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giovedì 21 febbraio 2013

Cina: lo smog è ormai un'emergenza sanitaria, in arrivo la carbon tax

da www.ilsole24ore.com


La Cina si piega alla carbon tax. L'inquinamento record del Paese, ormai un'emergenza sanitaria e sociale, ha ormai convinto il Governo a introdurre un set di politiche fiscali a tutela dell'ambiente, compresa un'imposta sull'emissione di anidride carbonica, secondo quanto riferito martedì dal capo del dipartimento fiscale del ministero delle Finanze, Jia Chen. Pechino sta anche pensando di tassare i prodotti più energivori, come le batterie e i jet privati. La leva del fisco sarà utilizzata anche per ridurre il consumo delle risorse naturali del Paese, spinto dalla sua fame d'energia ad accordi commerciali in ogni parte del pianeta. Per esempio, saranno aumentate le tasse sulla vendita di carbone e un'imposta colpirà anche il consumo di acqua.
La riforma manderebbe in soffitta il meccanismo oggi in vigore, basato su commissioni pagate dalle aziende sulle emissioni inquinanti che eccedono i parametri fissati dalle autorità. Un sistema che colpisce solo i gas solforosi, mentre l'anidride carbonica non è soggetta a imposte.
Verso un'economia più efficiente
Il ministero delle Finanze non si spinge ancora a definire un'agenda per queste riforme. Ma gli effetti della tassazione delle forme meno efficienti di consumo e produzione di energia è in linea con il programma del Governo di far fare un salto di qualità al sistema economico. Per evitare di pagare tasse sempre più salate, le imprese dovranno ristrutturare i propri processi, adottando tecnologie più moderne. A beneficiarne non sarà soltanto l'ambiente, ma la stessa competitività delle aziende. Al tempo stesso, un'economia più "verde" ridurrebbe i costi economici dell'inquinamento, una bolletta pari al 10% del Pil negli ultimi 10 anni, secondo la Banca mondiale (il 6,5% per l'inquinamento atmosferico, il 2,1% per quello dell'acqua e l'1,1% per il suolo - "China 2030").
Senza una politica energetica più efficiente, inoltre, la Cina sarà sempre più dipendente dalle importazioni: la stessa Banca mondiale prevede che entro il 2030 dovrà trovare all'estero il 75% del petrolio che consuma e il 50% del gas.
La Cina è il più grande consumatore di energia al mondo, uno dei maggiori produttori di gas serra e il primo di anidride carbonica. Nonostante la sua efficienza energetica sia migliorata a ritmi superiori a qualsiasi altro Paese negli ultimi venti anni, resta tra i più arretrati.
Il Governo, sulla carta, si è impegnato a ridurre la sua dipendenza dal carbone tagliando del 40-45% nel 2020, rispetto ai livelli del 2005, le emissioni di anidride carbonica. Già nel 2009, un think tank del ministero delle Finanze aveva proposto di imporre, a partire dall'anno scorso, una carbon tax di 10 yuan (1,2 euro, al cambio attuale) per tonnellata di anidride carbonica, da portare a 50 yuan entro il 2020. Tutto rimandato per colpa della crisi mondiale e del rallentamento della crescita cinese.
Pechino nella nebbia
Della credibilità degli impegni presi dalla Cina si può dubitare, l'emergenza invece è sotto gli occhi di tutti. A cominciare dalla capitale, afflitta da un traffico automobilistico crescente (più di cinque milioni di veicoli), dai fumi delle fabbriche a carbone della regioni vicine, dalle tempeste di sabbia che si sollevano dai cantieri edili. L'inizio del 2013 è stato drammatico. A gennaio, per 21 giorni, i 19,6 milioni di abitanti di Pechino sono rimasti avvolti in una nube irrespirabile, una nebbia da smog, con visibilità ridotta anche a meno di 200 metri. Il 18 febbraio, alla riapertura delle attività economiche dopo le vacanze per il Capodanno, il fenomeno si è ripresentato, costringendo le autorità a chiudere per alcune ore l'accesso alle autostrade e a cancellare 16 voli. Alle 9 del mattino, le polveri fini (meno di 2,5 micron) superavano i 200 microgrammi per metro cubo, quasi dieci volte il limite raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità (25). Nulla rispetto al record del 12 gennaio: 993 microgrammi. E Pechino non è nemmeno la città più inquinata della Cina. Secondo il ministero dell'Ambiente, sono ben nove le metropoli in condizioni peggiori, sette sono nella provincia dell'Hebei, uno dei motori dell'industria dell'acciaio.

