lanka e Myanmar. Il direttore della Commissione liturgica diocesana: "Vogliamo riflettere sulla liturgia nel contesto del ruolo pastorale che gioca, sia nella fede che nella vita quotidiana delle nostre comunità"


Hong Kong (AsiaNews/SE) - Si è aperto ieri a Hong Kong, con una messa solenne presieduta dal cardinal John Tong Hon, il 17mo Forum della liturgia in Asia. L'incontro annuale riunisce i rappresentanti delle Chiese asiatiche per riflettere insieme e studiare la vita e il senso della liturgia nel contesto culturale asiatico. Si tratta di un'occasione anche per celebrare i 50 anni della pubblicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II e l'inizio della preparazione per la liturgia in lingua cantonese.
Il direttore della Commissione liturgica diocesana, p. Thomas Law Kwok-fai, spiega: "Si tratta di un evento molto importante per la diocesi del Territorio, dato che la Chiesa che ospita l'incontro riceve molti commenti sulla propria situazione particolare. È inoltre l'incontro più grande mai organizzato: abbiamo 80 partecipanti da 16 nazioni asiatiche fra cui lo Sri Lanka, Macao e il Myanmar. Si tratta di persone che non hanno potuto partecipare ai Forum precedenti a causa di restrizioni nel visto o situazioni politiche particolari nei Paesi d'origine".
Secondo p. Law l'incontro ha un carattere "più pastorale che teologico. Vogliamo davvero riflettere sulle nostre liturgie nel contesto del ruolo pastorale che giocano sia nella fede che nella vita quotidiana delle nostre comunità. Per questo ci concentriamo sulla formazione liturgica del popolo, in particolare dei ministri della Chiesa, e sull'aspetto sacramentale della liturgia dal punto di vista della partecipazione dei fedeli".

lunedì 14 ottobre 2013

Pechino annuncia la chiusura di "almeno" 2mila miniere di carbone

da www.atlasweb.it

CINA
Lo scopo è quello di migliorare le condizioni di sicurezza del settore: ogni anno migliaia di minatori muoiono sottoterra nell'indifferenza generale. Dietro alla tragedia c'è anche l'enorme corruzione dei funzionari ufficiali, che dietro tangente consentono permessi anche alle strutture che non rispondono ai requisiti di sicurezza.


Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Il governo cinese ha dichiarato di voler chiudere entro la fine del 2015 "almeno" 2mila miniere di carbone di piccole dimensioni. Lo scopo ufficiale è quello di cercare di migliorare le condizioni di sicurezza di una delle industrie più mortali di tutta la Cina. Ogni anno, nella semi-indifferenza generale, muoiono nel Paese migliaia di minatori costretti a lavorare in condizioni terribili.
Il Consiglio di Stato, il governo "de facto" della nazione, ha annunciato che le miniere in chiusura sono quelle con una produzione inferiore alle 90mila tonnellate di carbone l'anno. Saranno inoltre bloccate le autorizzazioni ad aprire nuove miniere, a meno che non si dimostri una capacità produttiva di almeno 300mila tonnellate annue.
Al momento la Cina conta circa 12mila miniere di diversa capacità. Il sottosuolo nazionale è ancora ricco di carbone, ma secondo alcune stime esso non basterà a mantenere i ritmi della produzione industriale. La Cina è infatti il maggior consumatore al mondo di carbone e basa su di esso il 70% del suo sempre crescente fabbisogno energetico.
Secondo le ultime statistiche fornite dal governo, nel 2012 sono morte in miniera 1.384 persone. Nel 2011 ne sono morte altre 1.973, tutte per incidenti in miniere di carbone, con un abbassamento del 19% rispetto all'anno precedente. Ma gruppi per i diritti umani e privati studiosi cinesi affermano che la cifra è molto più alta: i padroni delle miniere, infatti, non denunciano molti incidenti per timore di perdite economiche, multe, chiusure degli impianti.
Molto spesso le autorità locali vengono corrotte con bustarelle per chiudere un occhio sulla mancanza di criteri di sicurezza. La chiusura delle miniere è, nell'ottica del nuovo presidente Xi Jinping, un'altra campagna contro la corruzione dei funzionari comunisti.

venerdì 11 ottobre 2013

Lo yuan sempre più internazionale: scambi di valuta con la Banca centrale europea

da www.asianews.it

Firmato un accordo per tre anni per lo scambio fino a 45 miliardi di euro e 350 miliardi di yuan. Un passo verso la piena convertibilità della moneta cinese.


Pechino (AsiaNews/Agenzie) - La Banca centrale cinese (People's Bank of China, Pboc) ha firmato un accordo con la Banca centrale europea (Bce) per una linea swap in valuta, allargando ancora di più l'uso dello yuan renminbi nella comunità internazionale.
L'accordo, valido per tre anni, permette alla Bce di accedere  fino a 350 miliardi di yuan (42,2764 miliardi di euro); la Pboc può accedere fino a 45 miliardi di euro. La linea swap permetterà alle banche centrali di acquistare e vendere yuan ed euro l'una dall'altra.
La diffusione dello yuan sarà possibile in tutta l'area euro. La Pboc ha dichiarato che la mossa permetterà l'uso della moneta cinese  nei mercati stranieri, facilitando il commercio e gli investimenti.
In termini di valore, l'accordo con la Bce è terzo in volume di moneta, dopo quello con Hong Kong (400miliardi di yuan) e con la Corea del Sud (360 miliardi di yuan).
Secondo alcuni analisti, lo yuan sarà convertibile in pieno entro cinque anni.

mercoledì 9 ottobre 2013

Chengdu, ucciso Choje Akong Rinpoche: era il "ponte" del buddismo in Occidente

da www.asianews.it

TIBET - CINA
Il monaco, grande studioso e attivista della causa tibetana, è morto durante una presunta rissa da strada nella provincia cinese del Sichuan insieme al nipote e a un altro religioso. Nel 1967 ha aperto in Scozia il primo monastero buddista occidentale, e ha passato la vita a spiegare la sua fede all'Ovest "per migliorare il rapporto fra le religioni". Ha riconosciuto la 16ma reincarnazione del Karmapa Lama.


Chengdu (AsiaNews) - Choje Akong Rinpoche, monaco e grande studioso del buddismo tibetano, è stato ucciso ieri a Chengdu, capitale della provincia cinese del Sichuan. Il religioso, che ha fondato il primo monastero buddista in Occidente e ha passato la vita a diffondere gli insegnamenti del Dalai Lama in Europa, è morto in quella che sembra essere una rissa da strada nata dopo un tentativo di rapina. Insieme a lui sono morti il nipote e un altro monaco che viaggiava con loro.
L'annuncio è stato dato dall'abate del monastero Samye Ling in Scozia, che è anche il fratello del defunto: "Sono molto, molto triste nell'informarvi che a causa di una tragedia mio fratello, mio nipote e un monaco che viaggiava con lui sono stati assassinati. Il Dalai Lama e tutti gli altri leader tibetani sono stati informati e stanno pregando per lui. Siamo in attesa dell'autopsia per riportarlo a casa". La polizia di Chengdu ha annunciato di aver fermato le tre persone sospettate di aver accoltellato il gruppo di monaci: si tratta di residenti dell'area, al momento in carcere.
Il Karmapa Lama, "numero 3" del buddismo tibetano, ha dichiarato: "Sono scioccato. Akong Tulku è stato mio amico da quando avevo 7 anni. Ha aiutato tante persone". Proprio il defunto è stato uno dei membri della commissione incaricata dal Dalai Lama di individuare la 16ma reincarnazione del Karmapa Lama, che nella religione tibetana è il leader dal lignaggio più antico e guida il "sentiero del Diamante".
Choje Akong Rinpoche ha fondato il monastero in Scozia nel 1967 e, qualche anno dopo, ha aperto anche una Ong con lo scopo di aiutare i poveri e "diffondere, per il bene del mondo e del dialogo fra le religioni, la fede buddista tibetana". Nel corso di un suo viaggio in Italia, avvenuto 3 anni fa, ha spiegato l'uso dei mantra come "anestetico naturale" nella medicina tradizionale. Su mandato del Dalai Lama, ha mantenuto i rapporti anche con la Repubblica popolare cinese ed è stato uno dei pochissimi monaci buddisti fedeli al Nobel per la pace a ottenere il permesso di visitare più volte il Tibet.


