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sabato 28 dicembre 2013

Più leggera la politica del figlio unico. Da oggi dovrebbero chiudere i laojiao

da www.asianews.it

di Bernardo Cervellera
Le decisioni sono state prese dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo. L'allentamento provocherà "solo un leggero aumento delle nascite". Rimane il potere dello Stato sul controllo della popolazione. I campi forzati di rieducazione attraverso il lavoro vengono aboliti da oggi. Ma le pene comminate finora restano legali: nessuno potrà chiedere risarcimenti o intentare processi contro i carcerieri. Vescovi e sacerdoti imprigionati da anni dovrebbero tornare alle loro diocesi. L'abolizione dei laojiao forse è solo un'operazione di cosmesi.


Roma (AsiaNews) - Il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo ha adottato oggi una risoluzione che allenta la politica del figlio unico. L'organismo ha anche abolito in modo formale i campi di lavoro forzato detti laojiao (rieducazione attraverso il lavoro).
Dal 1979 in poi la Cina ha attuato -spesso con violenza - la politica di un solo figlio per famiglia, per concentrare la nazione sullo sviluppo economico. In seguito si è permesso a gruppi etnici di avere due figli e ai contadini di averne due se il primo figlio era una bambina. L'attuazione della legge è stata spesso violenta, con multe esose contro i violatori e perfino sterilizzazione forzati e aborto fino a nove mesi di gravidanza.
Il rispetto della legge e delle quote di popolazione era compensato con benefici verso gli impiegati e i dirigenti del family planning aprendo lo spazio a corruzione e soprusi.
Negli ultimi tempi la popolazione ha denunciato anche via internet le violenze subite da genitori e dai nascituri. Ma la ragione che sembra spingere verso una revisione della legge sul figlio unico è il cambiamento demografico e psicologico che tale legge sta provocando. Vi è anzitutto una riduzione della popolazione (3,45 milioni l'anno), tanto che in molte fabbriche manca la forza lavoro necessaria. Poi si prevede un invecchiamento della popolazione: nel 2050 più di un quarto della popolazione cinese avrà più di 65 anni, provocando un aumento delle spese sociali di assistenza e cure mediche. Inoltre, a causa della preferenza di figli maschi che ha portato a una lunga serie di aborti selettivi, si è creato in Cina uno squilibrio della ratio: 115 maschi su 100 donne, tanto che i demografi dicono che nei prossimi anni vi sono almeno 24 milioni di cinesi che non potranno trovare mai moglie per mancanza di femmine.
Da tempo diversi scienziati hanno chiesto la cancellazione totale della legge; le autorità del Guangdong e di Shanghai - preoccupate per la mancanza di forza lavoro - hanno chiesto il varo di una legge che permetta due figli per famiglia.
L'allentamento varato oggi permette alle coppie in cui uno dei due partner sia già figlio unico, di avere due figli. Questo produrrà effetti su almeno 10 milioni di coppie, causando, come afferma Xinhua, "solo un leggero aumento delle nascite".
Il lieve allentamento non toglie il potere dello Stato sul controllo della popolazione. Chi Wanchun, membro del Comitato permanente ha tenuto a precisare che "l'allentamento della politica del figlio unico non significa la fine del family planning". E Jiang Fan, deputato dell'Assemblea nazionale del popolo ha dichiarato: "Non possiamo rischiare che la popolazione cresca fuori controllo".
Le direttive dovrebbero essere applicate in modo graduale, dando potere alle autorità provinciali di attuarle secondo i dati demografici delle diverse regioni.
L'abolizione dei laojiao a partire da oggi ha buone possibilità di cancellare una delle più pesanti e arbitrarie violazioni ai diritti umani, di cui sono state vittime personalità politiche, dissidenti democratici, vescovi e sacerdoti cattolici, cristiani protestanti, membri del movimento Falun Gong. Anche l'Onu ha chiesto a più riprese la sua abolizione.
Il sistema dei laojiao è stato varato nel 1957 come freno a crimini di poco conto. La vertigine ideologica del partito comunista ha portato a una diffusa attuazione per soffocare nemici politici e persone non allineate col potere. Esso dà potere alla polizia di comminare contro individui una "detenzione amministrativa" fino a quattro anni, senza processo e senza notifiche alle famiglie dei reclusi. Nei laojiao, oltre ai lavori forzati, i prigionieri sono radunati per sessioni politiche dove vengono "rieducati" al valore della società socialista "con caratteristiche cinesi".
Secondo un rapporto Onu del 2009, la Cina ha 320 campi di rieducazione attraverso il lavoro e 190mila internati. Cifre del ministero della giustizia cinese affermano che quest'anno vi sono 260 campi di lavoro e 160mila prigionieri.
L'abolizione dei laojiao era stata annunciata all'inizio del 2013, ma si è concretizzata solo oggi, dopo il raduno del Terzo Plenum del Partito comunista, tenutosi lo scorso novembre.
Da tempo, molti cattolici dell'Hebei, sperano che la cancellazione dei laojiao porterà alla libertà i vescovi Giacomo Su Zhimin di Baoding, mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian, p. Giuseppe Lu Genjun, vicario generale di Baoding, rispettivamente da 15, 12, 9 anni nelle mani della polizia. Oltre a loro, almeno altri 10 sacerdoti della Chiesa sotterranea sono internati nei laojiao per aver celebrato messe in luoghi non registrati, o aver dato catechismi o ritiri ai giovani. Alcuni sacerdoti che sono stati reclusi, hanno gravi danni fisici e psicologici, a causa delle torture subite.
La risoluzione che cancella i laojiao precisa - come afferma Xinhua - che tutte le pene inflitte fino all'abolizione "rimangono valide" fino ad oggi. Questo servirà perché coloro che vengono liberati non si rivalgano contro i loro carcerieri con azioni legali.
Per Yang Huanning, viceministro della sicurezza, l'eliminazione dei laojiao è dovuta al fatto che "la loro missione storica si è conclusa" e che oggi, le "nuove leggi sulla pubblica sicurezza",  rendono inutile tale sistema.
Varie organizzazioni per i diritti umani temono che l'abolizione dei laojiao sia soltanto un'operazione di cosmesi e che essi saranno sostituiti da altre forme di controllo e isolamento.
L'abolizione dei laojiao non toglie infatti la "detenzione amministrativa", il potere della polizia di incarcerare persone senza alcun processo: proprio nelle scorse settimane  - ed è solo un esempio - sono state scoperte nuove "prigioni nere" a Pechino, dove vengono rinchiusi per mesi portatori di petizioni che reclamano giustizia.