venerdì 8 febbraio 2013

Forex: guerra valutaria. La Cina si sta inserendo silenziosamente?

da www.forexinfo.it

Pubblicato il 08 02 2013 alle 12:16 da Erika Di Dio
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Nelle ultime settimane, la Cina ha parlato meno, rispetto alle altre economie importanti, circa il forte scivolone dello yen, che si traduce in valute più forti altrove. Eppure, Pechino si sta muovendo proprio per scongiurare la pressione indesiderata sullo yuan che si potrebbe apprezzare.
Lo yuan cinese, noto anche come il renminbi, è crollato giovedì al suo livello più basso da fine Dicembre. In realtà, lo yuan è stato strisciante verso il basso già dal 14 Gennaio, quando cioè ha raggiunto un livello record nei confronti del dollaro a circa 6,21, mentre la banca centrale della Cina aumenta il suo intervento sui mercati dei cambi per frenare l’apprezzamento dello yuan.
deludente per chi cerca guadagni nello yuan", ha detto Sean Callow, senior strategist presso Westpac Bank a Sydney.
Lo yen è caduto contro tutte le principali valute dall’inizio dell’anno, crollando di circa il 10% nei confronti del dollaro e dell’euro, tra le aspettative crescenti di una aggressiva politica monetaria del Giappone, ora in un tentativo concertato di far riprendere un’economia debole e di porre fine ad anni di deflazione.
I politici in Europa e in Asia, in particolare in Corea del Sud, si sono lamentati del rapido deprezzamento dello yen. In realtà, gli analisti parlano di una "guerra delle valute" in corso tra le maggiori economie, che o verbalmente o tramite intervento monetario, cercano di indebolire le proprie valute e mantenerle competitive.
In genere quando il dollaro scende contro le valute principali, lo yuan diventa più forte per riflettere questo. Tuttavia, non è stato così nelle ultime due settimane, quando il dollaro si è indebolito nei confronti dell’euro.

Non ancora guerra valutaria?

Gli analisti valutari hanno previsto che l’apprezzamento dello yuan di quest’anno rifletterà la ripresa dell’economia cinese. Un sondaggio di Reuters pubblicato questa settimana ha mostrato che 29 analisti prevedono che lo yuan si rafforzerà al 6,15 per dollaro a partire da Gennaio 2014. Ciò implica un guadagno di circa il 1,3% rispetto ai livelli attuali intorno a 6.23.
Il ritmo di apprezzamento, tuttavia, potrebbe essere molto lento se Pechino continuerà a stringere ulteriormente la morsa sullo yuan.
"Lo yuan è difficile, perché ci sono un sacco di ipotesi intorno a ciò che pensa la PBOC (Banca popolare cinese)", ha detto David David Greene, FX dealer presso Business Solutions Union a Sydney.
"Si potrebbe pensare che con il rapido deprezzamento dello yen, ci sarebbe qualche reazione da parte della Cina, anche se sono ancora riluttante a chiamare tutto ciò guerra valutaria".

La discesa dello yen

I responsabili politici al di fuori della Cina hanno intensificato i discorsi sulle valute mentre lo yen continua a scendere; la valuta è scesa al suo livello più basso in 33 mesi contro il dollaro questa settimana.
"Non riesco a ricordare una mossa nelle valute così deliberata e così lineare senza alcuna reale e apparente variazione nei fondamentali. La mossa dello yen si poggia in gran parte su di in movimento apparente nella politica del governo", dice Richard Yetsenga, capo della ricerca globale di mercati a ANZ a Sydney.
I funzionari della Corea del Sud questa settimana hanno detto che stanno monitorando da vicino il rapido deprezzamento dello yen nei confronti del won (valuta Sud Corea) e hanno messo in guardia su un possibile intervento se la debolezza dello yen dovesse colpire la competitività della Corea del sud.

Lezioni dall’Europa

Il presidente della Bce Mario Draghi giovedì ha detto che, mentre un rafforzamento dell’euro era il benvenuto, i tassi di cambio dovrebbero riflettere i "fondamentali" di un’economia. Queste osservazioni hanno contribuito a spingere l’euro ai minimi di due settimane venerdì scorso.
"Mentre ascolta lamentele da parte dei partner commerciali sulle valute che perdono il loro vantaggio competitivo, sembra che anche la Cina potrebbe unirsi a quella barca", ha detto Westpac Callow.