lunedì 7 ottobre 2013

La faida interna al Kuomintang scuote Taiwan

da www.asianews.it

TAIWAN
di Xin Yage
Il presidente ha accusato il portavoce del Parlamento, membro del suo partito, di ingerenze nel processo contro un deputato dell'opposizione. Sentenze a favore e contrarie spaccano l'opinione pubblica, ma a farne le spese è il leader. Che ora rischia una mozione di sfiducia.


Taipei (AsiaNews) - Nonostante il successo diplomatico del presidente Ma Ying-jeou (馬英九), che è riuscito nonostante l'opposizione di Pechino a partecipare alla riunione dell'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile (Icao), lo scoppio di una diatriba interna al Kuomintang (國民黨 Kmt, partito attualmente al governo) rischia di annullarne gli effetti positivi.
La polemica riguarda il portavoce del parlamento - Wang Jin-pyng (王金平), anch'egli membro del Kmt - che avrebbe manipolato il processo contro il deputato dell'opposizione Ker Chien-ming (柯建銘). Wang aveva chiesto all'allora ministro della Giustizia Tseng Yung-fu (曾勇夫, che si è dimesso lo scorso mese per questo scandalo) di impedire i tentativi di appello dei pubblici ministeri contro l'assoluzione di Ker alla Corte suprema (台湾高等法院). Quest'ultimo infatti era stato prima dichiarato colpevole da un tribunale locale e poi assolto dalla Corte suprema.
Per questa ragione il presidente Ma è intervenuto accusando Wang di intromissione nel corso di un processo di giustizia: l'11 settembre Wang Jin-pyng è stato espulso dal partito nel tentativo di farlo decadere dalla carica di portavoce del Parlamento. Lo scontro è stato letto come una vicenda di faida interna al partito al potere, anche perchè Wang Jin-pyng era stato espulso dal partito mentre si trovava in Malaysia per il matrimonio della figlia. Da allora Wang è diventato ancora più popolare agli occhi della gente e, dopo essersi rivolto a un tribunale, ha addirittura vinto una disputa legale che gli permette di non perdere la sua appartenenza al partito, e come conseguenza di continuare nella sua carica di portavoce.
Il 29 settembre una grande protesta all'esterno dell'ufficio presidenziale ha chiesto a Ma Ying-jeou di dimettersi. L'intera vicenda si è infuocata ancora di più con la rivelazione che i pubblici ministeri avevano acquisito informazioni su Ker registrando le sue telefonate. Il governo afferma che la registrazione è un atto legale, ma l'intera opposizione e alcuni parlamentari dello stesso Kmt sostengono che registrare le linee telefoniche del parlamento sia invece del tutto illegale.
Il Partito Democratico Progressista (民主進步黨, Dpp, all'opposizione), da allora chiede l'abolizione della Divisione Speciale di Investigazione (特侦组, Sid) per abuso di potere nelle intercettazioni telefoniche e accusa il procuratore generale Huang Shih-ming (黃世銘) di aver passato illegalmente informazioni confidenziali al presidente Ma.
Ora il Dpp cerca di far dimettere o almeno di far incriminare il presidente per tutta questa vicenda ma avendo solo 40 dei 113 seggi in Parlamento, contro i 65 del Kmt, dovrà trovare i sostenitori necessari per la mozione di sfiducia. Ed il presidente, che in un'intervista in televisione ha smorzato i toni del dibattito, si trova nell'umiliante posizione di dover affidare la sua agenda politica alla cura di un portavoce del Parlamento da lui pubblicamente accusato e ritenuto incapace di seguire le regole legislative.

giovedì 3 ottobre 2013

Taipei al primo posto nella lotta internazionale contro il traffico di esseri umani

da www.asianews.it

TAIWAN
di Xin Yage
L'isola conserva il primato da quattro anni. Ogni anno coinvolti 2,5 milioni di persone e un giro d'affari da 32 miliardi di dollari. Un seminario con i rappresentanti di 20 Paesi per studiare nuove strategie.


Taipei (AsiaNews) - I rappresentanti di oltre 20 Paesi  si sono riuniti a Taiwan per discutere delle nuove strategie da adottare nella lotta al traffico di esseri umani, con un'attenzione particolare al traffico di bambini. L'isola è da quattro anni al primo posto nella lista del Dipartimento di Stato Usa delle nazioni migliori nel contrastare questo fenomeno.
Brent Christensen, vice direttore dell'American Institute in Taiwan (Ait) ha sottolineato come "Taiwan e gli Stati Uniti abbiano lavorato in maniera molto stretta per prevenire e contrastare la tratta di bambini", e come "i frutti di questo lavoro siano stati molto soddisfacenti, sebbene possano essere comunque migliorati". Tra i mezzi adottati negli anni vanno segnalati un inasprimento delle pene per chi collabora al traffico di esseri umani e la creazione di linee telefoniche multilingue per l'immediata denuncia di casi sospetti o evidenti.
Le linee guida discusse durante l'incontro - cui hanno partecipato più di 200 esperti - vogliono evitare l'impiego di compagnie di viaggio che operano in zone in cui è praticato sesso con minori, e l'incoraggiamento a sostenere le agenzie che portano turisti in negozi che vendono prodotti di donne e bambini svantaggiati. Il vice presidente taiwanese Wu Den-yih ha sottolineato la sua soddisfazione per il fatto che Taiwan sia un modello in Asia in questo campo e per la possibilità di collaborare ad un progetto internazionale così importante.
Il traffico di esseri umani rappresenta un giro di affari di 32 miliardi di dollari americani l'anno. Le statistiche delle Nazioni Unite parlano di un fenomeno in crescita, con una media annuale di 2 milioni e mezzo di persone coinvolte. Per quanto riguarda i bambini, sono soprattutto le famiglie in povertà estrema che "vendono" i figli per ripagare debiti o avere entrate alternative. I bambini finiscono poi nel settore del lavoro minorile, della prostituzione o delle adozioni illegali.
Tra i Paesi più coinvolti in questo mercato c'è la Cina, dove la legge sul figlio unico e l'invecchiamento della popolazione hanno provocato un aumento dei casi di rapimento e di compravendita di minori. Pochi giorni fa è stata resa nota la liberazione di quasi 100 bambini, finiti nella rete di un trafficante che li vendeva poi nel sud-est del Paese.

lunedì 16 settembre 2013

Il Giappone resta senza energia nucleare, non succedeva da mezzo secolo

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  16 settembre 2013  alle  7:00.