martedì 10 dicembre 2013

Washington a Pechino: Liberate Liu Xiaobo, garantite i diritti umani

da www.asianews.it

STATI UNITI - CINA
In occasione del quinto anniversario dell'arresto dell'attivista e Premio Nobel per la pace, il Segretario di Stato Usa chiede alla Cina il suo rilascio, la liberazione della moglie (ai domiciliari senza alcuna accusa dal 2010) e quella di tutti gli altri attivisti "che hanno solo esercitato la propria libertà di espressione".


Washington (AsiaNews/Agenzie) - Il governo degli Stati Uniti "è molto preoccupato" dalla detenzione di Liu Xiaobo e di tutti quegli altri attivisti "che hanno soltanto esercitato in modo pacifico il proprio diritto universale alla libertà di espressione". Per questo, Washington chiede alla Cina "di rilasciare Liu, sua moglie Liu Xia e tutti gli altri". Lo scrive il Segretario di Stato John Kerry in un documento ufficiale reso noto oggi, in occasione del quinto anniversario dell'arresto di Liu Xiaobo  per "sovversione".
Liu, Premio Nobel per la pace 2010 è stato arrestato nella notte fra l'8 e il 9 dicembre del 2008, subito dopo aver pubblicato online la prima stesura del suo manifesto per la democrazia, e condannato a 11 anni di prigione per "incitamento alla sovversione contro lo Stato", dopo aver aiutato alla stesura della Carta 08 e aver pubblicato sul web alcuni articoli sulla democrazia. Sua moglie è obbligata agli arresti domiciliari senza alcuna condanna e spesso privata del diritto di visitare suo marito.
Liu Xiaobo è uno degli spiriti più illuminati della Cina contemporanea. Quando è stato nominato per il Nobel, Liu era già in prigione da due anni (dal dicembre 2008). Alla cerimonia per ricevere il Premio, il 10 dicembre 2010, vi era una sedia vuota. Il governo cinese aveva diffidato, dissidenti e amici della famiglia di Liu, di andare a Oslo, rifiutandosi di rilasciare i passaporti e promettendo rappresaglie economiche verso la Norvegia.
Nel documento del Dipartimento di Stato Usa si legge: "Siamo molto preoccupati da questa situazione. Invitiamo con forza le autorità cinesi a rilasciare Liu Xiaobo, annullare gli arresti domiciliari per sua moglie e garantire a lui e alla sua famiglia la libertà e la tutela dei diritti umani riconosciute a livello internazionali. Continuiamo a credere che il rispetto dei diritti umani internazionali sia fondamentale per la crescita economica, la prosperità e la stabilità sul lungo periodo della Cina".