Chiuderà i battenti oggi l’ultimo ancora funzionante in . Alle prime ore di oggi il reattore 4 di , nell’ovest del paese ha cessato di generare elettricità e il Giappone, per la prima volta dagli anni ’60 resterà senza energia elettrica di origine . Una situazione che verosimilmente potrebbe prolungarsi fino al prossimo dicembre.giapponereattoreohi
Nel frattempo, le varie società elettriche che gestiscono la cinquantina di impianti nucleari stanno migliorando i sistemi di sicurezza e alcune hanno già fatto richiesta al governo per riattivare i reattori.
Le misure di sicurezza aggiuntive sono state conseguenza diretta dell’incidente di del 2011 e delle preoccupazioni sulla salute e sull’ambiente che ne sono derivate. Fino a quel momento il Giappone i reattori soddisfacevano il 30% del fabbisogno interno di energia.
Il governo di Shinzo Abe è comunque favorevole a una piena ripresa delle attività anche perché l’energia nucleare è considerata fondamentale per i piani di ripresa economica dopo anni di recessione.
Dopo lo tsunami che costrinse alla chiusura Fukushima e man mano gli altri impianti, il rincaro medio della bolletta elettrica è stato del 30%. A Fukushima – danneggiato da un terremoto e da un successivo tsunami – i piani per riportare la situazione sotto controllo sono stati intanto rallentati dalla fuoriuscita nelle ultime settimane di acqua altamente contaminata da uno dei serbatoi.

venerdì 13 settembre 2013

Il miliardario Wang Gongquan arrestato dalla polizia: è amico dei dissidenti

da www.asianews.it

di Wang Zhicheng
È accusato di radunare persone "per disturbare l'ordine pubblico": la stessa accusa con cui è stato imprigionato l'attivista Xu Zhiyong. Wang è fra i propugnatori di una raccolta di firme online per la liberazione di Xu. Per il miliardario, davanti alla corruzione del Partito, il divario fra ricchi e poveri, l'abissale inquinamento, occorre un'alleanza fra imprenditori e cittadini per spingere il governo ad aprire di più la società, perché non cresca la violenza.


Pechino (AsiaNews) - Il miliardario Wang Gongquan (v. foto) è stato arrestato oggi a mezzogiorno a Pechino. Egli è noto per l'uso spregiudicato dei social network e per la sua solida amicizia con alcuni dissidenti quali Xu Zhiyong.
La notizia del suo arresto è stata diffusa subito da Teng Biao, attivista per i diritti umani e professore all'università di Pechino, affermando che almeno 20 poliziotti sono andati a casa di Wang e lo hanno portato via.
Lo scrittore Xiao Shu, un altro amico dell'arrestato, ha detto che Wang  non è stato ammanettato.
Secondo testimoni, la polizia ha interrogato Wang perché "sospettato di aver raccolto una folla per disturbare l'ordine pubblico".
Questa accusa è uguale a quella che ha portato Xu Zhiyong alla detenzione. Xu è il fondatore del Movimento del nuovo cittadino ed è nelle mani della polizia da metà luglio. La sua "colpa" è di chiedere con forza che tutti i capi del Partito comunista pubblichino la lista delle loro ricchezze. Ma per Pechino questo è un tentativo di "sovvertire l'ordine dello Stato".
Wang Gongquan è fra i fautori di una raccolta di firme per la liberazione di Xu. La sua critica al Partito è di tipo politico ed economico. In passato egli ha criticato la struttura oligarchica del governo cinese, che concede grandi prestiti e sostegno alle ditte statali, i cui manager sono gli alti papaveri del Partito, ma penalizza le ditte private, che contribuiscono per oltre il 70% del Pil.
Pechino vede con preoccupazione un legame troppo stretto fra mondo imprenditoriale (privato) e dissidenza. In una recente intervista, Wang Gongquan ha spiegato le sue ragioni. Egli ha affermato che  con la crescente corruzione, ineguaglianza sociale e inquinamento, è necessario che imprenditori e cittadini uniscano le loro forze per spingere al cambiamento.  Da parte sua, se un individuo viene trattato in modo ingiusto dallo Stato onnipotente, egli penserà di non avere altra via che la violenza. "Se il governo non sostiene una società aperta - egli ha detto - potrà causare ancora più danni e violenze. E questo non è negli interessi del governo".

lunedì 9 settembre 2013

Coree: è “luna di miele”, Pyongyang dice sì a bandiera e inno sudcoreani

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  9 settembre 2013  alle  7:00.

Per la prima volta nella sua storia, la permetterà che all’interno del proprio territorio venga issata la bandiera nazionale e suonato l’inno della in occasione di una gara di sollevamento pesi, ha riferito nel weekend il ministero dell’Unificazione sudcoreano.coreadelsudbandiera
“La Corea del Nord ci ha notificato che sarà issata la nostra bandiera e che si riprodurrà il nostro inno nazionale nel caso in cui qualcuno dei nostri atleti dovesse vincere una medaglia d’oro”, riporta un comunicato del ministero.
Un totale di 41 atleti sudcoreani parteciperanno alla Coppa d’Asia e al Campionato tra club di Sollevamento Pesi 2013, che si svolgerà dall’11 al 17 settembre a .
Un’autorizzazione alquanto insolita per il regime di Kim Jong-un, che non riconosce i simboli nazionali del vicino del Sud. Come unico precedente, lo scorso maggio la televisione di stato del Partito Comunista (Kctv) ha mostrato la bandiera sudcoreana sul tabellone di una partita internazionale di ping-pong.
Il nuovo gesto riconciliatore nordcoreano avviene in una fase marcata dalla distensione tra le due , che in questi giorni cercano di superare un prolungato periodo di tensione e di negoziare la ripresa di una serie di progetti comuni come il parco industriale di , i ricongiungimenti familiari e i viaggi turistici per i cittadini sudcoreani al complesso nordcoreano del Monte Kumgang.

venerdì 6 settembre 2013

G20, incontro “inaspettato” fra Shinzo Abe e Xi Jinping

da www.asianews.it

Ai margini della prima sessione del summit di San Pietroburgo, i leader di Cina e Giappone si parlano per 5 minuti. Entrambi vogliono “la pace” e “un rapporto bilaterale che sia di reciproca convenienza” ma non affrontano i temi sensibili che li dividono, primo fra tutti il possesso delle Senkaku/Diaoyu.


San Pietroburgo (AsiaNews/Agenzie) - I leader di Cina e Giappone si sono stretti la mano e hanno parlato faccia a faccia nel corso di un inaspettato incontro ai margini del summit del G20 in corso a San Pietroburgo. Xi Jinping e Shinzo Abe non si sono mai incontrati da quando hanno preso il potere: il primo nel marzo del 2013 e il secondo nel dicembre del 2012. E i rapporti fra le due nazioni sono peggiorati in maniera seria a causa di una disputa territoriale che riguarda alcune isolette nel Mar cinese orientale.
Le isole, note come Senkaku in giapponese e Diaoyu in cinese, sono controllate da tempo dal Giappone. Nel settembre del 2011 l'acquisizione da parte di Tokyo di 3 delle 5 isolette da un privato ha scatenato la furia di Pechino, che ha lanciato una campagna politica e militare per rivendicare la propria sovranità sull'area. Nella contesa è presente anche Taiwan, che ha proposto ai contendenti di "sfruttare insieme, senza parlare di proprietà, le ricchezze locali".
Non è chiaro il valore dell'arcipelago. Si pensa che esso abbia anzitutto un valore strategico, trovandosi sulla rotta delle più importanti vie marittime; altri affermano che oltre alle acque ricche di pesca, nel sottofondo marino vi siano sterminati giacimenti di gas. Nel 2008, come gesto di distensione, i due governi hanno firmato un accordo per lo sfruttamento e la ricerca congiunti nell'arcipelago, che tuttavia è rimasto lettera morta.
I due leader hanno parlato per circa 5 minuti poco prima dell'inizio della prima sessione ufficiale del summit. L'incontro è stato confermato da alcuni membri della delegazione giapponese. Yoshihide Suga, portavoce dell'esecutivo di Tokyo, racconta che "Abe ha parlato con Xi per convincerlo a migliorare i rapporti fra i due Paesi tornando indietro al punto di partenza di una relazione che sia strategia e benefica per entrambi".
Per la Xinhua, agenzia di stampa del governo cinese, Xi ha detto che i rapporti fra Cina e Giappone "affrontano gravi difficoltà che noi non vorremmo vedere. La Cina favorisce una situazione che sia positiva per entrambi, ma il Giappone deve rispondere alle questioni territoriali e a quelle storiche con spirito corretto e con lo sguardo rivolto al futuro". Pechino accusa Tokyo di non aver ancora risposto in maniera adeguata alle violazioni compiute dai soldati nipponici in tempo di guerra.

martedì 3 settembre 2013

Fukushima, Tokyo stanzia mezzo miliardo di dollari. Verso un aumento dell'Iva

da www.ilsole24ore.com

Fukushima, Tokyo stanzia mezzo miliardo di dollari. Verso un aumento dell'Iva
TOKYO - Il governo giapponese ha inviato oggi due importanti messaggi alla comunità internazionale. Anzitutto, ha reso noto che scende direttamente in campo per non lasciare sola la Tepco nella difficile gestione dei problemi alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi: viene stanziato l'equivalente di circa mezzo miliardo di dollari di denaro pubblico per cercare di risolvere l'emergenza delle fuoriuscite di acqua radioattiva che finisce nel'oceano.
In secondo luogo, Tokyo riafferma l'impegno: in qualche modo "internazionale" - verso il risanamento delle sue finanze pubbliche: al G-20, ha preannunciato il ministro delle Finanze Taro Aso, il governo dichiarerà l'orientamento a dare il via libera definitivo al raddoppio in due fasi - dal 5 al 10% - dell'imposta sui consumi, provvedimento considerato essenziale per rimettere il bilancio statale sulla strada della sostenibilità. Al tempo stesso, però, Tokyo farà sapere che intende studiano una nuova manovra di stimoli fiscali all'economia, per evitare che l'aumento dell'Iva (dal 5 all'8% dal primo aprile 2014) possa far deragliare il momento economico positivo.
E' stato lo stesso Aso a giustificare l'ulteriore esborso di denaro dei contribuenti per aiutare la Tepco (la società di gestione di Fukushima Daiichi) a fermare le fuoriuscite di radioattività: "E' una sfida senza precedenti. E' ovvio che il governo debba farsene carico". In effetti, la comunità internazionale si è stupita che Tokyo abbia aspettato tanto a lungo, lasciando alla sola Tepco ogni responsabilità; tanto che c'è chi ipotizza una connessione con la decisione (che sarà presa nel weekend a Buenos Aires) sulla città che ospiterà le Olimpiadi del 2020. La candidatura di Tokyo, contro quelle di Madrid e Istanbul, è parsa indebolita nelle ultime settimane dallo stillicidio di notizie allarmanti provenienti dalla centrale danneggiata dal sisma e dallo tsunami del marzo 2011.
Il governo, dunque, fornirà circa 32 miliardi di yen per la costruzione di una sorta di barriera sotterranea - attraverso una tecnica speciale di "congelamento" del terreno - intorno agli edifici che ospitano i reattori (finalizzata a impedire le infiltrazioni e successive fuoriuscite di acqua), mentre altri 15 miliardi di yen andranno a migliorare le attività di trattamento delle acque. Di questi fondi, quasi 21 miliardi di yen saranno attinti dalle riserve del bilancio pubblico dell'esercizio 2013.
L'equivalente di circa 10 miliardi di dollari è già stato speso dal governo per ricapitalizzare la Tepco dopo l'incidente. Il processo di decommissionamento della centrale durerà 30-40 anni, secondo le stime ufficiali. Per qualche esperto potrebbe in realtà durare cento anni: un buco nero perle finanze pubbliche giapponesi. I 47 miliardi di yen addizionali stanziati oggi certo non basteranno.

sabato 31 agosto 2013

Il Giappone «festeggia» il ritorno dell'inflazione

da www.ilsole24ore.com


Qualcosa si muove. In Giappone i prezzi salgono per il secondo mese consecutivo, la produzione recupera, la disoccupazione cala ancora.
È l'Abenomics che funziona? Non sono, quelli di ieri, i primi segnali incoraggianti degli effetti della nuova, aggressiva e controversa, politica economica - fiscale e monetaria - del primo ministro Shinzo Abe. Il rialzo dello 0,7% a luglio dell'inflazione core (che esclude solo i prezzi alimentari), per quanto non certo risolutivo, è comunque il secondo consecutivo dopo lo 0,3% di giugno, e quasi un record degli ultimi cinque anni (è il livello massimo da novembre 2008). Se la produzione delle imprese, in rialzo del 3,2% mensile, è inferiore all'atteso 3,7%, compensa però quella flessione del 3,1% di giugno che aveva fatto temere un insuccesso. Il calo della disoccupazione, da un invidiabilissimo 3,9% di giugno al 3,8% segnala che prosegue il trend iniziato a gennaio e che la domanda interna, i consumi, dovrebbero tenere anche in futuro.
Il Governo è molto soddisfatto. «Il Giappone sta per uscire dalla deflazione», ha annunciato il ministro della Rinascita economica Akira Amari, al quale è stata affidata l'esecuzione della Abenomics. Il rialzo in realtà è stato sospinto soprattutto dal rincaro dell'energia ma, escludendo questi prezzi, dall'indice core-core in flessione dello 0,1% dal -0,2% di giugno emerge comunque - spiega Shuji Tonouchi della Mitsubischi Ufj Morgan Stanley, che «i dettaglianti del settore abbigliamento e dei prodotti di marca riescono a scaricare meglio i costi più alti sui consumatori, e questo è un segno positivo: le spese dei consumatori restano forti». Gli stipendi sono infatti saliti a luglio dell'1,3%, aumentando il potere d'acquisto delle famiglie; e le spese al consumo sono cresciute nei primi sette mesi dell'anno, in parallelo all'occupazione, a vantaggio soprattutto dei beni alimentari, e dei viaggi e del tempo libero.
È comunque troppo presto per cantare vittoria: non solo resta lontano l'obiettivo di inflazione del 2% fissato da Haruhiko Kuroda, governatore della banca centrale Nippon Ginko, ma presto i prezzi dell'energia potrebbero rallentare; mentre Kyohei Morita e Yuichiro Nagai di Barclays invitano a guardare alla flessione dei prezzi dei cereali alla Borsa di Chicago, che ha ricadute sul Giappone con un ritardo di un anno. La prospettiva di un aumento dell'Iva, per quanto relativamente lontana nel tempo - dovrebbe salire dal 5% all'8% ad aprile e al 10% nell'ottobre 2015 - sembra inoltre frenare la fiducia dei consumatori, e sta alimentando un dibattito piuttosto intenso in vista della decisione finale di inizio ottobre.
In ogni caso, il Giappone cresce, secondo i dati del secondo trimestre, a un ritmo del 2,6% annualizzato (0,6% trimestrale) che ha un po' deluso le attese ma che comunque sembra solido. Soprattutto alla luce della ripresa della produzione di luglio, dopo il dato negativo dei due mesi precedenti. Le previsioni del ministero per l'Economia parlano ora di una crescita della produzione dello 0,2% in agosto (corretto dal -0,9%) e dell'1,7% di settembre, il che fa sperare in un buon terzo trimestre.
C'è un po' di attesa, ora, per la riunione della Nippon Ginko della prossima settimana, ma non si prevedono cambiamenti nell'attuale politica monetaria di stimolo.