lunedì 9 dicembre 2013

Nord Corea, epurato lo zio di Kim Jong-un

da www.corriere.it

Era il suo tutore, è stato accusato di «corruzione», «abuso di alcol e droghe» e di avere uno «stile di vita capitalistico»

Jang Song-Thaek, «tutore» del leader Kim Jong-un, cacciato in diretta tv e portato via dalle guardieJang Song-Thaek, «tutore» del leader Kim Jong-un, cacciato in diretta tv e portato via dalle guardie
Ci sono voluti cinque giorni, ma alle fine anche le autorità nordcoreane hanno confermato la notizia fatta trapelare dai servizi segreti della Corea del Sud: il Politburo del partito unico ha rimosso Jang Song-thaek, zio e «tutore» del leader Kim Jong-un: è stato privato di incarichi e titoli per «atti criminali», «attività doppiogiochiste» e per «essere stato contaminato dal modo di vivere capitalistico». A sancire quello che è stato definito come il più grosso cambiamento politico degli ultimi due anni, è stata l’agenzia nordcoreana Kcna. «Jang e i suoi seguaci - ha precisato - hanno commesso atti criminali che superano ogni immaginazione ed hanno inferto un danno tremendo al nostro partito e alla rivoluzione. La riunione del Politburo ha deciso di destituire Jang da tutte le cariche e di espellerlo dal Partito dei lavoratori», ha aggiunto la Kcna, secondo cui Kim Jong-un «ha presieduto la riunione».
LE ACCUSE - Jang è stato accusato di aver usato impropriamente i fondi dello Stato, di corruzione, abuso di alcol, droghe e rapporti licenziosi con le donne. «Jang sosteneva di appoggiare il leader del partito (Kim Jong-un) ma era in realtà assorbito in atti faziosi...e (era così) corrotto da uno stile di vita capitalista (che) Jang ha commesso irregolarità e (si è macchiato di atti) corruzione che lo hanno condotto ad una vita dissoluta e depravata», scrive la Kcna. Secondo i media sudcoreani il «contabile» di Jang è fuggito ed ha chiesto asilo al governo di Seul. Al momento si troverebbe sotto protezione del Sud ma in una località segreta in Cina, l’unico alleato di Pyongyang. Con la defenestrazione, ormai ufficiale, di Jang, Kim Jogn-un ha ora in mano il potere che dovrà gestire, come fecero il padre Kim Jon-Il ed il nonno e fondatore della dinastia, Kim Il-sung, sempre in accordo con i vertici militari. Questo restano alla guida di un esercito formato da 1,2 milioni di soldati, psicologicamente condizionato ad essere sempre e costantemente pronto a lanciare un conflitto con Seul. Tra i due Paesi, dopo tre anni di Guerra (1950-1953), vige solo un armistizio ma non è mai stata siglata alcuna intesa di pace.
IL «TUTORE» RIMOSSO - Jang, 67 anni, marito di Kim Kyong-hui, sorella di Kim Jong-il (padre dell’attuale leader), ha svolto un ruolo di guida del nipote durante la fase di transizione quando a dicembre del 2011 salì al potere a seguito della morte del padre stroncato da un attacco cardiaco. Il suo incarico più importante era quello di vicepresidente della commissione nazionale di difesa. Yang — scrive la Kvna — faceva finta di appoggiare il partito e il leader ma (...) era coinvolto in attività doppiogiochiste. Secondo altre informazioni giunte da Seul nei giorni scorsi, lo zio di Kim Jong-Un «sarebbe al sicuro» e non corre rischi, una precisazione importante visto che due suoi stretti collaboratori accusati di «corruzione e attività ostili» sarebbero stati fucilati. E l’attività di epurazione sarebbe stata così radicale da riguardare anche un documentario sul giovane leader Kim che sarebbe stato purgato delle immagini relative a Jang. Gli osservatori più attenti del più isolato tra i Paesi asiatici non avevano mancato di notare che Jang era a poco a poco scomparso dalle cronache politiche del Paese con l’emergere di Choe Ryong-hae, direttore dell’ufficio politico generale dell’esercito.