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LA RICETTA DI ABE
Un cattivo equilibrio
Per almeno due decenni, il Giappone ha conosciuto deflazione e bassa crescita. Quella che appariva un'anomalia legata alle peculiarità del Paese è stata poi riconosciuta dagli studiosi come un equilibrio "cattivo" e stabile in cui qualunque economia può cadere.
Tentativi troppo timidi
Per uscire da questa trappola, e avviare l'economia verso un equilibrio "buono" occorre uno sforzo enorme. Già all'inizio di questo secolo Milton Friedman, padre di quel monetarismo in genere associato a una politica di grande rigore, invitava la banca centrale a inondare il sistema di denaro, acquistando assets, per contrastare la riduzione dell'offerta di moneta. Non fu ascoltato abbastanza: per evitare di strafare, la Nippon Ginko ha più volte creato prematuramente l'aspettativa di una stretta monetaria.
La Abenomics
La svolta è arrivata con Shinzo Abe, l'attuale primo ministro, che ha varato una nuova politica economica ultraespansiva, tradizionale nei suoi strumenti - Keynes più Friedman, entrambi rinnovati - ma molto aggressiva. La politica fiscale prevede un aumento della spesa pubblica, a vantaggio soprattutto degli investimenti; quella monetaria un target d'inflazione del 2% con tassi d'interesse negativi e massicci acquisti di bond.

mercoledì 28 agosto 2013

Guangdong, le nuove centrali a carbone “uccideranno 16mila persone”

da www.asianews.it

Il governo della ricca provincia meridionale pianifica la costruzione di 22 nuovi impianti energetici, ma esperti e attivisti per l’ambiente avvertono: “Provocheranno una strage nei prossimi anni”. E il delta del Fiume delle Perle diventa nero.


Guangzhou (AsiaNews) - Le 22 nuove centrali elettriche a carbone pianificate dal governo del Guangdong provocheranno circa 16mila morti nei prossimi 40 anni, che vanno sommate alle 3.600 vittime che l'inquinamento provoca già oggi nella ricca provincia meridionale. È l'allarme lanciato da esperti e attivisti per l'ambiente, che chiedono al governo provinciale di tornale alla politica "no-carbone" lanciata nel 2009 nel delta del Fiume delle Perle. Che in questi giorni è diventato nero (v. foto) per l'inquinamento eccessivo.
Le stime sono state presentate da Andrew Gray, consulente per la qualità dell'aria ingaggiato da Greenpeace per studiare l'impatto sulla salute del PMI, il particolato emesso dalla combustione di carbone nell'aria. Questo elemento è già noto alle cronache nazionali e internazionali, dato che nei momenti di massima produzione industriale oscura i cieli di Pechino, Shanghai e delle altre megalopoli nazionali costringendo la popolazione a vivere il più possibile all'interno di case e uffici.
Al momento, le 96 centrali a carbone già attive nel territorio provocano ogni anno 3.600 vittime e circa 4mila casi di asma infantile nella provincia e a Hong Kong. Con l'attivazione delle nuove centrali, i casi di asma arriverebbero a 15mila mentre quelli di bronchite cronica sarebbero almeno 19mila. Zhou Rong, attivista per l'ambiente, dice: "L'impatto cumulativo sulla salute umana di questo progetto è devastante. La regione del delta del Fiume delle Perle dovrebbe tornare a una politica ambientalista come quella contro il carbone lanciata nel 2009. Ma nella sua fame di energia il Guangdong ha ignorato il bando sul carbone".
L'allarme è sostenuto anche dalle immagini del fiume Maozhou, il più ampio della città meridionale di Shenzhen e cuore del delta, che in questi giorni è divenuto nero a causa dell'inquinamento industriale e privato. Il governo ha stanziato circa 100 milioni di euro per ripulire il bacino entro il 2015, ma con questi ritmi sembra impossibile riuscire a raggiungere l'obiettivo senza che nuovi scarichi riportino la situazione al punto di partenza.
La sovrapproduzione industriale è un'arma a doppio taglio per il governo cinese. Da una parte essa garantisce una crescita sostenuta del Prodotto interno lordo, necessaria per mantenere la stabilità sociale e per affermare il nuovo ruolo da protagonista per la Cina sul palcoscenico mondiale; dall'altra provoca sempre più imponenti manifestazioni popolari contro l'inquinamento, gli espropri forzati dei terreni e la corruzione di funzionari del Partito e industriali.


mercoledì 21 agosto 2013

Fukushima, acqua radioattiva. Il governo verso l’emergenza nucleare

da www.asianews.it

GIAPPONE
Dopo le ammissioni della Tepco l’esecutivo giapponese alza a “livello 3”, ovvero “incidente grave”, la situazione delle coste orientali del Paese. Nei giorni scorsi oltre 300 tonnellate di acqua radioattiva sono fuoriuscite da un serbatoio della centrale nucleare colpita dal terremoto dell’11 marzo 2011.


Tokyo (AsiaNews) - Torna la paura sulle coste orientali del Giappone: questa mattina l'Autorità giapponese di controllo sul nucleare ha infatti innalzato a "livello 3" (ovvero "incidente grave" sulla Scala internazionale degli eventi nucleari) la perdita di 300 tonnellate di acqua altamente radioattiva avvenuta nei giorni scorsi dalla centrale di Fukushima. La classificazione al livello 3 (su una scala che arriva fino a 7) equivale al "rilascio di una grande quantità di materiale radioattivo all'interno dell'installazione".
La Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha confermato la fuoriuscita due giorni fa. Inoltre, i tecnici della compagnia - che agisce per conto del governo come "liquidatore" del materiale radioattivo ancora presenti nelle centrali danneggiate - una parte di quest'acqua si sarebbe infiltrata nel terreno. Il serbatoio è uno dei 26 installati accanto al reattore 4 e le  vasche sono circondate da una bassa barriera bassa.
La Tepco prevede ora di rimuovere il terreno vicino al serbatoio danneggiato e di misurare i livelli di radiazione nella zona per determinare l'entità delle ultime perdite di acqua dai resti radioattivi della centrale nucleare. La compagnia ha dovuto ammettere inoltre che nella zona è presente una concentrazione record di trizio - un isotopo radioattivo dell'idrogeno emesso dalle centrali nucleari - nel mare davanti a Fukushima Daiichi. I prelievi effettuati il 15 agosto non lontano dal reattore 1 contengono un livello di trizio di 4.700 becquerel per litro, contro i 3.800 Bq/l dell'11 agosto. L'acqua prelevata il 15 agosto vicino al reattore 2  contiene 2.600 bq/l di trizio.
Si tratta del livello più elevato dopo il disastro nucleare. La contaminazione radioattiva dell'oceano Pacifico intorno alla centrale di Fukushima è dovuta alle fughe dell'acqua contenuta nei sotterranei dei reattori (ed ora anche nei serbatoi di emergenza) ma la Tepco non riesce a spiegare l'aumento dei livelli di isotopi dal maggio 2013. A fine giugno l'utility aveva rilevato una concentrazione di trizio di 1.100 Bq/l nel mare a 25 metri dalla costa. Il livello normale in acque pulite è di circa 50Bq/l, ma può arrivare fino a 350 Bq/l prima di generare problemi.
L'11 marzo del 2011 un terremoto ha colpito le coste orientali del Giappone, provocando un enorme tsunami - con onde di oltre 40 metri - che ha invaso la zona di Fukushima e le sue centrali nucleari. Il sisma di magnitudo 9 ha avuto effetti catastrofici: 15.850 morti; 6.011 feriti; 3287 dispersi; 800mila edifici distrutti; incendi in molte zone; strade e ferrovie danneggiate; crollo di dighe. Quattro milioni di famiglie del nord-est sono rimaste senza elettricità e un milione senz'acqua.

lunedì 19 agosto 2013

Pyongyang e Seoul trattano per riprendere le 'riunificazioni familiari'

da www.asianews.it

Gli incontri fra parenti divisi dalla Guerra di Corea sono interrotti dal 2010. Il Nord accetta di discutere un nuovo calendario di visite e invita una delegazione del Sud sul monte Kumgang per “studiare la logistica dell’evento”. E questo mentre sono in corso le esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud.


Seoul (AsiaNews) - Il governo della Corea del Nord ha accettato di "riaprire i colloqui" con quello del Sud per organizzare le riunificazioni familiari, ovvero gli incontri tra coloro che dopo la Guerra di Corea (1950/1953) sono stati separati dal confine tracciato a metà della penisola. Gli incontri sono sospesi dal 2010 e potrebbero ripartire il 19 settembre, quando si celebra il Chuseok, la "Festa del Ringraziamento" coreana.
Pyongyang ha chiesto a Seoul di incontrarsi per discutere sul monte Kumgang, complesso turistico che si trova in territorio nordcoreano, e non nel villaggio di Panmujom: questo si trova nella Zona demilitarizzata ed è da sempre il luogo deputato per gli incontri governativi bilaterali. Le riunificazioni sarebbero organizzate dalla Croce Rossa di entrambe le nazione: una delegazione del Sud dovrebbe recarsi il prossimo 22 agosto sul monte per "studiare la logistica dell'evento".
La Corea del Nord avrebbe chiesto anche di eliminare il bando imposto da Seoul ai viaggi turistici sul Kumgang, importante fonte di reddito per il regime, che sono stati interrotti nel 2008 dopo che un turista sudcoreano venne ucciso per errore da un soldato del Nord. La questione sarebbe stata inserita fra le "priorità" stabilite dai due governi lo scorso 14 agosto, quando (dopo mesi di negoziati) si sono accordate per riaprire anche il complesso industriale inter-coreano di Kaesong.
Sono circa 73mila i sudcoreani (quasi tutti con più di 70 anni di età) che vogliono riabbracciare le proprie famiglie rimaste al Nord: "Se riesco a incontrare i miei - dice Kim Gyu-oh, 84 anni - non avrò più rimorsi. Posso morire anche adesso."
Negli ultimi tempi Seoul ha puntato molto sull'aspetto umanitario della questione. Dei sopravvissuti alla guerra, il 9,3 % ha più di 90 anni; il 40,5 % più di 80 anni e il 30,6 % più di 70 anni. L'esecutivo guidato da Park Geun-hye ha sottolineato che sarebbe "inumano" non consentire a queste persone di "salutare per l'ultima volta" i propri familiari.
Il disgelo di Pyongyang nei rapporti con Seoul potrebbe derivare sia da un disperato bisogno di aiuti economici e alimentari che dalla paura della rinnovata alleanza militare fra Corea del Sud e Stati Uniti. Proprio questa mattina sono iniziate infatti delle esercitazioni militari congiunte fra i due Paesi - che "hanno avvertito da tempo il Nord" - che dureranno 12 giorni e impiegheranno 50mila soldati coreani e 30mila statunitensi.

sabato 17 agosto 2013

Da Repubblica a monarchia, Pyongyang 'sarà governata solo dai Kim'

da www.asianews.it

COREA DEL NORD
di Joseph Yun Li-sun
Il Parlamento nordcoreano approva una revisione costituzionale che identifica il governo del Paese con la famiglia regnante, attacca i "borghesi che trafficano in valuta" ed elimina i concetti di socialismo e comunismo per rimpiazzarli con la delirante "rivoluzione Juche".


Pyongyang (AsiaNews) - La Corea del Nord e il Partito dei Lavoratori "saranno tenuti in vita per sempre solo grazie alla linea di sangue Baekdu". È il concetto fondamentale della revisione costituzionale approvata dal Parlamento nordcoreano, che ha così stabilito la fine del concetto di "Repubblica democratica popolare" per adottare quello della monarchia ereditaria. La revisione ha stravolto i 10 "principi fondamentali" che sono alla base del Partito dei Lavoratori, unico organo politico del Paese.
La "linea di sangue Baekdu" è un riferimento diretto al monte omonimo, sacro per i coreani, dove secondo la leggenda sarebbe nato il popolo coreano nel periodo e il primo regno, quello Gojoseon, nel 2333 avanti Cristo. La propaganda comunista ne ha fatto la culla della Rivoluzione: secondo la storiografia nazionale, è da qui che Kim Il-sung (fondatore e padre della patria) avrebbe organizzato la resistenza anti-giapponese. Sempre qui sarebbe nato Kim Jong-il, suo figlio, che in realtà ha visto la luce in Russia.
La revisione dei principi non si limita a cambiare lo status nazionale, ma attacca "i borghesi che trafficano in valuta" ed elimina i concetti di socialismo e comunismo, che vengono rimpiazzati in maniera ufficiale dall'unico dogma della "rivoluzione Juche". Quest'ultima è la summa dei pensieri di Kim Il-sung, un miscuglio di autarchia economica (che con il tempo si è dimostrata disastrosa per il Paese) e di militarismo esasperato.
Una fonte cattolica che opera sul confine spiega ad AsiaNews: "Si tratta di un vero confine ideologico. Con questa revisione il governo mette in chiaro che la fine del regime non è pensabile fino a che ci saranno discendenti diretti di Il-sung da mettere sul trono. E quindi fa escludere la possibilità di un golpe militare o di una rivoluzione interna. Oramai la Corea del Nord si identifica per intero con la famiglia Kim".

lunedì 12 agosto 2013

Cina, ennesimo arresto per un dissidente democratico

da www.asianews.it

Yang Lin ha già trascorso un anno ai lavori forzati per aver firmato ‘Carta 08’, il manifesto costituzionale del Nobel per la pace Liu Xiaobo. Ora rischia 5 anni per “incitamento alla sovversione del potere statale”. Sempre più fioche le speranze di un nuovo corso guidato dalla leadership di Xi Jinping.


Pechino (AsiaNews) - Il governo cinese stringe la morsa contro i dissidenti che "osano" criticare il sistema monopartitico nazionale. La polizia della ricca provincia meridionale del Guangdong ha infatti arrestato Yang Lin, 45 anni, che combatte da anni per la democratizzazione della Cina. Il dissidente, uno dei firmatari della 'Carta 08' del Nobel Liu Xiaobo, ha già trascorso un anno in un campo di lavori forzati.
La notizia dell'arresto è stata confermata dal fratello, Yang Mingzhu, in un colloquio telefonico con il South China Morning Post. Le autorità hanno accusato Yang Lin di "incitamento alla sovversione del potere statale", una delle accuse più comuni nella lotta del governo contro le voci libere del Paese. Se confermata da una sentenza, questa accusa può portare a un massimo di 5 anni di detenzione.
Secondo il Chinese Human Rights Defenders, gruppo per i diritti umani con base negli Stati Uniti, il dissidente "non ha mai esitato a gettarsi con tutto il cuore per aiutare i cittadini svantaggiati che combattono per i propri diritti, e ha sempre promosso delle attività a favore della democrazia costituzionale in Cina".
L'arresto contribuisce ad alimentare la delusione di quel gruppo di persone che avevano sperato nel nuovo presidente cinese Xi Jinping, da molti definito un "liberale". Negli ultimi mesi, infatti, le autorità hanno arrestato almeno 16 attivisti che combattevano contro la corruzione del Partito comunista e della sua leadership, oltre a mantenere un clima di terrore nell'ambiente democratico di tutta la Cina.

giovedì 8 agosto 2013

Kaesong, Seoul e Pyongyang trattano per la riapertura

da www.asianews.it

COREA
Fissato per il 14 agosto “l’incontro definitivo” per decidere le sorti del complesso intercoreano, dove 123 fabbriche del Sud danno lavoro a circa 50mila operai del Nord.


Seoul (AsiaNews) - Dopo circa 2 settimane di stallo, i governi delle due Coree si sono accordati per far ripartire i colloqui per la riapertura del complesso industriale intercoreano di Kaesong. Seoul aveva chiesto ieri "una risposta definitiva sulla questione", cui ha risposto Pyongyang con la proposta di incontrarsi il 14 agosto per fissare i particolari della contrattazione.
Nel complesso, che si trova nei pressi della Zona demilitarizzata, operano 123 fabbriche sudcoreane che danno lavoro a circa 50mila operai del Nord. Si tratta di un importante fonte di reddito per la disastrata economia del regime dei Kim, provata da politiche finanziarie fallimentari e da una spesa bellica in continuo aumento.
La chiusura del complesso industriale inter-coreano è stata decisa in maniera unilaterale da Pyongyang all'inizio di aprile, ultimo atto di una serie di provocazioni belliche e propagandistiche che hanno portato la penisola sull'orlo di un nuovo conflitto aperto. Da metà luglio i due governi hanno cercato di trovare dei "punti in comune" per autorizzare la riapertura, ma senza arrivare a un accordo.
Ieri la Commissione per la Riunificazione pacifica della Corea - dipartimento governativo di Pyongyang - ha pubblicato un comunicato: "Il Nord ha deciso di far entrare gli industriali del Sud a Kaesong. I due governi cercano di evitare nuove tensioni e vogliono riprendere le operazioni nell'area senza farsi coinvolgere da altre situazioni".
La Chiesa cattolica della Corea del Sud ha chiesto più volte la riapertura del complesso, definita dall'arcivescovo di Seoul "un simbolo di pace e speranza" per la futura riunificazione del Paese.

lunedì 5 agosto 2013

Hiroshima, 68 dopo: il Giappone ancora diviso sul nucleare

da www.ilsole24ore.com


Hiroshima, 68 dopo: il Giappone ancora diviso sul nucleare
Ore 8.15 (1.15 ora italiana), mattinata a Hiroshima, 68 anni dopo: il monotono suono della grande campana della pace, provocato da alcuni discendenti delle vittime, dà l'avvio a un minuto di silenzio per commemorare le vittime della prima bomba atomica.
Circa 50mila persone nel Peace Memorial Park e delegazioni da un'ottantina di Paesi - compresi quelli che hanno armi nucleari, salvo la Cina - sono intervenute alla cerimonia, iniziata con la dedica del registro dei nomi dei sopravvissuti che sono deceduti nel corso dell'ultimo anno e chiusa con il canto corale della "Hiroshima Peace Song".
Il primo ministro Shinzo Abe è intervenuto sottolineando che il Giappone, come unica vittima dell'arma atomica, ha il dovere di battersi per un mondo senza armi nucleari. Ma poco prima dell'inizio del suo discorso, dall'area al di fuori del perimetro ufficiale della cerimonia, alcuni attivisti hanno cominciato a gridare slogan anti-nucleari dai megafoni, che hanno poi fatto da lontano ma udibile sottofondo alle parole di Abe.
Il premier è un deciso fautore della riattivazione di nuove centrali nucleari (attualmente sono in funzione solo due reattori su 50), benché da quella di Fukushima Daiichi - a quasi due anni e mezzo dallo tsunami - continuino ad arrivare notizie di fuoriuscite di radioattività. La muta presenza di Tamotsu Baba, sindaco di Namie (il paese vicino alla centrale che è ancora nella zona off-limits) ricordava il dramma degli sfollati, che sono ancora circa 100mila.
Abe ha dovuto sorbirsi anche l'accusa di incoerenza politica da parte del sindaco di Hiroshima: Kazumi Matsui, nella "Peace Declaration" ha biasimato che Tokyo abbia concluso un accordo sul nucleare civile con l'India, che è un Paese proliferatore: «Benché l'intesa promuova le relazioni economiche, probabilmente sarà da intralcio all'abolizione delle armi nucleari». Matsui ha chiesto al governo di rafforzare piuttosto i legami con i Paesi che cercano questa abolizione: «Al meeting ministeriale dell'Iniziativa per la Non-Proliferazione e il Disarmo nella prossima primavera a Hiroshima, speriamo che il Giappone faccia da guida verso un più forte regime NPT (Trattato di non proliferazione)».
Già: in aprile a Ginevra, nel contesto della Commissione preparatoria della Conferenza per la revisione dell'NPT, il Giappone non ha firmato - come hanno fatto 80 Paesi - lo statement che dichiara inumane le armi atomiche. L'argomento di Tokyo è stato che la sua firma sarebbe in contraddizione con la politica di sicurezza nazionale dipendente dall'ombrello nucleare americano. Comunque, il presidente dell'Assemblea delle Nazioni Unite, Vuk Jeremic (che aveva visitato il Giappone in precedenza nel marzo 2011, da ministro degli esteri di Serbia, partendo poche ore prima del terremoto), nel suo discorso ha evidenziato che una tappa importante sulla via del disarmo atomico sarà quella di settembre all'Onu, quando l'Assemblea prenderà in mano la questione. Il sindaco Matsui ha continuato ricordando l'iniziativa di 5.700 città (compresi i "Mayors for Peace, sindaci per la pace") per promuovere una nuova convenzione internazionale sulle armi nucleari , con l'obiettivo della loro abolizione nel 2020.
E ha parlato soprattutto del dramma degli "hibakusha" (le vittime dell'atomica), come monito e sprone verso il raggiungimento di questo obiettivo non impossibile (oggi sono ancora 201.700 circa le persone registrate in Giappone come hibakusha: età media 78,8 anni). «Raccomandiamo al governo nazionale di sviluppare rapidamente e attuare una politica energetica responsabile che ponga la massima priorità sulla sicurezza e il benessere delle persone», ha concluso Matsui, senza però sponsorizzare esplicitamente l'ipotesi della rinuncia del Giappone al nucleare civile.
L'ambasciatore degli Stati Uniti, John Roos - che era stato il primo responsabile diplomatico statunitense a Tokyo a venire a Hiroshima nel 2010 - era tra i presenti e andrà anche a Nagasaki venerdì prossimo per l'analoga commemorazione della seconda bomba atomica sganciata dagli americani: sono ormai i suoi ultimi atti ufficiali, prima di concludere la missione e lasciare la sede di Tokyo alla figlia di John Kennedy, Caroline, che sarà la prima donna ambasciatrice Usa in Giappone (i giapponesi hanno accolto con favore la nomina decisa da Obama, in quanto pensano che la sua modesta esperienza diplomatica e internazionale sarà compensata da un filo diretto con la Casa Bianca). La presenza dell'ambasciatore non intende certo sconfessare la decisione del Presidente Truman di far sganciare il "Little Boy": piuttosto - secondo il comunicato ufficiale - testimonia come gli Usa intendano «continuare a lavorare con il Giappone per far avanzare l'obiettivo del Presidente Obama di realizzare un mondo senza armi nucleari».
Se il sindaco Matsui ha elogiato la proposta di Obama alla Russia di avviare negoziati per una ulteriore riduzione dei rispettivi arsenali atomici, Roos ha potuto sentire una forte critica alla politica americana, quando il presidente del Consiglio Comunale di Hiroshima Noriaki Usui ha, in pratica, messo sullo stesso piano Washington, Teheran e Pyongyang. «Gli Stati Uniti continuano a attuare nuovi tipi di esperimenti nucleari e test atomici "sub-critical" e la Corea del Nord ha effettuato il suo terzo test nucleare, il che, assieme agli sviluppi del programma nucleare iraniano, mostra che il pericolo della proliferazione e uso di armi atomiche sta aumentando», ha detto Usui. Un rischio sempre più alto, dunque. 68 anni dopo Hiroshima.

domenica 21 luglio 2013

Giappone al voto sull'Abenomics

da www.ilsole24ore.com


TOKYO. Dal nostro inviato
Come nel dicembre scorso, quando stravinse le elezioni per la Camera Bassa che lo condussero alla guida del Governo, Shinzo Abe sceglie il quartiere di Akihabara a Tokyo per l'ultimo comizio prima del voto che oggi rinnoverà metà della Camera Alta e, secondo tutti i pronostici, dovrebbe dargli la maggioranza assoluta anche nel secondo ramo della Dieta: un voto che gli consentirà di governare per tre anni senza troppi intralci parlamentari e senza insidiosi appuntamenti con le urne.
Sono in tanti i sostenitori venuti ad Akihabara, zona simbolo delle culture giovaniliste incomprensibili agli adulti conservatori (gadget elettronici, manga, anime, cosplay e così via), che stranamente il Partito Liberaldemocratico di Abe è riuscito a espugnare proprio sul piano dei simboli. Il merito iniziale va all'ex premier e ora ministro delle Finanze Taro Aso, che ha costruito una parte della sua immagine politica come cultore dei manga. Un fatto biasimato pubblicamente dai veri big del settore, come Hayao Miyazaki, di cui proprio nella stessa serata debutta nei cinema l'ultimo capolavoro (Kaze Tachinu, si leva il vento), una delicata storia ambientata nel Giappone degli anni Venti e Trenta indirizzato verso la guerra. Aso manda un messaggio da Mosca, dove si trova per il G-20, e strappa applausi transcontinentali.
Poco dopo arriva Shinzo Abe per la sua ultima fatica elettorale: ha girato in modo frenetico per tutto il Paese, spingendosi fino alla remota isola di Ishigaki, da cui dipendono sul piano amministrativo le isolette Senkaku, che la Cina rivendica in modo sempre più aspro. Lì aveva preannunciato un Giappone più deciso in politica internazionale e pronto ad aumentare le sue capacità di difesa. Ad Akihabara utilizza toni relativamente soft e alla fine la folla gli tributa una ovazione personale («Premier Abe! Premier Abe!»).
Sia stato per merito suo o per demerito di una opposizione per molti versi allo sbando, è riuscito a fare della campagna elettorale un referendum sull'Abenomics, che in moltissimi vedono senza alternative valide. Gli stessi leader dei partiti a lui avversi avevano iniziato criticando le politiche economiche del premier come troppo favorevoli ai ricchi e alle imprese e poco vantaggiose per la generalità dei cittadini, ma hanno dovuto cambiare registro accorgendosi della debolezza – almeno sul piano comunicativo – dell'argomentazione.
Dopotutto, sull'onda del l'Abenomics o comunque delle sue aspettative, il Giappone ha conseguito a inizio anno il ritmo di crescita più alto tra i Paesi avanzati, la Borsa è avanzata di oltre il 60% e lo yen si è indebolito di circa il 30% rilanciando la redditività aziendale. Astutamente, Abe ha tenuto un profilo basso sui temi più controversi che propugna, da un forte ritorno all'energia nucleare al tentativo di cambiare la Costituzione ultrapacifista dettata dagli americani (nelle sale giapponesi sta per uscire nei prossimi giorni un film sull'ex "dittatore" del periodo di occupazione, il generale Douglas MacArthur, intitolato Imperatore).
La modifica costituzionale, per molti esperti, sarà praticamente impossibile, visto che il partito del premier non riuscirà ad ottenere due terzi dei seggi anche alla Camera Alta. Tuttavia la conquista della maggioranza assoluta alla coalizione di Governo è data per sicura da tutti i sondaggi: dopo sette premier negli ultimi sette anni, il Giappone avrà un Governo duraturo e deciso. Negli stessi ambienti industriali, oltre che in una buona parte dell'opinione pubblica, la speranza sembra quella che Abe vinca ma non stravinca, in modo che non sia troppo tentato di perseguire una agenda politica di tipo nazionalista che, allarmando i Paesi vicini, avrebbe con tutta probabilità conseguenze economiche negative.
In questo senso, il partito alleato New Komeito (emanazione dell'organizzazione buddista Soka Gakkai) viene considerato come un utile elemento di freno anche da molti che finora l'hanno odiato. Gli investitori internazionali attendono Abe al varco delle riforme promesse per deregolamentare il sistema e porre l'economia su un binario di crescita sostenibile, che non può essere delegato alla sola politica monetaria e fiscale. Difficile, però, che il premier, pur rafforzato, possa varare riforme estreme in settori come il mercato del lavoro o introdurre un taglio netto alla corporate tax. Le riforme verranno, ma con tempi e modalità inferiori alle attese di vari ambienti finanziari esteri, afferma Tomo Kinoshita, capo economista di Nomura Japan, che sottolinea l'importanza del fatto che «si profila una nuova manovra di stimolo fiscale all'economia», per compensare l'effetto dell'aumento dell'imposta sui consumi previsto il prossimo aprile.
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I NUMERI
121
I seggi in palio
Nelle elezioni di oggi i giapponesi rinnovano metà dei componenti della Camera Alta, in in un voto con cadenza triennale
70
Il possibile bottino
I parlamentari che dovrebbero andare al partito Liberaldemocratico del premier Abe che avrebbe, con il partner New Komeito, la maggioranza assoluta della Camera Alta
4,1%
Boom nella crescita
Il tasso annualizzato di aumento del Pil nel primo trimestre 2013, grazie alla cosidetta Abenomics che punta su stimoli monetari e indebolimento dello yen